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Osterie, cantine, bettole e bar

[Storia delle Cese n.102]
da Roberto Cipollone, Elisa Cipollone, Emilio Faonio

Nei paesi, si sa, i bar non rappresentano solo pure attività commerciali, ma fungono anche da luoghi di ritrovo e di svago, di socialità e di scambio, riferimenti ideali e pratici importanti per l’intera comunità. Questa vocazione e funzione era ancora più rilevante in passato, quando la vita del paese era forzatamente autocontenuta e maggiormente raccolta. Quelli che oggi conosciamo come bar nascono dall’evoluzione delle vecchie “osterie”, “bettole” o “cantine”, a loro volta legate quasi sempre alla presenza di una “bottega”, ossia una rivendita di beni alimentari. Dalla rivendita della bottega, infatti, si passava facilmente alla mescita di bevande ed alla preparazione di pietanze. Tutto ciò avveniva in maniera “naturale”, assecondando le richieste e le esigenze della clientela (e del paese in generale), senza grandi stravolgimenti dei luoghi e degli spazi, che ricalcavano gli ambienti familiari delle case e, appunto, delle cantine di un tempo.

Quelle più note, almeno ad attuale memoria, a Cese erano quelle di Rafaeluccio e di Giuditta, ma anche nelle attività che si configuravano più come botteghe, come quella di Filomena e quella di Lidia, si poteva trovare sempre un panino o un bicchiere di vino, o magari degustare un “bicchierino” nei giorni di festa. Da Filomena, in particolare, a partire dagli anni ’60-’70 è stata introdotta stabilmente la mescita di bevande e si poteva giocare anche a biliardino. Con riferimento a queste botteghe/cantine è rimasto nella memoria collettiva il caso della mucca da lavoro che, nel riportare il proprio padrone a casa dai campi, si fermava quotidianamente, senza bisogno di ordini, davanti alla bottega di Filomena, da Lidia, da Rafaeluccio e da Giuditta, dove l’uomo era appunto solito fare sosta per un bicchiere ristoratore. Un altro fattore comune a tutte le botteghe era il fatto che ciascuna di esse vendeva carne, quasi sempre appesa fuori in bella mostra.

Prima di queste attività esistevano sicuramente due osterie, una presso la casa di Agrippina, all’inizio della “via dell’Ara”, e un’altra, “l’Osteria del Risorgimento”, di cui ancora oggi è visibile la targa all’altezza del numero 22 di Via Pietro Marso (ex via Roma). Secondo alcuni anziani, questo locale si chiamava originariamente “Osteria del Risorgimento di Cese” o anche “da Sor Andrea”, vi si ristoravano soprattutto viandanti e carrettieri provenienti dalle fiere ed era probabilmente gestito da due fratelli che erano gli zii di “Toscano”, poi divenuto proprietario di quella casa. La targa risulta attualmente tagliata perché occupava due pareti afferenti a due diverse proprietà: una dell’osteria e una del nonno di PierDavide, ossia il padre di Antonino Micocci, detto “jo conte”. Era forse l’unica nel suo genere, anche se esisteva un’altra attività di ricezione sul lato opposto della piazza, nel versante del corso principale che un tempo si chiamava Via Napoli. Questa era stata attivata da Luigi Cosimati (classe 1856) e da sua moglie Maria Concetta Costantini (di Sora) e si trovava al primo piano dell’ex casa lasciata poi a Francesco Di Giamberardino (“Jo ‘Ngignéro”), che aveva sposato la figlia dei due. La locanda di Luigi, nonno di Cornelio, era una sorta di affittacamere e veniva utilizzata soprattutto da coloro che, trovandosi in viaggio con bighe e calessi, dovevano effettuare una sosta notturna in paese per riprendere il viaggio il giorno successivo. Nelle due camere disponibili i proprietari fornivano lenzuola pulite, coperte, lavabo, brocca d’acqua, sapone, asciugamano, vaso da notte e tutto quanto necessario all’igiene della persona. Gli animali e le carrozze venivano sistemate in uno spazio vicino, mentre i viaggiatori riposavano su morbidi letti fatti magari con foglie di granturco. In una parte di quella proprietà è attualmente situato l’esercizio commerciale di Imma Di Giamberardino. L’osteria di Agrippina, moglie di Franco Marchionni detto “Corài”, si trovava invece nei pressi della casa che poi è passata al pronipote di Agrippina, Angelantonio Cipollone, all’inizio della “via dell’Ara” (attuale Via Isonzo). Sarebbe legata alla presenza di questa osteria la denominazione della vicina piazzetta come “Piazza dejj’aseni”; era qui, infatti, che gli avventori (molto spesso di passaggio o di ritorno dalle fiere) attaccavano i propri animali per entrare a bere ed a mangiare. Secondo alcuni, inoltre, in tempi antecedenti esisteva anche un’altra osteria lungo il corso principale, pressappoco all’altezza della proprietà Mellano.

Come accennato, tuttavia, le due cantine divenute nel tempo “storiche” sono state quelle di Rafaeluccio e di Giuditta, trasformatesi poi nei bar “de zia Lina” e “de Elide”. Nel ricostruire la loro storia torna utile una “intervista doppia” realizzata da Elisa Cipollone ed Emilio Faonio nel 2007, a cui abbiamo affiancato i ricordi attuali di Oreste e di Fernando.

Raccontava in particolare Lina nel 2007: «Io mi sono sposata nel ’57 e pure se non sono nata a Cese, sono stata accolta da tutti in modo affettuoso. Il bar come lo conoscete voi è stato aperto nel 1981, dopo che per tanti anni la famiglia di Rocco aveva gestito un locale, che non era un vero e proprio bar, ma più che altro una cantina, un punto di ritrovo per tanti dopo una giornata di lavoro (e non solo). Il locale prima si trovava dove adesso sta la bottega con la biglietteria dell’Arpa di Giovannina». «La disposizione era tutta diversa», conferma Oreste. «Nei giorni normali si accedeva al bar passando per la bottega che stava davanti, dove adesso c’è il portone di Mimmo, per farvi capire. Dietro c’era il bancone del bar, e nelle altre sale c’erano la cantina, lo spazio con la carambola, il juke-box ed il resto. Nei giorni di festa, invece, quando l’afflusso era elevato, si accedeva dall’entrata a destra, per non passare attraverso la bottega. Alla festa era sempre un fiume di gente, perché anche le donne si concedevano uno dei famosi “bicchierini”. Oltre al vermouth, che però era più da aperitivo, si bevevano soprattutto lo “stock”, la “vecchia romagna”, il “cora” rosso…». «Dentro al bar c’era di tutto, dai giochi come la carambola e il biliardino ai gelati, alla spina e al telefono», raccontava al tempo Lina. «A proposito di telefono, una curiosità che forse non tutti sanno è che prima era l’unico in tutta Cese e quando chiamava qualcuno, era mio figlio Oreste che andava in giro a ritrovare le persone per tutto il paese solo per un “grazie”. Poi però l’abbiamo dovuto togliere (o meglio, abbiamo dovuto regolamentare gli orari) perché venivano a telefonare anche da fuori e c’era sempre la fila. Una volta avevamo anche il juke-box, ma poi abbiamo dovuto togliere anche quello perché non si smetteva più di ballare e cantare, giorno e notte! Non avevamo orari, e pure se ero a pranzo, un caffè al bancone lo facevo sempre. Questa è un’abitudine che mi è rimasta: quando sto seduta a tavola, sembra sempre che debba correre per paura che qualcuno entri al bar, anche perché una volta era come una seconda casa e tanti venivano qui anche solo per stare un po’ in compagnia». Sulle bevande di un tempo, Lina raccontava: «Allora i frigoriferi ancora non c’erano e per far rifrescare la birra, la Peroni portava le colonnine di ghiaccio in mezzo alle bottiglie». Oreste ricorda i blocchi di ghiaccio che venivano frantumati perché potessero stare a contatto con le bottiglie; ricorda pure che spesso, nel prendere queste ultime, affondando le mani nel ghiaccio ci si tagliava, perché magari qualche bottiglia si era rotta. «La ghiacciaia era immediatamente dietro al bancone», racconta, «come fosse un frigorifero da cui prelevavamo le birre e le altre bibite fresche». «Da quando abbiamo aperto», raccontava ancora Lina, «abbiamo sempre avuto la Peroni come birra, e se ne andavano di più le spine che le bottiglie. Addirittura una volta è successo che ci hanno portato la Nastro Azzurro da Padova, perché a Roma era finita, e siccome c’è stata una persona che ha sentito un sapore diverso abbiamo rimandato indietro tutti i fusti!». «Lavorando al bar per 25 anni ho visto passare di qui diverse generazioni, almeno tre o quattro», concludeva al tempo Lina, «e devo ammettere che non è stato sempre facile. Ci sono stati giorni in cui volevi solo andare a dormire per la stanchezza, ma non potevi farlo. Nonostante questo, però, non mi sono mai lamentata e quello che ho fatto lo rifarei. Un momento che ricordo con gioia è quando abbiamo riaperto: abbiamo fatto una grande festa ed abbiamo dato da mangiare e da bere a tutto il paese!».

Sempre nel 2007, raccontava invece Elide: «Io mi sono sposata nel ’61 e qui già era aperto: c’era la mamma di Fernando, Giuditta, che aveva una trattoria, diciamo una cantina, e noi lavoravamo qui facendo i panini tutto il giorno. Quando sono subentrata io c’erano ancora le travi e le tavole di legno e quando facevano la passatella, gli “ólemi” li segnavano lì!». Fernando ricorda a proposito: «In quel periodo non c’erano grandi svaghi e l’unica cosa per divertirsi era la passatella, con cui si ricordavano bonariamente tutti gli attriti che c’erano tra i partecipanti. Si veniva alla bettola pure per bere, e se non te ne davano alla passatella ti toccava stare lì a guardare gli altri; allora qualcuno, quando rimaneva all’asciutto, si segnava letteralmente quelli che l’avevano fatto “ólemo”». «Mamma e papà hanno sempre avuto la bettola», prosegue Fernando, «ed è sempre stata là (tanto è vero che la fontanella davanti era chiamata “de Giuditta”). C’era la bottega, il macello, insomma, là si vendeva di tutto; il venerdì si macellava la carne, il sabato e la domenica si cucinava la pecora, a volte papà ha ammazzato pure qualche vitello grande e così via. Oltre l’ingresso c’era un camino e d’inverno ognuno poteva mettersi anche lì attorno, come se fosse una casa normale. Spesso le ragazze la sera ricamavano, e ogni tanto noi andavamo a “dargli fastidio”». «Nei giorni normali erano più gli uomini, ma qualche donna c’era sempre. Quando era festa, invece, aprivamo l’intera casa, pure sopra: era tutto libero, e soprattutto i fidanzati entravano dentro per trovare un posto riservato, anche perché normalmente le ragazze non è che potessero concedersi grandi libertà». «In quelle occasioni, oltre alla birra, si consumavano tanti super-alcolici per i famosi “bicchierini”. Noi bevevamo soprattutto vermouth, grappa… allora a Cese la facevano pure in casa. I super-alcolici andavamo a prenderli a Sora, dove c’era una distilleria, e ne riportavamo un’intera biga. Mamma ci andava spesso; d’altra parte, a quei tempi Sora era più importante di Avezzano e facevano un grandissimo mercato il mercoledì. Quando dovevamo andare a caricare, partivamo un giorno, dormivamo la notte accanto al cavallo, poi facevamo le spese e ripartivamo. Pure quando è arrivato Serafini ad Avezzano, dovevamo andare sempre noi con la biga, riportare i vuoti (altrimenti te li facevano pagare) e caricare il necessario». «A cché Giuditta c’era praticamente tutto», raccontava ancora Elide, «mancava solo la macchinetta del caffè e l’abbiamo messa quando abbiamo ristrutturato l’ultima volta, nel ’77; in quel periodo, mentre facevamo i lavori abbiamo spostato la bottega dove adesso sta Imma. Abbiamo fatto l’inaugurazione il giorno del matrimonio di Cesidio e abbiamo dato da bere a tutti quelli che c’erano. Ho lavorato qui per 45 anni, chiudendo sempre solo il martedì; per questo bar sono passate quattro generazioni e non c’è nessuno in paese che non mi conosca. Tutto questo fino al 12 febbraio del 2005, quando ha riaperto Manuela; ora si fanno tre anni a febbraio». «Una cosa che voglio sottolineare è che qui dentro s’è fatta sempre festa», proseguiva ancora Elide. «Quando era carnevale mettevo sempre tutti gli addobbi e quando era festa non ci facevamo mancare mai niente. Ho pure sempre ballato… a una certa ora, quando il bar si liberava, me ne sono fatti di balli con Ermanno! Una cosa curiosa che vi posso raccontare è quando una sera ho affilato 24 brocchette di vino, tutte sul bancone!». «Un’altra cosa che non è mai mancata in questo bar, da quando abbiamo aperto, sono stati i giochi. Una volta avevamo pure il ping-pong, la carambola e il biliardino; addirittura, all’inizio avevamo quello con i giocatori di legno, poi con Fernando ne abbiamo riportato un altro che prendemmo a Firenze durante il viaggio di nozze. Quando i ragazzini cominciavano a fumare, venivano tutti qua dentro per non farsi scoprire, e quando mi vedevano buttavano la sigaretta come facevano davanti alle mamme. Ne sono successe di cose qua dentro! Una volta sono venuti a rubare proprio la sera della festa, poi i carabinieri di Cese li hanno presi… pensate che poco prima quelli erano venuti a prendersi le birre qui e non le volevano neanche pagare». «Devo dire che Fernando mi ha sempre dato una mano, ed era pure uno sportivo. Quando si facevano le partite, io andavo all’Ara con un banchetto e vendevo birra, coca-cola e acqua. In un periodo abbiamo pure sponsorizzato la squadra di Cese. La spina e la birra sono sempre state Peroni e Nastro Azzurro». «All’inizio per mantenere le bibite in fresco c’era il ghiaccio», ricorda oggi Fernando. «Lo portavano da Avezzano ogni mattina e veniva messo dentro delle belle vasche grandi, quando ci mettevi le mani ti si gelavano». «Lo spillatore che avevo me lo sono fatto dare dalla coca-cola», ricordava invece Elide nel 2007, «e infatti la birra non avrei potuto neanche mettercela, ma alla fine ce l’ho messa lo stesso. Pensate che quando ho chiuso, dopo che l’avevo con me da 40 anni, vecchio com’era, se lo sono comunque venuti a riprendere!». «Il bello di questo bar è che mi sono sempre divertita», concludeva al tempo Elide. «Quando capitava che si trattasse di cantare, io cantavo, e quando c’era da ballare, io ballavo… queste cose mi mancano, anche se ho faticato tanto. Pensate che ancora adesso, tanta è l’abitudine, che quando ai ragazzi chiedi “Dove sei stato?”, quelli sbagliando rispondono: “A cché Elide!”».


<Articolo originale basato su testimonianze raccolte e su un articolo di E.Cipollone ed E.Faonio pubblicato su “La Voce delle Cese” numero 10 (2007)>


Una replica a “Osterie, cantine, bettole e bar”

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