, ,

Leonardo Marso, un secondo umanista di Cese?

[Storia delle Cese n.98]
di Roberto Cipollone

Il nome di Leonardo Marso è comparso casualmente nel corso delle ricerche su Pietro Marso, ma la scoperta potrebbe aprire un nuovo scenario attorno alla possibile esistenza di una “scuola” umanistica marsicana quattro-cinquecentesca. La prima domanda da porsi, in tale prospettiva, è la seguente: oltre che a Pietro Marso, Cese ha dato i natali anche a questo secondo letterato umanista?

Nei registri cinquecenteschi dello Studium Urbis (futura università “La Sapienza”) appare più volte il nome del nostro Pietro, in alcuni casi riportato anche come “magistro Piero da Ciesi”. Pietro non fu però l’unico “Marso” ad insegnare retorica in quegli anni; nella sua opera sull’Università degli studi di Roma, infatti, lo storico ed erudito professore di legge Filippo Maria Renazzi riporta un particolare molto interessante relativo all’incarico di docenza, nella stessa università, di un nipote del Cesense. Scrive in particolare Renazzi[1]: “Contemporaneamente col Pio[2] professava Rettorica nel mattino Leonardo da Barletta, che Monsignor Carafa appella Marso, nipote di quel Pietro Marso, il quale per molti anni aveva lodevolmente insegnato i precetti dell’eloquenza, e di cui abbiamo altrove fatto onorevol menzione”. L’autore è certamente in errore nell’identificare Leonardo Marso con “Leonardo da Barletta”, non solo per la discrepanza geografica, ma anche perché, come riportato nel Codice Diplomatico Barese (VII, 43), l’altro Leonardo, “dottore in Sacra Scrittura e Teologia”, nell’anno 1542 risulta essere Maestro tra i Domenicani di Santa Maria Maddalena a Barletta[3]. Nello stesso anno, invece, Leonardo Marso compare come professore di retorica “de mane” presso l’università romana. Dunque, l’identità del Leonardo “che monsignor Carafa appella Marso” è certamente da ricercare nella cerchia degli umanisti provenienti dalla regione abruzzese che aveva già dato i natali sia a Pietro (nativo di Cese) che a Paolo Marso (nativo di Pescina).

LEONARDO MARSO “D’AVEZZANO”, PROFESSORE ACCADEMICO

Le scarse notizie su Leonardo Marso non contengono dettagli sulle date di nascita e di morte, ma assumono per certo che la sua città di origine sia Avezzano[4], plausibilmente per la maggiore rilevanza rispetto a Cese. La prima nota d’archivio su Leonardo lo vede professore in humanitate all’Università di Siena tra il 1531 ed il 1533. A tale periodo fa seguito un’interruzione lunga due anni, durante la quale il Marso viene dispensato dall’insegnamento in base ad un incarico ufficiale che lo porta lontano dalla città fino al 1535, anno in cui il suo nome appare nuovamente nei documenti universitari[5]. Nel 1539 lo si trova professore di retorica de mane alla Sapienza di Roma, ateneo in cui figurerà ancora nel 1542, come professore ordinario, assieme all’umanista bolognese Giovanni Battista Pio, successore alla cattedra di retorica proprio di Pietro Marso. Negli stessi anni, l’umanista marsicano entra in contatto con gli eruditi delle diverse accademie romane e napoletane, tra i quali Antonio Amiternino, dell’accademia romana, Andrea Matteo Acquaviva e Pietro Gravina, affiliati all’Accademia Pontaniana[6].

Non si conoscono ad oggi altre notizie biografiche su Leonardo Marso; le uniche informazioni di rilievo che abbiamo su di lui sono riferibili alle sue opere letterarie, a cominciare da quelle pubblicate a Roma nel 1538 presso Valerio Aloisio, ossia la Oratio et eiusdem panegyris ad Caesarem et praefatio in Quaestiones Tusculanae e la Sylvula cui titulis Carrafiana.

Entrambe costituiscono riferimenti importanti a studi e lavori di Pietro Marso. Si può dunque confermare che Leonardo fosse nipote di Pietro, e dunque anch’egli cesense? Alcuni indizi inducono a sposare questa tesi.

PRIMO INDIZIO: GLI STUDI CLASSICI, L’ARS ORATORIA, LA LINGUA GRECA

La prima opera citata (Oratio et eiusdem panegyris ad Caesarem…) dedicata al Papa Paolo III e ad altri due importanti prelati del tempo, è un’orazione di lode in onore di Carlo V d’Asburgo, re di Spagna e sovrano del Sacro Romano Impero. L’orazione funge da prefazione alle Quaestiones Tusculanae di Cicerone, la stessa opera che Pietro Marso aveva promesso di commentare già nel 1491 assieme ad un lavoro su Orazio e all’interpretazione del De Finibus ciceroniano[7]. A differenza del De Finibus, tuttavia, da Pietro Marso non è giunto a noi alcun lavoro su Orazio o sulle Tuscolane. Il fatto che l’orazione di Leonardo Marso fungesse da prefazione proprio alla stessa opera di Cicerone è da considerarsi una pura coincidenza? Stando alle testimonianze citate, si potrebbe facilmente presupporre che Leonardo disponesse almeno degli appunti interpretativi di uno dei maggiori studiosi di Cicerone, scritti giunti a lui proprio in virtù della familiarità con Pietro.

Le coincidenze, in ogni caso, non si limitano alla prima orazione di Leonardo Marso, ma chiamano in causa diversi suoi lavori. Il secondo citato, la Sylvula cui titulis Carrafiana, è un poema dedicato a Gian Pietro Carafa, il futuro papa Paolo IV, e celebra la memoria di un altro nobile della famiglia Carafa, il conte Andrea della Spina, vice-re di Spagna nel Regno di Napoli dal 1523 al 1526. Oltre all’evidente vicinanza alla nobile famiglia napoletana (circostanza che farebbe protendere verso l’accettazione della tesi sostenuta da monsig. Carafa[8]), emerge qui rispetto a Pietro Marso un’analogia di stile letterario che assume ancor più valore se si considera la scarsa diffusione del genere compositivo. Anche Pietro aveva scritto, quasi sessanta anni prima, una sylva in onore della famiglia Gonzaga, precedendo di qualche anno i componimenti di Poliziano che tanta fortuna avrebbe avuto negli anni a venire. Quella stilistica rimane senz’altro un’analogia vaga, considerando la comune vocazione umanistica dei due Marso, così come relativamente rilevante è la comune padronanza delle capacità retoriche, di cui Leonardo diede prova almeno in un’opera del 1542 a lui attribuita, la Oratio habita in aede divi Eustachii in festo Sancti Lucae. Nelson Novoa, nel suo lavoro su Leonardo Marso, scrive che si trattava della “classica orazione esposta nella festa di San Luca, il 18 ottobre”; lo stesso aggiunge inoltre: “Dedicata a Papa Paolo III, dimostra l’ovvia padronanza del Marso delle capacità retoriche nel mantenere il proprio ruolo di professore e maestro in quella disciplina”.

Si può aggiungere, a supporto degli indizi di analogia umanistico-letteraria tra Pietro e Leonardo Marso, una nota specifica relativa alla padronanza della lingua greca da parte di entrambi. La stessa deriva dall’analisi stilistica della dedica al “Libro de l’Amore Divino et Humano” di Leone Ebreo, nella quale la studiosa Maria Vittoria Comacchi riscontra, in particolare, un elemento derivato dalle “Argonautiche” di Apollonio Rodio[9]. Come noto, d’altronde, Pietro Marso era stato uno dei maggiori esperti di lingua greca, levatura raggiunta anche grazie allo stretto rapporto con uno dei più illustri maestri del tempo, il greco Giovanni Argiropulo. Anche in questo caso, si può ridurre la vicinanza alla lingua greca di entrambi i Marso a pura coincidenza?

SECONDO INDIZIO: PAPA PAOLO III E LE CASATE NOBILIARI

Il lavoro per cui Leonardo Marso è maggiormente noto presso gli studiosi contemporanei è la parziale edizione dei “Dialoghi d’amore” di Leone Ebreo[10] che vide la luce nel 1535. Un dettaglio di rilievo risiede nel fatto che nello stesso anno, solo pochi giorni prima del Marso, il diritto alla pubblicazione dell’opera di Leone Ebreo fosse stato concesso in esclusiva a Mariano Lenzi. Esiste a tale proposito un documento nel quale viene specificata la concessione di privilegio analogo a Leonardo Marso da parte del Papa Paolo III, il quale si riferisce a Leonardo come “figlio diletto” (“dilectus filius”). Una familiarità tanto profonda con il Pontefice non può non richiamare alla mente lo stretto rapporto che Pietro Marso aveva instaurato e mantenuto con i massimi livelli della Chiesa romana del tempo[11].

L’edizione della citata opera di Leone Ebreo da parte di Leonardo Marso fu resa possibile dall’interessamento di Bernardino Silveri Piccolomini, già “mastro di casa” di Paolo III. Bernardino, discendente della nobile famiglia Silverj di Celano[12] (città in cui è tuttora sepolto nella cappella del Paradiso della chiesa di Santa Maria in Val Verde) era al tempo segretario del Duca di Amalfi Alfonso Piccolomini d’Aragona (che gli donò appunto il cognome Piccolomini) e sarebbe poi diventato vescovo di Teramo e arcivescovo di Sorrento[13]. Volendo cercare un legame ancor più stretto con Cese, paese natale di Pietro Marso (e presumibilmente anche di Leonardo), si potrebbe qui citare la vicinanza tra un’altra Silveri Piccolomini, ossia Giulia, e il Gran Connestabile Marcantonio Colonna. Giulia, damigella prediletta di Costanza d’Avalos (moglie di Alfonso Piccolomini d’Aragona) era infatti moglie di Luca (o Lucio) del Pezzo, che servì Marcantonio Colonna e fu da questi tenuto in tale reputazione al punto che a lui il Gran Connestabile lasciò in custodia la madre, donna Giovanna d’Aragona, e la moglie, donna Felice, quando Napoli fu in pericolo di essere occupata dai francesi. Ebbene, non si possono non citare in tale ambito tutte le donazioni fatte dallo stesso Marcantonio Colonna a beneficio della chiesa di Cese, prime fra tutte la tela raffigurante la Battaglia di Lepanto del 1571 ed il prezioso organo cinquecentesco. Si può facilmente ipotizzare, a tale riguardo, che Leonardo Marso avesse raccolto l’eredità dello zio Pietro anche in termini di influenza, familiarità e vicinanza alle maggiori casate nobiliari romane, senesi, abruzzesi e napoletane, in questo caso per il tramite di Bernardino Silveri Piccolomini, che Leonardo aveva plausibilmente frequentato all’interno della corte di Papa Paolo III (del quale, ricordiamo, Bernardino era stato “mastro di casa”).

Ma come era riuscito Leonardo ad entrare in contatto con le nobili famiglia dei Farnese (Papa Paolo III) e dei Piccolomini? Al riguardo si possono avanzare solo supposizioni, ma non si può dimenticare che già nel 1472 Pietro Marso era stato precettore di Cristoforo Ammannati, nipote del cardinale Iacopo Ammannati Piccolomini[14]. Alfonso Piccolomini d’Aragona, al quale Leonardo dedicò il secondo libro dei “Dialoghi d’amore”, ricoprì inoltre nella città senese la carica di Capitano del Popolo tra il 1528 e il 1541, anni in cui soggiornò a Siena, in veste di professore universitario, lo stesso Leonardo Marso.

Dagli elementi riportati si può desumere che Leonardo rientrasse a pieno titolo nella cerchia dei letterati gravitanti attorno alle casate più importanti dell’epoca e, di conseguenza, attorno alla corte papale (come d’altra parte era stato a suo tempo per Pietro Marso). Ad ulteriore riprova si cita il legame tra Leonardo e Andrea Turini di Pescia, medico personale di Papa Paolo III già nel 1538. Quasi tutta la produzione di Turini fu infatti raccolta nell’Opera del 1545 dedicata allo stesso Paolo III[15], pubblicazione introdotta da una “lettera al lettore” firmata proprio dallo stesso Leonardo Marso.

TERZO INDIZIO: GIOVAN BATTISTA PIO

L’ultima, importante analogia tra Leonardo e Pietro Marso è relativa ad un terzo professore di retorica dello Studium Urbis, lo stesso Giovan Battista Pio che fu insieme successore di Pietro e collega di docenza di Leonardo. Il Pio, professore a Bologna già nel 1506-1507, era stato chiamato a Roma da papa Giulio II nel 1512 per rimpiazzare il defunto Pietro Marso alla cattedra di retorica. Nel 1527 andò ad insegnare a Lucca, dove rimase per dieci anni prima di accettare l’invito di Paolo III a tornare ad insegnare alla Sapienza. Durante questo secondo mandato entrò appunto in contatto con Leonardo Marso, che, in virtù delle riconosciute capacità umanistiche, poteva disporre di un compenso piuttosto elevato, secondo quanto riportato dal Renazzi con riferimento ai documenti dell’Archivio Capitolino[16]:

“Nel Rotolo del 1539 trovansi assegnati al medesimo quattrocento venticinque fiorini di annuo onorario, che gli eran stati assegnati da Paolo III con special Chirografo. Ma di esso non contento, fece nel 1540 istanza al Senato Romano per ottenerne l’aumento. Nel Consiglio de’ 12 di Giugno dello stesso anno fu risoluto, che stetur Decretis alias factis super salariis Lectorum Gymnasii, et DD. Conservatores una cum Priore adeant Reverendissimum Farnesium, et provideant, ut eis melius videbitur, né si sa, che Leonardo, almen per allora, conseguisse l’intento”.

Ad ogni modo, la vicinanza tra i due professori di retorica giunse al punto che fu proprio Leonardo a pronunciare l’orazione funebre alla morte del Pio, ad oggi non univocamente databile[17]. In merito all’elogio dell’umanista bolognese, il Fantuzzi scriverà nel 1794[18] che “in questo manoscritto del distico riferito sotto l’Inscrizione a pag.34 si fa autore Leonardo Marso, ma così termina – Hunc repero dixit, sidera: terra vale”. L’umanista Pio rappresenta dunque un punto di raccordo assai stretto tra Pietro e Leonardo e risulta oggettivamente poco plausibile rimandare tale raccordo a pura casualità.

I tre indizi sembrano così convergere verso la tesi di relazione familiare stretta da Pietro e Leonardo Marso, sebbene l’unica testimonianza scritta a favore di questa risieda nella nota riportata dal Carafa, mentre non si ha ad oggi traccia di citazioni del nipote Leonardo da parte di Pietro né di Ascanio Marso. Secondo quanto riportato da Mario Di Domenico nel suo “Cese sui Piani Palentini”, Pietro aveva due fratelli, Domenico e Giovanni, che risultavano già defunti nel 1508. Nell’atto notarile stilato nello stesso anno vengono citati i nipoti diretti Gregorio e Antonello (figli di Domenico) e appunto Ascanio (figlio di Giovanni)[19], mentre non vi è traccia di Leonardo. L’atto, tuttavia, non fu mai ufficialmente adottato; tale dettaglio dà spazio all’ipotesi che Pietro volesse includere nelle proprie volontà testamentarie altri beneficiari, magari altri familiari, o nipoti non diretti tra i quali potrebbe rientrare, a ben vedere, proprio Leonardo.


[1] F. M. Renazzi, “Storia dell’università degli studi di Roma detta comunemente La Sapienza”.
[2] Giovan Battista Pio; si veda al riguardo il “terzo indizio” riportato più avanti.
[3] Pietro di Biase, “Fra istituzioni e soppressioni: la presenza degli Ordini religiosi nella diocesi di Trani dall’XI al XIX secolo”.
[4] La notazione deriva dal lavoro per cui Leonardo Marso è maggiormente noto, ossia la parziale edizione dei “Dialoghi d’amore” di Leone Ebreo, opera che nel Giornale Storico della letteratura italiana (volume XXVII, Loescher 1896) viene citata con riferimento alla dedica di “Leonardo Marso d’Avezzano”. Nella Biblioteca Comunale di Bologna si conserva la collezione Giordani, che contiene tra l’altro (XXXVII [g. II. 17]) «Libro de l’ amore divino \ et humano». S.1. n.a.; di e.n. n.48; a e. n. n.1 v.2, dedica di «Leonardo Marso d’Avezzano al S. Bernardino Silverio | de’ Piccolomini, | Abate et prot. net. Apost.».
[5] Nel 1535 Leonardo Marso compare nuovamente, dopo il biennio 1531-1533, come insegnante in humanitate presso lo Studio senese (V. James Nelson Novoa, “La pubblicazione dei Dialoghi d’amore di Leone Ebreo e l’Umanesimo dell’Italia meridionale”).
[6] “L’edizione (del “Libro de l’Amore Divino et Humano” di Leone Ebreo, ndr) fu curata da un umanista abruzzese, Leonardo Marso che, oltre ad avere stretti contatti con gli ambienti senesi e romani del primo Cinquecento, fu in rapporto con suoi amici ed estimatori” (Fabrizio Lelli, “Intellettuali ebrei e Accademia Pontaniana: alcune considerazioni alla luce di due recenti pubblicazioni” – Università degli studi di Napoli “L’Orientale”, 2017).
[7] Nella seconda edizione del commento al De Officiis, Pietro scriveva infatti che i lavori su Orazio, le “Tuscolane” e il De Finibus avrebbero dovuto ancora attendere il proprio “legittimo tempo” (“Sed nova in Horatium, Tusculanas Quaestiones, et divina illa volumina de Finibus, vigilia, tempus pariendi legitimum expectant”), segno che in quel periodo aveva già intrapreso o stava per intraprendere l’esegesi dei testi citati.
[8] Seppure con le dovute precauzioni, soffrendo la ricognizione storica del Carafa sull’Università romana di numerose imprecisioni e lacune, così come evidenziato del Renazzi nelle sue molteplici citazioni.
[9] Tale nota, nello specifico, “riuscirebbe a tratteggiare ulteriormente il profilo dell’editore Leonardo Marso […], poeta latino, ammiratore e studioso dell’antichità classica, di cui non stupirebbe affatto quindi la conoscenza del greco e la lettura di un testo quale quello delle Argonautiche con i relativi commenti”. In “Renovatio antiquorum e deificatio hominis: il profilo storico e filosofico di Yehudah Abarbanel (Leone Ebreo) e dei suoi Dialoghi d’amore tra Marsilio Ficino, Giovanni Pico e Francesco Cattani da Diacceto” – Maria Vittoria Comacchi – Tesi di ricerca del Corso di Dottorato di ricerca in Filosofia e Scienze della Formazione, Università Ca’ Foscari Venezia.
[10] Nome originario Yehudah Abravanel, strettamente legato alla monarchia aragonese; il padre era giunto a Napoli dalla Spagna nel 1492. “Come ha ben evidenziato il Croce, in età aragonese i modelli culturali risultavano da un’integrazione di tradizioni iberiche e italiane: a Napoli si parlava castigliano, catalano (usato soprattutto nell’amministrazione) e una varietà di volgari italiani” (B. Croce, “La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza”, Laterza, Bari 1949).
[11] Si citano, a puro titolo esemplificativo, lo stretto rapporto con il Cardinale Raffaele Riario, pronipote di Papa Sisto IV, e le orazioni tenute da Pietro Marso davanti ai Pontefici del tempo: la Oratio dicta in die Ascensionis de immortalitate anime, recitata in San Pietro nel giorno dell’Ascensione del 1484 davanti al Papa Sisto IV, il Panegyricus in memoriam S. Iohannis Evangelistae, recitato sempre nel 1484 dinanzi al nuovo Papa Innocenzo VIII e la Oratio in die S. Stephani, tenuta nel 1487 nella cappella Sistina ancora davanti al Papa Innocenzo VIII.
[12] Silverio Silveri Piccolomini fu un nobile romano “caro ai principali personaggi della Corte pontificia” (Ughelli, “Italia Sacra”). Lo stesso casato era già al tempo decorato del titolo di “barone di Balsorano”.
[13] Scrive Leonardo Marso, con riferimento al secondo dei Dialoghi: “E mentre che fra me così pensavo, mi s’offersero a un tempo le lettare che Benedetto Gionti mi mandò da Fiorenze … e la ferula che già mi donaste: e ricordatomi in essa esser inchiuso (sicondo narrano i poeti, e per esperienzia ho visto in Puglia) il fuoco che Prometeo robbò al cielo … non solo ne viddi uscir scintille, ma fiamme lampeggianti a guisa di baleni … ho preso assunto d’imprimare in più volumi, come una bellissima immagine sculpita in molti gessi, ben che sia degna d’intagliarsi in piastre d’oro… ho voluto frettolosamente mandare per ora fuore uno de’ suoi quattro rami, acciò che la studiosa gioventù, visto tanto splendore in un membro solo, possi giudicare e quale e quanto ne l’integro corpo stia nascoso, e per dimostrar più chiaro quel che sotto al velo delle parole si cuopre… Noi, battezzando l’autore di questo libro, perché fu ebreo, gli porremo il nome di Prometeo (avvenga che si chiamasse Abram, o vero Leone), perché fu uomo dottissimo e racchiuse la scienzia in questa sua opera divisa in quattro libri, ne’ quali parla divinamente dell’Essenzia, Comunità, Origine ed Effetti d’Amore … la dedicazione della quale sarà a Don Alfonso Illustrissimo Signor Duca di Malfi, nostro comune padrone, da che non veggo che l’Autore l’abbi ad altri dedicata” (Leão Hebreu, “Diálogos de amor”, a c. di G. Manuppella, Instituto Nacional de Investigação Científica, Lisboa 1983, 558-561; Nelson Novoa, “La pubblicazione dei Dialoghi”, 220-221).
[14] Diverse sono le lettere dell’Ammannati a Pietro Marso. In quella inviata da Siena il 6 settembre 1472, in particolare, il cardinale Ammannati gli comunica la propria soddisfazione per i progressi del nipote Cristoforo, informandolo del fatto che Guidantonio Piccolomini gli ha fatto le lodi per il suo insegnamento.
[15] Romae, apud D. Hieronymam de Cartulariis, 1545. L’opera, introdotta da Andrea Cybo, Alessandro Petroni e Simone Porzio, verte soprattutto su una serie di aspre polemiche con Matteo Corti, collega del Turini alla corte del Papa.
[16] Arch. Cap. I. Tom. XVIII. Pag 105.
[17] Nelson Novoa attesta che la morte del Pio avvenne senza dubbio prima del 1545. L’ultimo incarico di docenza documentato alla Sapienza è del 1542; se l’anno coincidesse con quello della sua morte, si dovrebbe datare la nascita nel 1467, dato non unanimemente condiviso dagli studiosi.
[18] “Notizie degli scrittori bolognesi raccolte da Giovanni Fantuzzi tomo nono che contiene aggiunte e correzioni” – Bologna 1794 nella stamperia di S. Tommaso d’Aquino. Fantuzzi cita Leonardo Marso all’interno del profilo letterario del Pio riprendendo il “Teatro d’Homini Letterati” del Ghilini.
[19] Nell’instrumentum concordiae che Pietro volle far redigere nel 1508 dal nipote Ascanio, notaio in Roma, si stabilì la ripartizione dei suoi beni ancora posseduti a Cese: la porzione della casa paterna relativa al piano superiore fu ceduta ad Ascanio, mentre Gregorio ed Antonello occuparono il piano terra. Ad Ascanio, Antonello e Gregorio lasciò tutti i suoi mobili da dividersi in parti uguali di un terzo ciascuno. Per qualche sconosciuto motivo, il progetto di Pietro non ebbe seguito, almeno secondo le pubbliche forme. A margine dell’atto fu infatti annotata la specifica del “non rogatus”: “Ascanius non fuit rogatus da hoc instrumento sed fuit hoc per errorem scriptum”.


<Articolo originale basato sui contenuti riportati in “Pietro Marso Cesensis” (2012) arricchiti da ulteriori ricerche personali>


Lascia un commento