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La devozione alla Santissima Trinità. Sempre viva

[Storia delle Cese n.94]
di Roberto e Osvaldo Cipollone

Una fede antica lega diversi paesi marsicani al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra. Una devozione che non può spiegarsi con il semplice senso del pellegrinaggio cristiano, ma che conserva nella propria quota istintiva il significato profondo di una spiritualità impastata con la storia ed impreziosita dalla forza della tradizione. Le Cese non fa eccezione, e anzi incarna in maniera del tutto personale quella dedizione alla Santissima Trinità che passa incolume attraverso gli anni. Nella memoria dei più anziani sono rimasti impressi anche alcuni nomi, come quello di Tranquillo Micocci (1884), eccellenza condivisa e persona dalle spiccate capacità atletiche. Via via negli anni, si ricordano poi Raimondo Patrizi (1894) e i suoi coetanei e, in epoca a noi più vicina, i vari Luigi Bruno (1915), Faustino Cipollone (1917), Lorenzo Patrizi (dejjo Circhiaro 1923), Genesio Torge (1928) e tanti altri loro coetanei. A quei tempi non erano previste lunghe soste o dormite ristoratrici. L’equipaggiamento dei pellegrini prevedeva un ombrello con manico di legno utilizzabile anche come bastone, una coperta, qualche maglia ed altri effetti posti dentro un grosso borsone o in un sacco di iuta portato a spalla. I viveri consistevano invece in fiaschi d’acqua, di vino, fette di pane casareccio condite con olio e sale e frittate preparate con mentuccia o con cipolla; in alternativa, qualcuno portava alici o insaccati. In segno di devozione, alcuni pellegrini effettuavano l’ultimo tratto verso il santuario a piedi scalzi. Il classico canto del “Viva viva e sempre viva” veniva letto sugli appositi libretti e cantato senza strumenti di accompagnamento, ed era un po’ diverso per tonalità. L’ornamento dei pellegrini, oltre alle tipiche ed originali spillette con l’immagine della Santissima, consisteva nelle classiche ghirlande colorate fatte di carta, da fissare sulle pagliette. La devozione, al di là degli aspetti di folclore, era tanto sentita. Basti pensare che perfino i praticanti non assidui alle liturgie parrocchiali non mancavano mai di recarsi in pellegrinaggio alla SS.ma Trinità o a Sant’Anna, e guai a chi si permetteva di nominarle invano o inopportunamente.


Incontro Elena Guidoni (“di Pierina”) per restituirle un libricino dei canti della SS.Trinità e approfitto per ripercorrere con lei un po’ di questa storia.

Pe’ quanti anni ci si’ ita alla Trinità?

-Fra quando era giovanotta che so’ ita puri a Sant’Anna e la Trinità, ‘na trentina d’anni

Prima se ’éva de più a Sant’Anna o era uguale?

-Chi ’éva a Sant’Anna e chi alla Trinità. E a Sant’Anna se cantéva ’na canzone a parte, puri questa sta scritta ajjo libricino, ma mó non la conosce gnisciuno. Ci stéva puri chi faceva j’uno e j’atro. Per esempio, ’no parente de “Bicillétta” che abbitéva a pian terreno addo’ àbbita mó Teresa, ’éva sempre a tutte e ddu’. E è stato proprio isso a fa’ jo primo stannardo.

Chiedo informazioni a zia Anna Maria, nipote di Palmerino “Bicilletta”.
«Erano zio Ernesto e zia Caterina, la moglie», mi racconta. «Lui lo chiamavamo “papà ‘rósso” (ma già non c’era più da qualche anno) ed era il fratello della mamma di nonno Palmerino, Maria Domenica (Cosimati). Io me lo ricordo bene quello stendardo, perché per qualche tempo, fino a quando avevo quattro anni, ho dormito da zia Caterina a pian terreno (lei era già rimasta vedova). Lo stendardo era di raso e nel tempo, con il fatto che ci si appuntavano tante spillette ai lati, si era rovinato e si stava lacerando; così mamma (Lucia, moglie di Filippo “jo Riccio”, ndr) ne commissionò uno nuovo a “Luigino” il pittore. È lo stesso che si usa ancora oggi – assieme all’altro, dipinto sempre da “Luigino” – tranne per gli ottoni, che nel tempo si erano anneriti e Teresa ha fatto rifare, aggiungendo anche la borsa e la copertura».

Una bella storia di devozione che ancora continua, così come continuano i ricordi di Elena.

-Allo ì dormèmmo a Cappadocio, ci mettèmmo sempre ajjo piazzale vicino ajjo fontanilo, tutti quanti lòco. Po’ arrivèmmo alla Trinità e ci addormèmmo ’n-terra, addo’ mó sta fatto jo piazzale, ma allora non era aggiustato, era lappo-lappo ajjo muragliono, e ’na ’òta Pasqualino se rucicò mentre dorméva… pe’ fortuna j’arboro j’è fermato, se nno…

Quindi se dorméva proprio sotto ajjo santuario?

-I’ so’ dormito ’n-cima a quele prete che te correva l’acqua sotto. E pensa che a quiji tempi all’acqua della Trinità se facevano puri compari. Se bagnévano le mani all’acqua che esce dalla roccia e se diceva che se facevano compari; mamma co’ la commare Polisia se chiamévano commari perché ci ss’erano fatte lòco.

A quiji tempi jo pellegrinaggio era più sofférto…

-E che ci stévano i sacchi a pelo o ji zaini de mó? Te potivi porta’ ’na coperta, e quanno pioveva se bagnéva e adivi fa’ jo viajio co’ ssa coperta ’mbossa… Ci stévano i tascappani, i’ teneva ’no zaino “da sordato”, se diceva, e ’ji spallacci me facevano sempre le ferite… E non ci stévano manco le scarpi adatte. Chi te lle deva le scarpi? ’N anno pe’ i’ a Sant’Anna me so’ fatte le ciavatti co’ lle pezze; stèmmo tutte sotto a ’n arboro ècco vecino alle casette e i’ coceva le pezze una ‘n-cima all’atra. Penza che mentre stèmmo loco, arrivò la notizia che fratemo zico, Michele, s’era morto; teneva cinque anni, stéva a Roma perché teneva la meningite, e quij’anno ovviamente non semo partite più. Po’ però ci so’ ita tante ’òte, non te saccio dice quante spillette téngo…

Già allora ci stéva quacche banchetto che le vennéva…

-Cérto, quaccheduno co’ le spillette e i santini ci stéva, ma no comme mó che hao fatto ’no mercato. Allora non ci stévano manco quiji che facevano a magna’, te portivi quelo che era e via. E ci sse ferméva sempre ajji prati della signòra, addó mó la pro loco fa jo pranzo; quijo è jo punto addo’ ci semo sempre fermati.

E comunque erano sempre du jorni de viajio…

-Se parteva sempre de venerdì e se revenéva la domenica; solo che se parteva ’no poco prima, a “vintun’ora”. La prima ’òta che semo fatta la mulattiera è stato co’ zio Luigi “de ’Ngelèlla”; semo passati alla Madonna delle Grazie, po’ alla cappelletta vecino a Corcumejjo e semo proseguito, senno’ prima se faceva sempre “jo Morróno” ’ritto pe ’ritto. Pe’ carità, quanno arrivivi ’n-cima…

Una consuetudine antica legata al viaggio a piedi era quella delle “filanche”. Nell’attraversare i boschi al ritorno dalla Trinità, infatti, anticamente gli uomini tagliavano delle lunghe e pesantissime pertiche di faggio, chiamate appunto “filanche”, che, sezionate a metà e fatte essiccare, venivano poi utilizzate come “stanghe” per l’essiccazione di prosciutti e salumi, oppure per realizzare scale a pioli o altri manufatti. Gli esemplari venivano tagliati nei pressi di Camporotondo con la roncola portata al seguito. Poggiati sulle spalle e trascinati lungo il tragitto, con essi si superava il valico del “Morrone” per arrivare fino a Cese. Alla fine del canto tradizionale, le pertiche venivano adagiate tutte in fila a ridosso della facciata della chiesa per poi essere portate a casa. Anche a quei tempi la “compagnia” era molto numerosa, come conferma Elena…

-La gente ci stéva sempre, mó perché tanti vao co’ lla machina o co jj’autobus, ma prima ’évano tutti a pèto. E me recordo quanno facèmmo la “montagna dejji struppi”: ci nne stévano tanti, e i’ me metteva sempre i sordi spicci ’n-saccoccia pe dàreci caccósa.

Allora “ji struppi” ci stévano veramènte…

-Era ’na fila de struppi, te fermévano tutti quanti. Mo c’è remasto forse uno solo, se mette allo cala’ co’ lla fisarmonica e jo cappellitto…

E comunque se partéva sempre, co’ llo piove o meno…

-Alle Cese partémo puri co’ llo piove, è sempre stato coscì… e quant’acqua semo pigliato! T’aggiustivi comme potivi, ma tante vote c’è graziato e jo témpo s’è remisso. È sempre la Trinità eh…

<Articolo originale redatto sulla testimonianza di Elena Guidoni (1933-) e su ricerche personali>


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