[Storia delle Cese n.197]
di Osvaldo Cipollone
Fra i nostri compaesani, molti si sono distinti per capacità, ingegno e anche per la propria particolare filosofia di vita. Tanti anni fa, ad esempio, c’era a Cese un falegname molto abile che costruiva congegni sofisticati, giocattoli e marchingegni vari. Riparava inoltre le statue dei santi facendole ritornare come nuove e per questo motivo era chiamato “zi’ Pietro jo Santaro”. Il suo vero nome, però, era Pietro Ciciarelli (1871-1956). Si può dire che l’arte professionale fosse dote di famiglia, in quanto anche suo fratello Gennaro aveva acquisito il titolo popolare di “Mastro”; Gennaro, tra l’altro, era il padre dell’ingegner Augusto Ciciarelli, noto alle generazioni successive anche per esser stato nominato ufficiale di governo a Cese nel periodo a cavallo della liberazione del giugno 1944.
Ebbene Pietro, oltre ad essere un provetto falegname “civile”, riusciva a ricostruire ad arte non solo le braccia rotte delle statue, ma anche le singole dita, le ali degli angeli ed ogni sorta di accessorio delle statue lignee. Gli inconvenienti, d’altra parte, potevano accadere non di rado quando le statue venivano portate in processione, spostate, prelevate o riposte nelle nicchie della chiesa. Era allora “Zi’ Pietro” a prendersene cura effettuando piccole, ma meticolose riparazioni e accettando solo un modesto compenso per le proprie prestazioni. L’indole scanzonata, d’altra parte, lo portava anche a tenere in bella vista, nella propria bottega, una personalissima cassa da morto che si era interamente preparato da solo secondo le misure del proprio corpo.
Questi pochi aneddoti non riescono a tracciare adeguatamente una personalità che era assolutamente poliedrica. A lui, ad esempio, facevano ricorso tutti coloro che volevano cimentarsi nel declamare in chiesa i vespri mattutini, che al tempo erano tassativamente in lingua latina. Il buon Pietro non aveva seguito corsi specifici della lingua dei Romani, ma aveva acquisito dimestichezza frequentando la chiesa e facendo parte del coro che ogni mattina, prima della messa, cantava “gli uffizi”. La pronuncia “maccheronica”, d’altronde, non era un problema rilevante, come non costituivano ostacolo le difficoltà formali che la lingua nascondeva. Pietro riusciva infatti a trasmettere e far recepire cadenze, pause ed espressioni che ricalcavano fedelmente il parlato e il cantato latino. Soprattutto, insegnava a leggere e a cantare anche a chi non era del tutto scolarizzato. Così, chi usciva dalla sua “scuola” faceva sempre bella figura quando veniva ammesso ed inserito nel coro e Pietro ne era orgoglioso. Il suo supporto, tra l’altro, continuava anche in quella seconda fase, poiché amava seguire ancora i suoi discepoli mentre cantavano al suo fianco, all’interno del coro degli altri professionisti.
<Articolo originale basato su ricerche personali>

