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Una pietra, bianche facce di morte. Il terremoto

[Storia delle Cese n.188]
di Roberto Cipollone

Le testimonianze scritte e materiali sul terremoto del 13 gennaio 1915 riemergono ancora come piccole gemme in grado di aggiungere pezzi di conoscenza e di memoria a una storia dolorosa che, però, è sempre necessario conservare e raccontare. Tra le testimonianze “archeologiche” recentemente ritrovate a Cese va annotata la presenza di una pietra incisa che ricorda il lavoro dei soccorritori qui impegnati nelle operazioni di salvataggio e ricovero, disseppellimento, rimozione delle macerie e prima ricostruzione. Come noto, nel nostro paese furono attive diverse squadre, in primis quelle dei volontari giunti dalle cosiddette “terre irredente” di Trento e Trieste, con Nazario Sauro e altri patrioti impegnati personalmente a dare soccorso ai sopravvissuti e a realizzare le prime baracche di legno. Lavorarono al loro fianco anche i reparti dell’esercito regolare, che continuarono a dare il proprio contributo in paese per diverse settimane e mesi, fino a quando non furono richiamati presso i comandi di addestramento in vista dell’imminente ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale. La pietra lasciata a Cese dalla “Brigata Alpi” (1° Plotone della 7^ Compagnia) riporta incisa la data del 10 marzo 1915, a testimonianza di un impegno di quasi due mesi all’interno del paese. L’iscrizione recita in dettaglio: “52 – Brigata Alpi (129° Reggimento Fanteria M.M.). I soldati del 1° Plotone della 7^ Compagnia Q. R. PP. 10 marzo 1915”.

Non è nota la collocazione originaria di questa pietra, ma si può ipotizzare che fosse stata provvisoriamente murata sui pochi resti della chiesa di Cese liberata dalle macerie o alla base del campanile eretto a poca distanza. Converge verso la prima ipotesi, in particolare, la testimonianza di Vincenzo Cipollone (“de Papparèjjo”), il quale sull’argomento ricordava: “Gran parte dei morti della chiesa sono rimasti sotto le macerie. Quando sono arrivati i soldati del Genio, hanno abbattuto il muro più alto rimasto in piedi, hanno spianato tutto e c’hanno buttato sopra la calce in polvere. Poi su una pietra della balaustra hanno scritto «Qui riposano i morti del terremoto» e basta”. Dettagli leggermente diversi che raccontano però con la stessa, cruda autenticità la storia dolorosa di quei giorni.

Lo stesso dolore e lo stesso coinvolgimento emotivo emergono anche da alcuni scritti di stampo più propriamente “tecnico”, come quelli dei sismologi, degli ingegneri e degli architetti della ricostruzione, dei funzionari e dei documentaristi. Una delle immagini più drammatiche è quella dipinta dalle parole di Gustavo Giovannoni, architetto e ingegnere impegnato nella ricostruzione[1] assieme ad altri professionisti come il noto ingegnere Sebastiano Bultrini. Nel ricordare i suoi primi giorni nella Marsica, Giovannoni avrebbe scritto:

Cara terra d’Abruzzo! Ricordo triste e solenne è quello della spedizione di soccorso nei paesi del terremoto marsicano. Il centro di Avezzano, i villaggi de Le Cese, di Aielli, di Paterno erano ridotti a cumuli di sassi e di calcinacci, e sopra la sopravvenuta neve vi stendeva un candido lenzuolo, che copriva i ruderi, i morti, i feriti ancora sepolti. Non mi esce dalla mente l’immagine della chiesa de Le Cese, ove tra le travi e le macerie di muri spuntavano fuori cadaveri di donne, apparentemente immuni di lesioni, che, con la faccia bianca, sembravano statue di cera[2].

Bianche statue, anime di questo paese perse e fattesi eterne in pochi attimi. Quegli stessi, interminabili secondi sarebbero stati poi studiati sotto diversi punti di vista da sismologi e relatori scientifici come il professor Emilio Oddone, il quale avrebbe indagato natura e caratteristiche delle scosse sia con osservazioni dirette che con domande volte ai superstiti sulle particolarità sonore avvertite durante le scosse stesse.

Non è nell’indole della pubblicazione dare descrizione della tragedia; altri lo fece e farà meglio, e del resto più che nei libri, l’orrenda storia sarà nei secoli documentata dalle pietose rovine. Avezzano, Le Cese, Cappelle, Paterno, Collarmele, S. Benedetto, Ortucchio e Gioia furono rase al suolo e ridotte a cimitero. […] Ho interrogato molte persone che il terremoto incolse in campagna, se ricordavano il numero degli impulsi sensibili. Li ho anche invitate a riprodurre col suono imitativo della bocca la successione delle più tremende concussioni. Tutti si accordavano a paragonarne il rumore ed il ritmo a quello di un potente automobile che si avvicina rapidamente. E ad imitare questo suono e questo ritmo ripetevano parecchie volte e rapidamente quasi gli stessi monosillabi: bu, oppure blu, oppure bum. […] A Scurcula (sic): Ida, blu. blu, blu, blu, blu in 2 sec. A Cappelle e Le Cese da vari bum, bum, bum nello stesso intervallo. A Corcumella e Capistrelli (sic) blu, blu, blu, blu, blu, blu in 2 sec. Dai movimenti delle mani che accompagnavano la voce, mi formai l’idea che si trattasse di oscillazioni semplici. Ed infatti i pali telegrafici presso Cappelle furono visti compiere sei o sette oscillazioni semplici in circa 2 sec. […] Ho visitato i cimiteri di Le Cese, Luco, Trasacco, Celano, Capistrelli, trovandovi su per giù sempre gli stessi argomenti. Le croci in legno erano per lo più inclinate, ma nessuna spezzata. […] I paesi sulle alluvioni terrazzate e più quelli situati a confine tra la roccia e l’argilla ebbero sorte orrenda: Avezzano, S.Benedetto, Ortucchio, Collarmele e Le Cese furono annientati! […] Data la configurazione dell’alveo fucense e la situazione dell’epicentro, si osserva che i paesi totalmente distrutti come San Benedetto, Ortucchio, Gioia, Collarmele ed Avezzano erano esposti in pieno alle onde orbitali. Più d’un paese, già mal situato sopra un confine geologico, ha potuto trovarsi rispetto l’epicentro come in un secondo fuoco reale, dove le ondulazioni gravifiche per riflessioni sovrapposero i loro effetti; viceversa più d’un paese ha potuto trovarsi riparato da un ostacolo che avrà deviato l’onda. Fa eccezione Le Cese distrutta, malgrado fosse nell’ ombra del Monte Cinturone (sic). […] Lungo la strada da Cappelle stazione a Le Cese, al bordo dei Campi Palentini, visitai addi 16 gennaio uno di quegli strani inghiottitoi carsici di acque, ma esso funzionava normalmente[3].

D’altra parte, i giorni immediatamente successivi al terremoto videro giungere nella Marsica una varietà di figure con ruoli, funzioni e propositi diversi. L’apporto dei soccorritori, in particolare, avrebbe conservato una lunga eco anche per via del particolare legame creatosi con i volontari giunti da quelle terre che sarebbero tornate italiane solo dopo la fine del conflitto mondiale. Tra loro c’erano, come detto, le squadre di irredentisti guidate, tra gli altri, da Nazario Sauro, Giovanni Giuriati, Diomede Benco, Vittorio Fresco e Pio Riego Gambini. Anni e decenni dopo, il triestino Renato Timeus avrebbe raccontato quello stesso legame riportando la storia del volontario Giuseppe Sillani e lo speciale sentimento di riconoscenza esplicitato anche da Gabriele D’Annunzio.

Il giorno 12 gennaio (sic) spargevasi in tutta Italia la triste nuova che la terra d’Abbruzzo (sic) era stata desolata da un violento terremoto, che Avezzano era stata rasa al suolo, che numerosi villaggi erano stati smantellati, migliaia di vittime sepolte sotto le rovine, infinite famiglie senza pane e senza tetto. […] I volontari vollero in quell’occasione attestare la loro solidarietà con i colpiti dalla sventura, il loro spirito di sacrificio verso la Patria così terribilmente provata e il giorno 14 gennaio 1915 partì da Mestre il plotone agli ordini dell’avv. Giuriati e di Diomede Benco, con viveri, materiali, medicinali, attrezzi da lavoro, coperte. Giunto ad Avezzano, fu mandato sulla montagna nel piccolo villaggio di Le Cese. Quivi Sillani lavorò giorno e notte per liberare feriti dalle macerie, per seppellire morti, per abbattere muri pericolanti, per aprire strade, per costruire baracche, per confortare, aiutare, curare. Costruite due grandi capanne e consegnato ai superstiti del villaggio tutto il materiale che aveva portato con sé, il plotone rientrò a Mestre. Gabriele D’Annunzio ricordò nella Sagra dei Mille la spedizione d’Avezzano con queste parole: “I fuorusciti di Trieste e dell’Istria e gli esuli adriatici, i più fieri allo sforzo, i più candidi, diedero alle саpanne costrutte i nomi delle terre asservite, come ad augurare e ad annunziare il riscatto. Il fratello guardava il fratello, talvolta per leggere nel fondo degli occhi la certa risposta alla muta domanda. Allora lo spirito di sacrificio entrò nella Nazione riscossa, precorse la primavera d’Italia”[4].

Nello “Schedario dell’Irredentismo” dell’Archivio della Biblioteca di Trieste sono riportate alcune note su un altro volontario, Bruno Tommasini, del quale si legge: “Il 13 gennaio 1915 giunse la notizia del terremoto della Marsica, i volontari del battaglione Giurati e di Vittorio Fresco, ottennero l’autorizzazione di prendere parte all’opera di soccorso sui luoghi del disastro. Il battaglione di Tommasini fu destinato alla zona del villaggio di Cese totalmente distrutto. In tutta la zona sinistrata si prodigarono fra gli altri, Tommasini, Ercole Miani, Renato e Ruggero Timeus, Diomede Benco, Nazario Sauro, guidati dal medico Augusto Nordio, anche lui fuoriuscita”.

Il tema sarebbe stato oggetto di approfondimento ancora negli anni ’60, ancora dietro ispirazione dannunziana e ancora con esplicito riferimento al particolare caso di Cese, a cui sarebbe stata così tributata rilevanza nazionale. 

[L’Arena di Pola, 20 marzo 1962 – “D’Annunzio nelle vicende dell’Istria e di Fiume”].
Il dott. Renato Timeus ha intrattenuto la settimana scorsa gli istriani convenuti numerosi a Trieste al Circolo degli Istriani su di un argomento di vivissimo interesse e di alto sentimento patriottico: “Gabriele D’Annunzio nelle vicende istriane e fiumane”, come appare in tanti suoi scritti. […] Una prima presa di contatto di d’Annunzio fu alla vigilia del maggio ’15, quando al disastroso terremoto di Avezzano le squadre di Venezia, di Bologna, tutte giuliane, accorsero nella terra sua, di Gabriele, a porgere l’aiuto fraterno ai colpiti del grave disastro. Fu a Le Cese, piccolo villaggio che i giovani capitanati da Sauro, da Timeus, da Gambini, da Fresco ed altri prestarono la loro opera fraterna. E di ciò d’Annunzio trova parole di viva riconoscenza e affettuosa solidarietà in alcuni suoi scritti.

Testimonianze scritte che raccontano l’immensa tragedia con brevi tratti, segnati ai margini di una lunga cicatrice che neanche il tempo rimarginerà.


[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Gustavo_Giovannoni
[2] Gustavo Giovannoni, “Architetture di pensiero – pensieri sull’architettura”. Apollon, Roma, 1945 https://archive.org/details/giovannoni-architetture-di-pensiero
[3] Emilio Oddone, Gli elementi fisici del grande terremoto Marsicano-Fucense del 13 gennaio 1915, in “Bollettino della Società Sismologica Italiana”, vol.19 (1915), pp.71-217. Modena 1915 https://storing.ingv.it/cfti/cfti5/pdf_R/003114-235484_R.pdf
[4] Renato Timeus, “Giuseppe Sillani, profugo e soldato”, in “Alpi Giulie. Rassegna della Società alpina delle Giulie”, Anno ХХIII. Fascicoli di gennaio-giugno 1921https://caisag.ts.it/wp-content/uploads/2023/06/AG-Anno-23-n.1-3-1921.pdf

<Articolo originale elaborato sulla base dei testi citati>


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