,

Jo róto, o del fare piazza

[Storia delle Cese n.187]
di Osvaldo Cipollone

Jo róto è un termine dialettale che tradotto in italiano indica il crocchio, ossia, letteralmente, un gruppo di persone disposte a cerchio che dialogano tra loro e si scambiano informazioni, discorsi, battute, dicerie e aneddoti. Soprattutto in passato, la consuetudine “de fa’ jo róto” offriva alle persone, prevalentemente agli uomini, un modo per intrattenersi a lungo a chiacchierare e trascorrere così del tempo in compagnia, specialmente nei periodi più pigri e nei momenti di stacco. Accadeva soprattutto d’inverno, quando alcuni lavori rurali rimanevano in sospeso per via delle condizioni meteorologiche. Jo róto diveniva così un momento di svago, di leggerezza, di spensieratezza, ma anche di confronto verbale utile allo scambio, alla comunicazione e all’apprendimento. C’era chi riportava alla mente e condivideva fatti realmente accaduti, chi li coloriva di piccole fantasie, chi li ingigantiva e chi magari li inventava di sana pianta. Ovviamente, in quei frangenti potevano emergere obiezioni, punti di vista diversi e anche aperti contrasti; qualcuno esternava blande offese o provocazioni, altri si arrabbiavano al punto da lasciare tutti e andare via inveendo. Quelli maggiormente presi di mira erano proprio i più facili all’irascibilità; su di loro, infatti, cadevano arguti sfottò e dispetti da parte di quelli più scaltri o bravi a simulare serietà anche quando lanciavano lazzi e provocazioni. Era sufficiente che due o tre persone si spalleggiassero tra loro per raggiungere lo scopo: urtare il carattere di qualcuno dei presenti facendolo innervosire. L’obiettivo ultimo era quello dell’intrattenimento, del passatempo, dell’ilarità a tutti i costi, anche con modi buffoneschi. Come scritto, però, jo róto era anche occasione e strumento di apprendimento, di scambio sia di conoscenze tecnico-pratiche che di informazioni e notizie apprese magari da persone ed esperienze esterne. Anche il confronto su questi temi poteva ovviamente alimentare discussioni e contrasti originanti da posizioni e convincimenti divergenti. In un’epoca nella quale lo scambio avveniva quasi esclusivamente vis-a-visjo róto rappresentava spesso l’allargamento “pubblico” di dibattiti e discorsi personali, che fossero o meno di tono leggero. Alcuni autori abruzzesi ne hanno riportata l’immagine con cenni anche incisivi, come quello di stampo politico lasciato da Ignazio Silone ne “Il segreto di Luca”: “All’inizio di una delle guerricciole mosse dal passato governo contro dei popoli inermi (adesso non ricordo più se fosse il turno degli spagnoli o degli etiopi) Andrea dichiarò in piazza, in un crocchio di conoscenti: “È un’ignominia”. Lo scandalo non era nel senso delle sue parole, ma nell’averle pronunziate in pubblico. Avrebbe potuto smentirsi, riabilitarsi. Fece il contrario, come se avesse a lungo aspettato quell’occasione”.  D’Annunzio ne ha invece riportato l’immagine più ciarliera nelle sue novelle: “Allora, nella via si riunivano in crocchio, tenevano discorsi libertini, si rinfocolavano, cercavano d’immaginare le occulte forme della cantatrice”. Nell’immaginario collettivo l’idea dejjo róto rimanda più facilmente ad un gruppo composto da soli uomini, probabilmente perché era questa la forma più evidente, a sua volta legata alla “piazza”. Le versioni al femminile erano magari più discrete e ristrette, ma avevano fondamentalmente caratteristiche analoghe.

L’etimologia del termine è incerta, ma rimanda facilmente alla “ruota” intesa come cerchio, circolo, ma anche in senso figurato con riferimento al parlare a ruota, con il coinvolgimento di tutti o quasi tutti i presenti. Un aspetto particolare è legato alla scarsità di analogie con gli altri dialetti locali; le uniche note sono quelle con il celanese “j rót” e con il maglianese “jo rocio”, termine questo che veniva usato anche per indicare un mucchietto, un cumulo (“‘no rocio de neve”)[1]. Ad Avezzano, ad esempio, il termine non risulta noto né utilizzato, e così anche a Capistrello, a Corcumello, a Scurcola e a Villa San Sebastiano (dove si può usare “’no mucchio de ggente”). Neanche a Cappelle esiste un termine specifico assimilabile a jo róto, ma solo alcuni punti del paese in cui le persone si fermavano maggiormente a chiacchierare (principalmente le scalette che esistevano un tempo di fronte al bar Salucci, dove il sole sbatteva in linea retta e dove si formava solitamente “’no mucchitto de ggente”)[2]. Alcuni termini attualmente noti sembrano avere connotazione diversa; a Castellafiume, ad esempio, si usa “populitto”, con riferimento ad un crocchio di persone. Resta, in ogni caso, la comune origine all’interno di un mondo caratterizzato da pochi espedienti atti ad intrattenere o a far trascorrere momenti liberi. Un mondo di cui è rimasto poco nel presente, sebbene jo róto sia ancora parte delle consuetudini del nostro paese, con forme diverse, forse meno diffuse e meno marcate, ma comunque presenti.


[1] Dettaglio riferito da Marco Di Girolamo

[2] Consuetudine riferita da Gianfranco Angeloni

<Articolo originale basato su reminiscenze personali arricchite da testimonianze esterne>

Lascia un commento