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Il prete artista, gli allievi e… i pittori danesi

[Storia delle Cese n.183]
di Roberto Cipollone su testi di Osvaldo Cipollone

“Uomo di chiesa e d’arte”, così si potrebbe definire don Vittorio Braccioni, parroco a Cese dal 1921 al 1946, per mettere insieme la vocazione religiosa, certamente centrale nella sua vita, e quella artistica, dalle molteplici espressioni. Due dimensioni che hanno imparato a convivere sin dall’inizio all’interno della sua personalità, tanto da portarlo a rimpiangere, in seguito, la mancata opportunità di dar seguito alle diverse velleità culturali all’interno del proprio percorso ecclesiastico. “Uomo” perché ha saputo varcare i confini clericali nel momento in cui si è donato ed aperto al mondo delle arti, ampliando il proprio spazio mentale attraverso lo studio, la sperimentazione, l’innovazione. E “arte” di cui don Vittorio è stato contemporaneamente cultore e protagonista, con una dedizione non comune alle diverse espressioni culturali alle quali si è avvicinato nel tempo. Si dovrebbe probabilmente aggiungere anche il termine “scienza”, perché i suoi interessi hanno spesso abbracciato varie discipline accademiche, a volte molto lontane dalla conoscenza, chiamiamola così, “popolare”. Tuttavia, anche il suo interesse per l’astronomia, la fisica, la medicina, l’agronomia, la tecnologia sembra rientrare nella più ampia accezione di “arte del pensiero” di cui Don Vittorio si è dimostrato portatore attraverso una serie di iniziative rivolte anzitutto ai suoi parrocchiani.

Il suo non era dunque un puro esercizio di stile, né uno sfoggio culturale. Non era arte d’elite, la sua, ma un altro modo di avvicinarsi alle persone, e contemporaneamente di avvicinare loro a un mondo che fino ad allora era apparso distante, riservato all’apprezzamento dei “signori” ed alla fantasia delle menti “leggere”. Don Vittorio Braccioni ha invece dimostrato non solo di poter portare l’arte e la cultura anche nelle piccole comunità di paese, ma anche di saper riconoscere ed apprezzare il talento artistico nascosto sotto la corteccia dell’uomo comune. Persone che magari non avevano mai neppure visto un quadro, o letto uno spartito musicale o un giornale, e che invece si sono ritrovate a dipingere con buona tecnica, a cantare e suonare armonicamente, ad apprezzare le espressioni d’arte che sembravano precluse al loro mondo. Nel leggere le testimonianze di coloro che proprio a quel mondo, invece, sono state iniziate da don Vittorio, si riesce a cogliere la scintilla che rappresenta spesso il punto di svolta nella storia di una persona, o di una comunità, quel cambiamento che “crea valore” nelle persone e di riflesso nella società che queste costruiscono. In una cartolina dal tono affettuoso scritta a Francesco Marchionni nel dicembre del 1951 scrive don Vittorio: «Non appena mi sarà possibile lascerò per te a Tancredi qualche pennello e tubetto che serviranno per il tuo corredo di pittore (visto che affronterai la mostra marsicane del 52)». Antonio Tollis ricordava invece: “Non so dire se la mia passione per la pittura sia nata proprio dal rapporto mantenuto con lui. Posso però affermare che è stato don Vittorio a regalarmi i primi colori ad olio e i pennelli per farmi esercitare”.

Di segni don Vittorio ne ha lasciati tanti, soprattutto nel nostro territorio. Alcuni hanno forma di dipinti, affreschi, carboncini, acquerelli, disegni abbozzati a matita. Sono di fatto l’espressione più facilmente apprezzabile di un’arte pittorica a cui lui si dedicava con grande dedizione e capacità. Molti suoi quadri sono oggi gelosamente custoditi in casa di vecchi amici, compagni d’arte, cultori del genere. Nella chiesa di Cese fa bella mostra di sé una replica molto fedele della Madonna quattrocentesca di Andrea De Litio, mentre nella vecchia chiesa dedicata a San Vincenzo Ferreri c’è ancora traccia dei suoi affreschi, in parte purtroppo persi nei recenti restauri. Anche l’immagine del Cristo che aveva scelto per il proprio “santino” di morte era opera sua. Eppure non si limitava all’arte sacra, e anzi spesso dedicava gran parte del tempo libero a dipingere paesaggi, o nature morte, o ritratti. A quelli in posa che si lamentavano, il più delle volte per gioco, del tempo necessario per la realizzazione dell’opera, lui era solito rispondere che le cose facili, e quelle che richiedono poco tempo, non hanno alcun valore, né possono interessare l’arte. Da pittore ha partecipato a numerose mostre ed esposizioni, in zona come in altre località abruzzesi. È rimasta traccia, in particolare, della sua partecipazione al Premio Avezzano (“Xa mostra nazionale delle arti figurative”) con il dipinto a olio dal titolo “Pagliai” e alla IV edizione del “Premio Vasto” nel 1962, con il suo nome riportato come “Vittorio Braccioni” nell’elenco degli “Artisti selezionati”. In sua memoria, inoltre, nel 1963-64 ad Alba Fucens sono state organizzate due edizioni di una “mostra estemporanea di pittura” dedicata a “Don Braccioni” che ha riscosso un notevole successo. Don Vittorio amava recarsi soprattutto nella Valle Roveto anche per incontrare critici ed esperti d’arte, oltre alla nota comunità di pittori danesi che a quei tempi frequentavano stabilmente il paese di Civita d’Antino.

Il valore aggiunto della sua esperienza artistica e culturale è forse proprio questo: il continuo desiderio di confronto, di conoscenza, di arricchimento. Ed è un desiderio che attraversa tutti gli ambiti di suo interesse. Come in parte noto, don Vittorio sapeva “assecondare” le proprie attitudini attraverso alcuni strumenti che un secolo fa non avevano certamente l’odierna diffusione, come la radio e la macchina fotografica. Anche la fotografia rientra a pieno titolo nella sua vocazione artistica, e allo stesso tempo storico-documentale. Gran parte delle immagini del passato di Cese e di Alba Fucens sono sue; in questo secondo paese riuscì addirittura ad incentivare gli scavi archeologici, anche attraverso l’amicizia instaurata con l’architetto belga che dirigeva i lavori.

Molti dei suoi contemporanei hanno avuto testimonianza di un altro suo ambito d’interesse artistico, ossia quello musicale. È forse questa l’espressione su cui ha lasciato la maggiore impronta, in termini di educazione e formazione all’arte. Molti bambini e ragazzi delle sue parrocchie hanno infatti iniziato ad apprezzare e praticare la musica grazie alle scholae cantorum da lui istituite, e in alcuni casi il risultato delle sue lezioni è stato talmente positivo da generare diverse eccellenze a livello locale. In questo ambito, i segni che don Vittorio ha lasciato sono raramente rimasti su carta, sebbene siano documentate da numerose testimonianze le partiture e gli arrangiamenti da lui creati sulla base di famose messe, come quella del Mattioli o quella del Perosi. Le stesse testimonianze parlano anche di un buon esecutore all’organo, che spesso andava a suonare anche durante le celebrazioni da lui stesso officiate.

Ma non era solo sul pentagramma che don Vittorio Braccioni sapeva scrivere con naturalezza. Com’è noto, infatti, egli amava misurarsi con esercizi letterari[1], accademici e giornalistici non soltanto per il piacere di scrivere, ma anche per diffondere un’apertura di pensiero che, soprattutto negli anni del regime fascista, rappresentava davvero una dimensione complessa e a tratti controversa. Lui però sapeva conciliare la propria ambizione e la propria volontà pedagogica con la fede cristiana e con il suo ruolo all’interno della chiesa, e ci riusciva in modo talmente “naturale” da conquistare anche gli animi più avversi alla conoscenza. A Cese lo aveva fatto già dal 1925 con un “bollettino parrocchiale” creato per diffondere notizie, spingere alla partecipazione, coinvolgere le persone e farle riflettere, a volte anche arrabbiare. Sempre, però, con uno sguardo alla realtà ed uno alla propria missione evangelica.

L’incrocio con la scuola dei pittori scandinavi di Civita d’Antino merita un breve approfondimento per due ordini di motivi. Il primo è relativo all’accennata partecipazione di don Vittorio a diverse esposizioni organizzate nei paesi rovetani ed alla sua frequentazione con esperti e appassionati d’arte già nei primi anni della sua missione parrocchiale a Cese. Raccontava a tale riguardo Francesco Marchionni: «Lui andava spesso nella Vallata, non solo per ispirarsi, ma anche per incontrare critici, professori, e persino alcuni pittori danesi. A Civita D’Antino c’è una targa che ricorda proprio la predilezione di quegli artisti per il posto. Quando si era già trasferito ad Albe veniva a prendermi con il tassista Campana, passavamo per Cese e proseguivamo poi per la Valle Roveto. Andava anche a Rendinara, a Canistro… Ho un suo quadro intitolato “Canistro ‘56” e un altro che mi ha regalato quando siamo andati a riprendere i quadri esposti a Civitella. In quell’occasione, nel ringraziarlo gli ho chiesto come si intitolasse e quale fosse stata l’ispirazione e lui mi ha risposto telegraficamente “Pensando a Beethoven”». Il secondo è legato invece ad una coincidenza affascinante rintracciabile in un dipinto del 1930 di Knud Sinding, allievo prediletto del capostipite dei pittori danesi a Civita d’Antino, quel Kristian Zahrtmann al quale si deve la frase “Laggiù in Abruzzo c’è la Civita D’Antino dei danesi”. Il periodo d’oro dei pittori scandinavi nel paese rovetano va dal 1883 (ossia dall’arrivo di Zahrtmann, “il signor Cristiano” come lo chiamavano a Civita) al 1915; anche dopo il terremoto della Marsica, tuttavia, diversi artisti hanno frequentato quei luoghi tornando soprattutto nei periodi estivi. Knud Sinding è stato uno degli ultimi a lasciare traccia della sua arte a Civita, in particolare con un bel dipinto del 1937 intitolato “Paesaggio in Valle Roveto in Abruzzo” (“Landskab i Valle Roveto i Abruzzo”). Il citato quadro del 1930 s’intitola invece “Interno di un’osteria italiana” (“Interior of an Italian osteria”) e la coincidenza con la storia artistica di don Vittorio Braccioni è rappresentata dalla raffigurazione di un sacerdote seduto al tavolo della stessa osteria intento a conversare con una persona di spalle (apparentemente un altro sacerdote). Il dettaglio del cappello a tesa larga ritratto da Sinding farebbe pensare proprio all’allora parroco di Cese, se non si trattasse di un copricapo piuttosto comune tra i sacerdoti del tempo, come dimostra anche un particolare raffigurato da Zahrtmann, sempre a Civita d’Antino (davanti a Palazzo Ferrante) già nel 1896. Un’interpretazione più romantica farebbe però ipotizzare che il pittore danese fosse tra le conoscenze di don Vittorio e che dunque il primo ne avesse voluto fermare il profilo in uno dei quadri realizzati nei luoghi civitani. Un piccolo particolare che contribuisce però a regalare un respiro più ampio e pregevole alla storia di questo “uomo di chiesa e d’arte”.


[1] Negli archivi del “Centro per gli Studi sulla Tradizione Manoscritta di Autori Moderni e Contemporanei” dell’Università di Pavia c’è traccia di una corrispondenza con lo scrittore Mario Pomilio datata 3 luglio 1958 (POM-19-0130); sul contenuto, tuttavia, non si hanno attualmente dettagli.


<Articolo originale basato su un’elaborazione realizzata per il convegno su Don Vittorio Braccioni tenutosi ad Alba Fucens il 28 dicembre 2013 sulla base del libro di Osvaldo Cipollone “Don Vittorio Abate di Cese” (2004)>


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