[Storia delle Cese n.181]
di Osvaldo e Roberto Cipollone
Attorno al culto dei defunti ruotano diversi rituali e alcune consuetudini che sono in parte arrivate sino ai giorni nostri. Altre non sono sopravvissute al tempo e restano scolpite nel passato con tutta la loro antica aura.
In passato, quando una persona in là con gli anni desiderava “mettersi l’anima in pace” in vista del riposo eterno, si attivava in tempo organizzando tutto il necessario prima del fatidico trapasso. Le anziane, in particolare, predisponevano minuziosamente tutto ciò che sarebbe potuto servire al termine dei propri giorni. Individuati gli indumenti da indossare, preparavano così calze, scarpe, fazzolettone, libro delle preghiere, corona, santini, soldi per il trapasso e quanto di personale desiderassero tenere vicino. I tessuti venivano lavati, stirati e ripiegati per essere riposti dentro la cosiddetta “bbòrza”. Le più scanzonate e disincantate esorcizzavano magari la paura con amiche, vicine, consanguinee e coetanee con una frase proverbiale: “Mo’ è quasci ora che ci preparémo la bbòrza…”. Con questa espressione cercavano di sottolineare a modo loro l’età avanzata, gli acciacchi e i “fastidi” che secondo la loro personalissima interpretazione arrecavano alla famiglia. Naturalmente, quando “passavano a miglior vita” i familiari cercavano di rispettare ogni loro singolo desiderio, incluso qualche capriccio. Le consuetudini del tempo prevedevano che in quei momenti tristi e concitati alcuni dei parenti più prossimi del defunto si attivassero per fare in modo che i familiari più stretti potessero mangiare qualcosa, tra un’incombenza e l’altra e nonostante il momento. Dopo aver cucinato, predisponevano tutto all’interno di un grosso paniere di vimini, lo coprivano con una tovaglia e lo portavano nella casa del defunto. Lì, mentre una persona a turno vegliava il morto, gli altri consumavano “jo recónzolo”, come veniva chiamato il “pasto di consolazione”. Fino agli inizi del ‘900 e oltre, sia questa che altre consuetudini venivano ancora tenute in vita in maniera naturale come parte del costume dei paesi. Ora sono quasi tutte scomparse, ma vale la pena ricordarne alcune tra le più particolari.
Tra queste si può annoverare quella delle cosiddette “prèfiche”, donne che prestavano la loro collaborazione ai familiari della persona deceduta con lamentazioni e pianti accorati. Vestite di nero e con il capo coperto da un fazzolettone o una sciarpa della stessa tinta, dopo aver raggiunto l’abitazione del defunto si sedevano intorno al letto o alla bara per dolersi ad alta voce alternando il pianto con i lamenti. In quelle circostanze si premuravano anche di lodare le doti e le virtù manifestate in vita dal defunto e lo vegliavano fino alla tumulazione. D’accordo con i parenti, intonavano le preghiere di rito alternandole a pause lamentose e asciugandosi di tanto in tanto occhi e naso con vistosi fazzoletti di stoffa. Alla fine della prestazione, venivano pagate in danaro e/o in natura, con prodotti della terra, animali da cortile, uova ecc. C’è da dire che la figura delle prèfiche esisteva già nell’antica Grecia, dove queste donne erano considerate anche capaci di predire il futuro, essendo dotate di poteri divinatori. Il loro servizio era richiesto anche al tempo degli antichi romani ed ha attraversato i secoli per giungere quasi fino a noi, se si pensa che le prèfiche accompagnavano il morto anche durante il corteo funebre, nel corso del quale poteva accadere che mostrassero la propria disperazione per la scomparsa in maniera anche teatrale (soprattutto in alcune zone del sud Italia). Questo tipo di tradizione è rimasta in voga fino ad un secolo e mezzo fa ed era ricordata lucidamente dagli anziani di Cese (almeno fino alle persone nate negli anni ‘20 del ‘900), fatta eccezione proprio per il corteo funebre. Come noto, i camposanti sono stati riorganizzati amministrativamente da un paio di secoli a questa parte, mentre prima le sepolture venivano effettuate sotto la pavimentazione delle chiese o nei piccoli spazi esterni contigui a queste. Agli inizi dell’800, invece, venne vietata la sepoltura all’interno di chiese, sinagoghe, templi e in qualsiasi luogo interno al centro abitato; i cimiteri dovevano essere costruiti fuori dalle mura cittadine e possibilmente su terreni soleggiati e arieggiati. In quel momento nacque il corteo funebre come oggi lo conosciamo e iniziarono ad originarsi gradualmente alcune consuetudini legate al trasferimento della salma verso il cimitero. A Cese, in particolare, i familiari del defunto usavano stipulare un accordo verbale con il parroco per definire le soste da effettuare durante il corteo. Tali soste, denominate in gergo “posate”, venivano attuate sia per consentire un breve riposo a chi portava la bara a spalla (un tempo, questi vestivano anche un cappuccio scuro), sia per intonare un “oremus” e altre preghiere, tassativamente in latino. Per queste operazioni veniva naturalmente corrisposto un onere in denaro all’officiante in suffragio del morto; alla fine del rito, dunque, un familiare si recava in sacrestia e saldava quanto dovuto. In qualche caso, però, sono sorte delle conflittualità sull’importo da pagare, in quanto le parti si sono ritrovate in disaccordo. Un caso particolare vide coinvolti nello specifico Giulio Patrizi (nonno di Giulia, nato nel 1869) e il parroco del tempo. In occasione del funerale di un familiare, infatti, i due ebbero a discutere proprio sul numero delle “posate” effettuate e sul relativo importo dovuto. Per dirimere la controversia, i contendenti giunsero addirittura davanti al giudice del Tribunale di Avezzano, il quale, appurata la natura della questione, alla fine licenziò i contendenti invitandoli a non perseverare in quella consuetudine oramai superata. La vicenda è entrata così nelle cronache del nostro paese attraverso un racconto del tutto originale.
In passato a Cese era in voga una consuetudine alquanto particolare, tanto che in un’occasione, per dirimere la questione tra le parti, si dovette ricorrere all’intervento del giudice, davanti al quale si ritrovarono il parroco del paese e un cittadino del posto di nome Giulio Patrizi. Tra i due, infatti, era emersa una controversia per cui il Patrizi si era trovato costretto a denunciare il parroco. I due comparvero così davanti al giudice di Avezzano che, con tutta calma, volle sentire le ragioni sostenute da entrambi. Per rispetto della tonaca, dette la parola prima al parroco, che a quel punto sostenne la sua tesi, secondo cui il parrocchiano non gli aveva voluto pagare le posate che lui aveva fatto e anzi metteva in dubbio perfino il numero delle stesse.
«Mi scusi Signor Giudice, ma Le sembra possibile che io, con l’incarico che ricopro, dichiari menzogne?».
«Io non lo so – rispose quello – fino a quando non esponete i fatti reali».
«I fatti sono questi – replicò il parroco – Io ho chiesto al qui presente il pagamento di 5 posate, e lui sa che mi ha risposto?».
Il giudice intervenne: «Adesso ce lo dice lui cosa ha risposto».
Al cospetto dell’autorità, Giulio sembrò imbarazzato, ma il giudice lo sollecitò dicendogli: «Non aver paura, parla tranquillamente. Io ho bisogno di sentire tutte e due le campane».
«Veramènte le campane erano trè, signor giudice, e isso l’ha fatte sona’ a ugni posata».
«Spiegati meglio – replicò l’altro – che c’entrano le campane con le posate?».
«C’entrano, c’entrano – gli disse il parrocchiano – pecché ha fatto sona’ le campane, ha ditte le giaculatòrie e ha contato le posate a mmódo si’. Ci-ha messa puri quela dentro la chiesa e quela a camposanto. Pe’ mi le posate so’ trè e no’ cinque».
Il giudice non riusciva a capire il nesso tra la chiesa, il camposanto e le posate, per cui si rivolse di nuovo al parroco e volle sapere: «Ma insomma, caro parroco, si può sapere se queste posate sono quelle in metallo povero, oppure sono d’argento o addirittura d’oro?».
«Ma no signor giudice, sono posate normali, che d’oro e d’argento… A Cese le “posate” sono le pause che si fanno durante la processione del defunto e la consuetudine prevede che per ogni sosta che viene fatta fare alla bara, si recitino requiem, oremus e altre orazioni. Questo affinché l’anima del defunto possa raggiungere il Paradiso, accompagnata dalle indulgenze. Più posate si effettuano, più crescono le indulgenze…».
«Ma crisciono puri i quatrini che preténni tu – replicò Giulio Patrizi – e ppo’, a ti, chi te ll’è ditto de fa’ cinque posate? Le si’ decise tu, mica te lle sò’ chieste i’?».
Solo a quel punto, il giudice incominciò a comprendere il motivo di quel contendere che sapeva tanto di stranezze di paese. Messi quindi a tacere i due, sconsolato disse: «Io non vorrei credere a quello che hanno udito le mie orecchie. Qui ci troviamo di fronte a un’assurdità veramente sconsiderata. – Poi, rivolto al sacerdote, chiese – E mi dica, signor parroco, da quando tempo perseverate in questo insensato sistema?».
«Da sempre – rispose il prelato – Io l’ho trovato quando sono arrivato in paese e l’ho mantenuto. Non l’ho mica istituita io l’usanza delle posate».
«Allora facciamo una cosa – dichiarò il giudice guardando in volto entrambi i convenuti. – Da questo momento in poi, cancellate dalla vostra mente questo rito assurdo, dimenticate queste “posate” intese come soste per i morti e, quando ripensate alle posate, considerate solo quelle da utilizzare per le minestre e per la pasta fatta in casa. Per adesso basta così». Poi, con espressione seria e atteggiamento risoluto, congedò entrambi. Appena quelli furono usciti, entrò un collega che era in attesa fuori e il giudice gli raccontò il motivo della precedente contesa. Improvvisamente si udirono delle fragorose risate che si propagarono fino alle altre aule del tribunale…
In tempi relativamente a noi più vicini, vigeva il costume di addobbare le croci processionali dei funerali con asciugamani di lino abbelliti da vistose frange. L’ornamento era a carico della famiglia del defunto e in alcuni casi concorreva al pagamento in denaro del rito, confluendo nelle casse del parroco e del consiglio economico (la cosiddetta Procura). Chi non possedeva tali corredi, infatti, li prendeva in prestito dalla parrocchia pagandone l’uso, oppure chiedeva a familiari ed amici; chi invece vi rinunciava, metteva in conto il fatto che i propri cari defunti avrebbero scontato a loro spese le mancanze dei familiari inosservanti… Questo, sempre secondo le credenze e gli indottrinamenti del tempo.
Nel giorno dedicato ai defunti, invece, dopo la messa mattutina al cimitero ed i relativi rituali si sentiva una delle tre campane della chiesa suonare ripetutamente. Ogni mezz’ora, infatti, il sacrestano era incaricato di adempiere a questo servizio mentre, dal canto loro, i parrocchiani erano chiamati ad un’oblazione in suffragio “dell’àlemesante”. In pratica i familiari dei defunti – sempre se erano in condizione di farlo – dovevano offrire alla parrocchia una certa quantità di raccolto (granturco, legumi, patate o altro) in nome dei loro cari estinti. Il 2 di novembre si assisteva così ad un via-vai di panieri, ceste e sacchi di iuta contenenti soprattutto granturco. Tali contenitori entravano e uscivano dalla sacrestia e il contenuto veniva incamerato nei locali attigui per essere poi venduto ai commercianti di turno. Con i ricavi così ottenuti, si copriva una parte delle spese ordinarie della parrocchia e quelle dovute per l’onerario del parroco. D’altra parte, il legame tra offerta pecuniaria o materiale e grazia o salvezza spirituale è antico come il mondo, e in tal senso le consuetudini delle piccole comunità hanno generato storie e vicende tutte loro.
<Articolo originale elaborato da ricerche personali>





2 risposte a “La “bbòrza”, le “posate”, “jo recónzolo”. Il culto della morte”
Grazie a voi e grazie alle memorie che permettono di guardare il cammino fatto e da fare, senza smarrire il sentiero della vera umanità. Grazie a voi
grazie di cuore come sempre per queste piccole e grandi gocce di memoria che ci regalate
siete veramente meravigliosi ♥️