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Quel bersagliere di Cese alla “breccia di Porta Pia”

[Storia delle Cese n.177]
di Roberto Cipollone

Il 20 settembre 1870 è la data che sancisce la definitiva conquista di Roma da parte del Regno d’Italia. Con la breccia di Porta Pia e la “presa di Roma”, atto finale di una lunga lotta combattuta sia sul campo di battaglia che su quello diplomatico[1], cade lo Stato pontificio, si completa l’unità d’Italia ed inizia la nuova fase di Roma capitale.

Nella data rimasta negli annali (è stata festa nazionale fino al 1929), i bersaglieri e i fanti del Regno penetravano nella Città Eterna attraverso una breccia aperta nei pressi di Porta Pia in seguito al cannoneggiamento delle mura. Partecipavano a quella campagna i migliori reggimenti di fanteria, di cavalleria, di artiglieria, del genio zappatori e pontieri, dei carabinieri e delle truppe dei servizi che avevano preso parte a tutte le guerre risorgimentali che avevano portato all’unità nazionale ed alla costituzione del Regio Esercito; nello specifico, facevano parte del contingente ben 17 battaglioni di Bersaglieri[2]. Tra le fila di questi ultimi figurava almeno un figlio di Cese, Domenico Antonio Cipollone, figlio di Vincenzo e di Anna Maria Cipollone, nato appunto nel nostro paese il 3 marzo 1846. La nota è ricavabile da un riconoscimento di grande rilevanza, ossia la Medaglia ai benemeriti della liberazione di Roma, attribuita a Domenico Antonio dalla Commissione per l’onorificenza appositamente creata. La medaglia venne infatti istituita dalla Giunta Provvisoria di Governo di Roma con decreto del 28 settembre 1870, per ricompensare “quanti avessero partecipato degnamente alla difesa ed alla presa di Roma tra il 1849 ed il 1870”. Venne realizzata in oro (solo 2 esemplari), in argento (a grandi personaggi del Risorgimento italiano e ai 24 superstiti della battaglia di Villa Glori), mentre quella di bronzo venne destinata a tutti i militari che avevano preso parte alla campagna di liberazione[3].

L’attestato cartaceo che accompagnava la medaglia è oggi conservato in copia dai discendenti di Domenico Antonio, che aveva sposato in prime nozze Maddalena Cipollone (1851-1878) e, successivamente alla morte di questa, Maria Carmela Micocci (1863-1902). Dal primo matrimonio erano nati Rosaria (1874, sposata con Francesco Cipollone e madre, tra gli altri, di Giocondo Cipollone), Francesco Onofrio (1875, sposato con Domenica Tomei, la cui famiglia risulta morta al terremoto) e Igino Innocenzo (1876, sposato con Giovanna Cipollone e padre, tra gli altri, di Vincenzo Cipollone). Dal secondo erano nati sei figli, tra cui – in particolare – Giuseppina (“Peppinélla”, 1894-1979) e Anna Maria Cipollone (1899-1997) “de Padèlla”[4]. Sull’origine del soprannome familiare è tra l’altro diffuso un aneddoto che vede protagonista lo stesso Domenico Antonio. «Le motivazioni date dai compaesani spesso sono fantasiose», ricordava qualche tempo fa mio padre Osvaldo. «Al riguardo, mio padre Quintilio raccontava che un giorno un ragazzo era andato a casa di Maria Carmina per avere in prestito “la fressóra”. In quel frangente era uscito il marito, Domenico Antonio, un uomo dal carattere scanzonato, che aveva chiesto al giovane: “Ma tua madre vuole la padella per friggere oppure una qualsiasi?». Non sapendo rispondere, il ragazzo era tornato a casa per chiedere spiegazioni e, tornato nuovamente da Domenico Antonio, aveva dichiarato: “Ha ditto mamma che ci serve la fressóra, no’ la patèlla!”. L‘uomo allora gliel’aveva portata e aveva specificato sorridendo: “Anche questa è una padella, ricordalo”. Il ragazzo continuò per un po’ a pronunciare il termine appena imparato, e, andando in giro, ripeteva: “M’ha dato la patèlla, m’ha dato la patèlla…”».

Al di là dell’aneddoto – fantasioso o reale che sia – l’appartenenza di Domenico Antonio al corpo dei Bersaglieri non è dettaglio da derubricare ad accidentalità. Fin dalla loro fondazione nel 1836[5], infatti, i Bersaglieri vennero inquadrati come truppe scelte appositamente addestrate per compiti di esplorazione, fiancheggiamento alla fanteria di linea, incursioni e primo contatto con il nemico. “Dotati di armamenti leggeri e precisi come la carabina modello La Marmora, questi fanti corsaioli si distinguevano per la loro ineguagliabile mobilità, autonomia operativa e spiccate doti di combattimento”[6]. Dunque, l’inquadramento all’interno del Corpo rappresentava già un traguardo, in questo caso positivamente superato dall’onorificenza della Medaglia. Dal ruolo matricolare di Domenico Antonio non si riescono a dedurre ulteriori dettagli sulla sua carriera militare; vi si legge soltanto: “Arruolato di leva in 1^ categoria della classe 1846 il 3 settembre 1866. Bersagliere nel 2° Bersaglieri il 15 gennaio 1868. Tale nel 7° Bersaglieri il 1° gennaio 1871. Tale mandato in congedo illimitato il 3 ottobre 1871”.  Nell’attestato della Medaglia si legge invece: “Medaglia ai Benemeriti della liberazione di Roma 1849-1870. La Commissione istituita dalla Giunta Provvisoria di Governo di Roma in virtù del Decreto del 28 settembre 1870 DICHIARA che il Sig. Cipolone[7] Domenico, Bersagliere nel 10° Battaglione Bersaglieri, per aver preso parte alla liberazione di Roma nella campagna 1870, ha diritto a fregiarsi della Medaglia de’ benemeriti della liberazione di Roma. Roma addì 21 marzo —- . Per la Commissione, il Presidente A. Carcano. La presente dichiarazione è stata registrata nell’elenco generale N. -259. Commissione pel conferimento della medaglia Roma ai suoi liberatori. Il Segretario del Municipio di Roma G. Falcioni”. Conosciamo dunque dall’attestato l’inquadramento di Domenico Antonio nel X Battaglione, appartenente al tempo al II Reggimento e poi confluito nel VII immediatamente dopo la campagna di Roma (da qui, il passaggio riportato nel ruolo matricolare del bersagliere).  

Dalla testimonianza di una delle nipoti di Domenico Antonio, Antonietta Cosimati, sappiamo che questi è morto di vecchiaia ed è sempre stato a Cese. «Era rimasto con mamma (Anna Maria, ndr) e con zia Peppina», racconta la signora Antonietta. «L’attestato della medaglia è stato ritrovato da mio cugino Nino, figlio di zia Peppina, che era capo del personale alla Camera dei Deputati. Quella che abbiamo noi, così come altri nipoti, è certamente una copia; l’originale dovrebbe essere rimasto in quella che era la casa di Nino». Questa ricerca in effetti nasce dalla copia incorniciata vista in casa di Maria “de Caciaro”, con la parte centrale consumata probabilmente dall’umidità che ha reso illeggibile l’anno di assegnazione della medaglia. Resta, però, la testimonianza certa di una decorazione che dà segno della partecipazione di un figlio di Cese a quelle lotte nazionali che la storiografia ha collocato nella fase finale del nostro Risorgimento, inizio dell’Italia unita con Roma capitale, come oggi la conosciamo. Resta anche l’interrogativo sulla partecipazione di altri cesensi a quelle vicende così centrali nella recente evoluzione nazionale, e chissà che in futuro altri attestati o nuovi documenti possano aggiungere ulteriori tasselli a questa storia.


[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Presa_di_Roma
[2] Vero Fazio. Ruolo dell’artiglieria nella campagna del settembre 1870 per la presa di Roma. http://www.istitutodelnastroazzurro.org/2020/11/13/vero-fazio-ruolo-dellartiglieria-nella-campagna-del-settembre-1870-per-la-presa-di-roma/
[3] Un esemplare in oro venne donato al Re Vittorio Emanuele II e un altro venne destinato “alla memoria” dei fratelli Enrico e Giovanni Cairoli. La versione in argento fu destinata al Generale Garibaldi e al Conte di Cavour (postuma), nonché ai 24 superstiti del fatto di “Villa Glori” (1867), ultimo vero tentativo di conquista di Roma da parte dei volontari garibaldini, nel quale i fratelli Cairoli avevano perso la vita. La medaglia in bronzo, destinata a tutti gli altri militari partecipanti, misurava 31,5 mm di diametro e riportava sul davanti lo scudo della città di Roma sovrapposto ad una corona di quercia e a due fasci littori, sormontato dalla Lupa romana; in basso, le iniziali “C.M.”. Sul rovescio ancora una corona di quercia, questa volta a racchiudere la scritta “Roma rivendicata ai suoi liberatori” sotto alla stella benaugurante d’Italia. Al piede la firma dello scultore C. Moscetti. Il nastro in seta ha sei strisce rosse alternate a cinque gialle ed erano previste delle barrette per gli anni di campagna in cui si era prestato servizio (1848, 1849, 1867, 1870).  https://web.archive.org/web/20100902203546/http://www.mymilitaria.it/liste_03/1870_roma.htm
[4] Prima di loro, erano morti in tenera età Raimondo (1889-1889), Giuseppa (1893-1893), e Giovanna (1896-1902). Oreste (1891-1918) sarebbe invece morto per malattia durante la Prima Guerra Mondiale ed è sepolto da Caduto nel Sacrario militare del Verano. 
[5] L’istituzione del corpo era avvenuta il 18 giugno 1836 per volere del Re, Carlo Alberto di Savoia, su proposta del generale Alessandro La Marmora.
[6] www.infodifesa.it
[7] Sic

<Articolo originale elaborato sulla base delle fonti citate>

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