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La “marrata”, rituale di affetto e di… risarcimento

[Storia delle Cese n.173]
di Osvaldo e Roberto Cipollone

Le forme della tradizione popolare legate al matrimonio sono molto numerose e si rifanno in alcuni casi a consuetudini e prassi anche molte antiche. In particolare, quando una ragazza del posto andava in sposa ad un “forestiero”, accettando di stabilirsi altrove, gli amici ed i familiari mettevano in scena la cosiddetta “marrata”. Questa altro non era che una “parata”, termine dal quale – secondo alcune teorie – deriverebbe per storpiatura dialettale. In epoche passate, l’usanza era quasi obbligata; oggi invece viene perpetuata in chiave di rivisitazione simbolica della tradizione. Al tempo il passaggio avveniva in groppa ad un equino o su di un carretto, mentre oggi tutto avviene con mezzi moderni o a piedi, ma non è cambiato il sentimento che sottostà all’iniziativa: celebrare e partecipare emotivamente alla partenza della compaesana. Il principio era plausibilmente quello di ostacolare (o ritardare) la partenza della giovane dal paese, mostrandole in questo modo affetto ed attaccamento. Tuttavia, confronti più articolati hanno introdotto nuove interpretazioni e sfumature che meritano un apposito approfondimento.

In passato, la “marrata” a Cese avveniva in questo modo: ragazzi e ragazze camminavano in coppia precedendo gli sposi e sorreggendo da un lato all’altro della strada copriletti colorati, coperte lavorate, lenzuola ricamate e nastri variopinti, accompagnando in corteo la coppia fino all’ultima abitazione. A quel punto, lo sposo poneva fine alla parata offrendo alcuni omaggi ai vari protagonisti. Ricevuto il “lasciapassare”, che consisteva per lo più in modeste offerte in denaro, questi si facevano da parte rimovendo le “barriere” formate dai diversi tessuti. Quando anche l’ultima “marrata” era stata ritirata, il mezzo poteva procedere indisturbato tra applausi e qualche lacrima.

L’usanza tradizionale è stata documentata tra i primi dal noto antropologo Gennaro Finamore, che così la descriveva a fine ‘800: “Vige tuttavia, in molti piccoli comuni, l’usanza di opporre impedimenti al corteo, specialmente se la sposa va fuori del comune, ovvero se da fuori vi arriva, o se vi è soltanto di passaggio. Siffatti impedimenti, nei vari luoghi, hanno diversi nomi: Fettucce, fettuccia, nastro (Avezzano, Celano); Fasce, fascia (Ortona a mare); Caténe, catena (Palena); Fratte, fratta (nel Vastese); ‘Ndravate, “intravata” (Caramanico); Apparate, parata (Pettorano sul Gizio); la ‘mbare, impedimento (Alfedena). Due persone tendono un nastro, una fascia, qualche volta una corda, per impedire che il corteo proceda; e non smettono se non quando lo sposo regala agl’impeditori confetti o danaro. […] In Avezzano, le fittucce si tendono solamente allorché una giovane va a marito fuori del paese, quasi per impedirne l’allontanamento; e dopo una prova, altre ed altre, finché il corteo non giunga alle porte della città”. Un rituale del tutto simile a quello adottato a Cese e che alcuni studi antropologici fanno risalire non tanto ad una dimostrazione d’affetto da parte della comunità, quanto ad un formale “risarcimento” legato alla sottrazione della giovane donna al contesto locale. “La caratteristica fondamentale che possiedono tali rituali – scrive il professor Giancarlo Baronti, citando Lea D’Orlandi[1] – è quello di esprimere un completo e minuzioso controllo sulla parte femminile della comunità da parte dei gruppi locali più o meno organizzati dei giovani celibi le cui azioni e attenzioni si concentrano soprattutto sulle ragazze nubili. Si può supporre che tali rituali siano maggiormente presenti in comunità marginali o isolate nelle quali si vuole ribadire sia a livello simbolico che pratico una ferrea endogamia generazionale che consiste nel considerare tutte le giovani donne “appartenenti” di diritto ai giovani del luogo, per cui qualunque eccezione viene sanzionata ritualmente. [In questo modo], i giovani locali impongono e naturalmente riscuotono una tassa su tutti i matrimoni esogamici nei quali una giovane compaesana si sposi con un giovane di altro luogo”[2].

Rituali di questo tipo risultano presenti soprattutto in Piemonte, in Toscana, in Umbria, in Abruzzo, in Puglia e nella Corsica. Ad esempio, nella comunità dell’abazia di Fruttuaria, nel torinese, vigeva un’imposizione del due per cento, chiamata barere, “sulle doti delle femmine condotte in mogli fuori del paese, munita del diritto di esecuzione sommaria in caso di rifiuto di pagamento, e spettante alla Compagnia dei giovani” (Ahokas J. 1986). In Trentino era presente la baschìa, che consisteva in una messinscena parodica delle occupazioni degli sposi, al termine della quale “lo sposo veniva ‘condannato’ a pagare un cospicuo risarcimento in denaro od in beni di consumo per il danno arrecato alla comunità nel sottrarre una sposa potenziale al regime degli scambi matrimoniali endogamo” (Poppi C. 2009). Anche in Liguria esisteva un’usanza simile, chiamata spaudu, una “specie di tributo o tassa che i giovanotti ‘foresti’ intenzionati a contrarre matrimonio con una giovane di un altro paese – fosse anche quello confinante – devono pagare ai compaesani di quella non ancora convolati a giuste nozze (i fantin). Gli è che la ragazza da marito, soprattutto se avvenente di aspetto, rappresentava un bene per l’intera comunità degli scapoli del paese, sicché chiunque fosse ‘forestiero’ e volesse prenderla in moglie, per poi condurla al proprio paese od anche per stabilirsi in quello di lei, doveva pagare lo scotto all’abau, ‘abate’ dei giovani e capo delle feste paesane” (Calzamiglia L. L.).  Alessandro D’Ancona, riportando le tradizioni nuziali dell’Emilia Romagna, racconta come “per via, ove passano gli sposi, si fà il laccio alla sposa, cioè si attraversa la strada in qualche sito al di lei passaggio con una fettuccia, che si tiene da due uomini, o donne nell’altezza a mezzo corpo: e questi uomini dicono: Chi vuo mnê vì di qui la sposa bella / bsogna chi pêga la gabella. Lo sposo in allora dà qualche moneta a detti uomini, e così si leva la fettuccia, e si lascia libero il passo alla sposa” (A. D’Ancona, 1878). In Umbria si usava la “parata”, che nelle Marche veniva chiamata “sbarre”, e la donazione elargita costituiva una sorta di compensazione simbolica per la dipartita di una potenziale consorte. In Toscana era usato il serraglio o il laccio, in Abruzzo, come detto, la fettuccia o la parata o l’intravata, frequente anche in Corsica e in Puglia. La barriera era strutturata con maggiore consistenza se la sposa lasciava il paese di origine per andare a trasferirsi altrove: si trattava di una sorta di pegno da pagare alla comunità (Gianluca Olcese). A Casteldelfino, in provincia di Cuneo, quando una donna del posto va in sposa fuori occorre pagare a tutti i giovani del paese un pranzo detto “della barriera” (Laura Corrado).

A tale riguardo, è da sottolineare come, oltre al tema del rituale “sanzionamento” per la sottrazione della giovane, ricorra pressoché in tutte le usanze quello dello sbarramento o impedimento, messo in atto con forme diverse. Nella comunità Walser, ad esempio, si usa sbarrare la strada agli sposi, diretti insieme in chiesa, costruendo un vero e proprio steccato. Gli Statuti di Saluzzo (Piemonte) permettevano al cosiddetto “Abate dei folli” – il capo dei giovani della comunità- di facere barrerias, ossia aspettare gli sposi sul piazzale della chiesa, e chiudere loro il passo con festoni di fazzoletti o con corde adorne di nastri, finché non avessero pagato il gaggio, il pegno. In Abruzzo è più diffuso il ricorso a nastri, fettucce e tessuti ricamati, modalità che rivive molto spesso nella diffusa usanza della cosiddetta “fratta”, o taglio del nastro, che simboleggia anche l’ingresso della coppia nella nuova vita matrimoniale.

Risulta ancora dubbia l’etimologia del termine “marrata”, che apparentemente esiste solo a Cese ed al quale sembra somigliare solo il termine ‘mbare, più vicino a “barriera” e usato con l’accezione di ostacolo/impedimento nella zona di Alfedena. Escluso il legame con l’antica capitale dei Marsi, chiamata Marro[3], resta sicuramente una comune origine etimologica con due verbi esistenti nel dialetto cesense, ossia ammarra’, ostacolare/ostruire, e ammarronèrese, rimanere bloccati con le ruote del carro dentro le crepe (le crètte) del terreno nei periodi di siccità. In tutti e tre i casi ricorre un chiaro riferimento all’ostacolo ed all’impedimento, che potrebbe essere legato, secondo una prima ipotesi, al termine “marra”, ossia piccola zappa. Una traccia interessante, in questo senso, deriva sempre dalle tradizioni popolari legate al matrimonio e in particolare dall’usanza diffusa in molti luoghi d’Italia di “salutare” rumorosamente alcune unioni con un festoso frastuono. Tale usanza era diffusa a Cese solo con riferimento al matrimonio di persone non più giovanissime o giunte a seconde nozze ed aveva un nome proprio, ossia “tirintosto”, ma c’è da dire che in altre parti d’Italia veniva messa in atto in maniera simile nella cosiddetta “scampanata”, consistente appunto nel “festeggiare” e canzonare i novelli sposi “con zampogne campanacci e altri strumenti villeschi, trascinandosi dietro casse dal petrolio, marre zappe e oggetti consimili adatti a far del rumore e del chiasso” (Giannini-Finucci F. 1892). Il riferimento esplicito alle “marre” potrebbe ridursi a pura casualità, in questo caso, trattandosi di un’usanza distinta da quella della “marrata”, ma esistono in effetti altre citazioni secondo cui le “barriere” venivano formate anche con attrezzi agricoli. Si legge ad esempio in uno studio sulla Valtellina: “Quando la sposa va fuor di paese, il serraglio si fa agli sposi sulla porta del paese; ed ordinariamente è la sposa quella che con le forbici taglia il serraglio, seppur questo serraglio è solamente un nastro o cordoncino da potersi tagliare con le forbici […] se invece si tratti di un serraglio impossibile a tagliarsi con le forbici, provvedono la ronchetta del marito e le braccia di lui e della brigata soddisfatta ne’ doni, occorrendo talora di rovesciare una vera barricata composta di parecchi attrezzi da campagna”[4]. Anche questo riferimento, tuttavia, rimane limitato, poiché – come scritto – la “marrata” di Cese non veniva messa in atto con barricate, ma con più eleganti parate di tessuti ricamati e nastri. Il termine potrebbe comunque richiamare più genericamente un impedimento o sbarramento, sebbene in questo caso di natura più simbolica che materiale.

Con certezza rimane il segno di un’usanza legata ad antiche forme rituali e sopravvissuta con la propria simbologia, sebbene in maniera ridotta, anche nel presente.


[1] Lea D’Orlandi, “Le nozze in Friuli. Consuetudini e credenze popolari” e “La barriera ‘traghet’”.
[2] Giancarlo Baronti, “Riparare i viventi. La scampanata e i riti di controllo della vita sessuale nella cultura popolare umbra”.
[3] Marruvio (o Marro), di cui Virgilio parla nell’Eneide come della capitale dei Marsi, fu una città italica ed è da non confondere con Marruvium, municipio romano su cui oggi sorge San Benedetto dei Marsi. La scoperta è dovuta allo storico pescinese Franco Zazzara, autore del libro “Marro. L’origine dei Marsi”. A identificare il sito di Marro era stato nel 1678 Muzio Febonio, che nella pianta topografica della sua Historia Marsorum poneva Marruvio su un’altura a Est del lago Fucino, tra Ortucchio e Lecce nei Marsi.
[4] Maria Valentina Casa, “La sèra: uno sguardo antropologico tra tradizione e modernità”

<Rielaborato sulla base delle fonti citate su Osvaldo Cipollone, “Le nozze di canapa” (2016)>

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