[Storia delle Cese n.170]
di Osvaldo e Roberto Cipollone
Come molti altri uomini di chiesa, durante il periodo di occupazione tedesca anche un sacerdote originario di Cese, don Amerigo Petracca (1908-1980), dovette affrontare situazioni drammatiche. Avvenne in particolare quando il “centurione” della milizia volontaria[1] denunciò al vescovo Mons. Bagnoli un nutrito numero di preti marsicani, tredici in tutto, per “comportamento scorretto”. In quell’occasione, però, il vescovo protestò energicamente contro il Regime, sostenendo di non dover prendere nessuna decisione nei confronti dei sacerdoti, tra i quali figuravano anche don Antonio Ippoliti, parroco di Corona e, appunto, don Amerigo Petracca, responsabile parrocchiale a Massa d’Albe. Su di loro venne addirittura spiccata una sentenza di condanna a morte per aver “osteggiato il regime”, un provvedimento che fu disposto, in particolare, dagli occupanti tedeschi nel maggio del 1944. Quest’ultima vicenda rientra nella più ampia sentenza di condanna a morte della quale erano state fatte oggetto ben trenta persone di Massa d’Albe, accusate dalla polizia militare tedesca di aver prestato aiuto ai soldati alleati nascosti nelle montagne attorno al paese. Raccontava, nello specifico, il locale commissario prefettizio Tullio Carattoli1: “Su suggerimento del famoso Tenente Salfener, addetto al servizio politico segreto della Gestapo, fu approntata una lista di trenta persone che dovevano essere fucilate. Le persone che vi facevano parte comprendevano il Commissario prefettizio, Tullio Carattoli; il segretario comunale, Camillo Tollis; Goffredo Celi; Nello D’Orazi; il parroco di Corona, Don Antonio Ippoliti; quello di Massa Don Americo Petracca (sic); il medico Condotto, Dott. Giuseppe Laudati; Vincenzo Pace; Fileno Blasetti; Giovanni Di Carlo e molti altri fra i quali colore che prestavano aiuti ai prigionieri rifugiati in montagna. Era stata prescelta perfino la località dove dovevano avvenire le fucilazioni, e precisamente nel terreno di proprietà di Staffieri Pietro, dietro l’asilo d’infanzia. La notizia fu comunicata il giorno 11 maggio, dal Sergente Ballaban al Commissario prefettizio, confermata al Sig. Paolo Tatangelo”. La condanna a morte era stata dunque ufficializzata: “Si venne successivamente a sapere grazie ad un dattilografo dell’Ufficio politico delle SS e al sergente Balaban addetto all’Orts Kommandatur, che il generale aveva fatto compilare in primavera, dietro suggerimento del tenente Salfner, una lista di 30 nomi di civili (tra cui Carattoli Tullio, il reverendo Ippoliti Antonio parroco della frazione di Corona di Massa d’Albe, il reverendo Petracca Amerigo e il dott. Laudati Giuseppe) passibili di fucilazione per le attività di sostegno agli ex prigionieri alleati fuggiti dal campo di concentramento di Avezzano”[2]. Le fucilazioni non ebbero luogo “perché il Comando Tedesco fu completamente sconvolto in seguito al bombardamento del 12 maggio 1944”; nello stesso bombardamento, tuttavia, morirono ben 41 persone di Massa d’Albe (tra le quali anche la cesense Giovanna Bruno). Giova ricordare, al riguardo, che il territorio di Massa d’Albe aveva assunto al tempo grande rilevanza strategica per l’insediamento, avvenuto già da ottobre del 1943, del Comando della X Armata tedesca con a capo il generale Heinrich von Vietingoff-Scheel (in sostituzione dell’infortunato generale Kesselring), che rimase in loco fino alla metà del maggio 1944.
L’attività di sostegno prestata da don Amerigo verso gli ex-prigionieri in fuga e l’intera popolazione locale è ben testimoniata dallo stesso commissario prefettizio, che nelle sue memorie ricostruisce il ruolo svolto dall’allora parroco di Massa d’Albe fin dall’inizio dell’occupazione tedesca. Scrive Carattoli: “Questi episodi avevano sparso il terrore fra la cittadinanza. Era necessario organizzarsi per svolgere un’azione di resistenza passiva, la sola che fosse possibile ad una popolazione inerme e poco numerosa. […] Solo dopo si sono potuti individuare quattro gruppi che agirono con efficacia, tenendo però presente la salvaguardia della comune salvezza e quella dei prigionieri alleati, sbandati sulle montagne circostanti, e dei nostri soldati ivi nascosti dopo l’8 settembre. […] I parroci di Massa e di Corona, Don Amerigo Petracca e Don Antonio Ippoliti e il Dott. Giuseppe Laudati formavano il secondo gruppo. Costoro spesso intervenivano presso i Tedeschi per addolcire le loro impossibili ed aspre richieste e consigliavano la popolazione sul modo di comportarsi di fronte al nemico. […] Un quarto gruppo era formato da donne fra le quali si distinsero Matilde Massimiani, Concetta Martorelli, Albina e Giuditta Blasetti. Queste donne raccoglievano cibarie, indumenti e sigarette fra la popolazione, riuscendo a farvi partecipare perfino i Tedeschi. Noncuranti del grave pericolo cui coscientemente andavano incontro, recapitavano ogni cosa ai soldati sbandati e ai prigionieri evasi dopo l’8 settembre. Travestite con abiti maschili trovavano coraggio nel sentimento di carità cristiana, da cui erano animate. Affrontavano il pericolo con estrema prudenza per la Patria e la Libertà. I parroci di Massa e di Corona le guidavano sapientemente, e amorevolmente suscitavano in loro quell’entusiasmo necessario in circostanze simili”. Secondo quanto riportato dallo stesso Carattoli, fu proprio don Amerigo Petracca a salvare letteralmente la vita, oltre che la reputazione, al parroco di Castelnuovo (al tempo frazione di Massa d’Albe) don Biagio Saturnini, accusato in particolare dalla popolazione locale di collaborazione con gli occupanti tedeschi. Scrive ancora l’amministratore del Comune, con riferimento all’uccisione di quattro prigionieri indiani da parte dei nazisti: “Dell’accaduto si diede colpa al Parroco della frazione, don Biagio Saturnini, che avrebbe collaborato con i Tedeschi segnalando la presenza dei quattro prigionieri vaganti e precisando il loro rifugio. Al Saturnini non furono risparmiate serie noie dopo la cessazione delle ostilità, tanto che gli fu ingiunto di non allontanarsi oltre 500 metri dall’abitato. L’intervento del parroco di Massa d’Albe, rev. don Americo Petracca (sic) e di alcuni amici che conoscevano molto bene il Saturnini, riuscirono a sventare la calunnia e a salvarlo, ponendo in luce, successivamente, la sua disinteressata generosità”. Ruolo analogo ebbe ancora don Amerigo nei confronti di un proprio parrocchiano, Nello D’Orazio, che “il giorno 11 marzo venne prelevato dai Tedeschi, condotto e chiuso nei locali del circolo dei signori di Massa e posto sotto la stretta sorveglianza di due militi. Grande fu la preoccupazione nostra. Ricordo il D’Orazi che nel primo vano dell’ex circolo, seduto presso un piccolo tavolo, mesto e pensieroso, poggiava i gomiti, tenendosi il capo con le mani, e pensava forse alla sorte che gli sarebbe toccata. La moglie e i figli piangevano. Verso le 20, dopo un efficace intervento del Parroco di Massa don Americo Petracca (sic) e del commissario prefettizio, sig. Carattoli, il colonnello Castel Faber dispose il rilascio del D’Orazi”.

Anni prima dell’occupazione tedesca, un altro sacerdote cesense, don Francesco Petracca (classe 1878), pro-zio di don Amerigo[3], era stato coinvolto suo malgrado in situazioni che lo avevano costretto ad affrontare giudizi e sentenze legali. Nel febbraio del 1932, in particolare, il prete nativo di Cese era parroco a Montesabinese, nel carseolano. Oltre ad assolvere alla missione pastorale assegnatagli, il sacerdote non nascondeva la propria ostilità nei confronti del governo fascista. Un giorno, affacciandosi al balcone della propria abitazione, pronunciò la seguente espressione: «Ci vorrebbe che comandassi io; gli avrei sparato. Possino ammazzallo Mussolini e chi lo ha messo su!». Le invettive del parroco facevano seguito al sensibile inasprimento delle cartelle esattoriali da parte del comune di Carsoli ed al conseguente risentimento degli abitanti del paese, i quali lamentavano l’eccessiva imposizione fiscale. In un’altra occasione, don Francesco fu chiamato a compilare le schede relative al censimento della popolazione. I parrocchiani, al tempo, erano in gran parte analfabeti, per cui, al termine della giornata di lavoro, si recavano spesso nella canonica per essere aiutati nella compilazione dei moduli. Più di una volta, forse anche per la stanchezza, il prete arrivò ad esclamare: «Non si può più stare in pace; mannaggia il censimento e Mussolini che ha formato un governo di ladri!». Il fatto che il Petracca non sopportasse il regime fascista era noto a tutti; lo dichiarava pubblicamente, mettendo spesso in evidenza l’eccessivo peso delle imposte che i parrocchiani erano costretti a pagare. A tale riguardo, in un’altra circostanza ebbe a dire: «È un governo che sgràscia (sic! rovina?) le famiglie». L’accusa più grave che il parroco ricevette (tanto da essere costretto a difendersi anche di fronte al vescovo Bagnoli), fu tuttavia quella di aver “bestemmiato” in pubblico. Per questo reato il Ministero di Grazia e Giustizia avviò delle indagini. I funzionari incaricati, una volta espletata la necessaria inchiesta, riferirono al ministro, il quale però non concesse l’autorizzazione a procedere, in quanto nessun elemento di prova era emerso, dunque non si rendeva necessaria l’adozione di alcuna azione penale[4].
Due sacerdoti di grande carattere, due uomini di chiesa dotati di profonda umanità, che in periodi storici difficili non piegarono la testa e rimasero sempre al fianco dei propri fratelli e figli spirituali.
[1] Grado corrispondente a quello di capitano di compagnia, nell’organizzazione della “Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale”.
[2] Fabrizio Nocera, “Le bande partigiane lungo la linea Gustav. Abruzzo e Molise nelle carte del Ricompart”, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno Accademico 2017-2018.
[3] Il nonno paterno di don Amerigo, Venanzio Petracca (1825-1904, padre di Angelo Antonio Tobia, 1858-1945), era infatti fratello del padre di don Francesco, Domenico Antonio Petracca, 1836-1886).
[4] Alvaro Salvi, “Marsica: 1943-1945. L’olocausto di Faccetta Nera e le altre rivolte popolari. Preti bianchi neri e rossi”.
<Rielaborato da O. e R. Cipollone, “Padroni di niente” (2019) e da C. Tollis, “Origini e vicende di Massa d’Albe (L’Aquila)”>


- Camillo Tollis, “Origini e vicende di Massa d’Albe (L’Aquila)”, Casa Editrice Fabiani, Pescara, 1977 ↩︎
