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L’orrore della deportazione, poi la libertà, casa, Cese

[Storia delle Cese n.169]
da Eugenio Cipollone

Venti anni. Secondo Conflitto Mondiale. Non sai cosa sia. Sai solo che qualcuno, o qualcosa, ti chiede di presentarti per andare a combattere. Non c’è modo di ragionare, né la possibilità di contestare. Solo obbedire. Oggi le cause di un conflitto si conoscono (quasi sempre) bene, ma è sempre complicato farsene una ragione, accettarle. Pensate a quei tempi…
È tra i ricordi più forti che ho di nonno Ivo. E il solo riportare su carta quanto avevo registrato dalla sua viva voce mi provoca emozioni più profonde della semplice commozione. Commozione che vedevo nei suoi occhi quando raccontava quei pezzi di vita, vissuta lontano da casa, lontano dal mondo che prima di allora era la famiglia, gli affetti, la fatica, un piccolo paese. Commozione per delle situazioni che a lui provocavano quasi imbarazzo, in me orgoglio.


Per fedeltà al racconto ho mantenuto le originali espressioni della registrazione, scegliendo di non edulcorare nessun passaggio e di non parafrasare neppure i tentativi (non sempre riusciti) di esporre i ricordi in italiano. Così questi risultano, nella narrazione, mescolati a termini del nostro dialetto, la scrittura del quale non è forse sempre corretta, ma mi auguro abbastanza attendibile da rendere apprezzabile la lettura.

Racconto di Ivo Marchionni (1920-2012)

L’Italia s’era alleata con la Germania e s’era dichiarata guerra alla Francia… e allora ci portarono a noi in Piemonte, alla frontiera della Francia. Dopo sette giorni, a me m’hanno mandato a Bari. A Bari so’ stato altri 7-8 giorni e dopo m’hanno imbarcato per l’Albania. All’Albania semo fatto 18 giorni a piedi. Dormivamo accampati, nelle tende. Che poi non si manco dormiva, in quanto che era tempo di guerra, e temevamo una sorpresa. Facevamo i turni di guardia. Dall’Albania semo partiti per la Grecia. C’era tutto silenzio, semo camminato senza neanche una fucilata.

Quanti eravate?
Noi eravamo un plotone, poi c’era la compagnia, e poi il battaglione. Noi facevamo parte della “Divisione Siena”. Siamo arrivati al fiume Kalamas, senza manco una fucilata. Il Capitano disse che ci potevamo riposare quella notte. Piazzammo le tende e dormimmo nelle tende. Se non che, all’alba, le cannonate e le fucilate cascavano una appresso all’altra. E comunque, fummo pochi a salvarci, perché scappammo indietro, dove non arrivavano i colpi.

Gli altri invece sono stati colpiti?
Sì, dalle fucilate o dalle schegge. Dopo di questo ci preparammo per varcare il fiume e lì cominciò la battaglia. L’Italia contro la Grecia. A un certo momento, i comandanti, o chi sia stato, ci dissero di non prendere altri rifornimenti, perché ci dissero che la Grecia non lavorava, non si difendeva. Se non che, noi stavamo solo co’ jo fucilo, la Grecia invece coi cannoni, la mitragliatrice e gli aerei. Dovettimo scappare indietro per la strada che avevamo fatto per arrivare. Per fortuna che i Greci non camminavano la notte. La sera, allo scurire, si fermavano. Invece noi la notte scappavamo. Pe’ ppóco non ne fionnarono ajjo maro, non me recordo a quale città. […] Lì ci raggiunsero quiji co’ la penna […] gli alpini. Arrivò il reggimento Alpini. E quiji pochi che èmmo remasti di noi ci unimmo co’ loro. […] Da lì, semo passato un periodo né buono né cattivo perché stavamo sempre in guardia. Dopo un po’ i Tedeschi la quasi abbandonarono l’Italia. Perché tenevano la Russia e… da combattere. E allora noi, veramente, eravamo come gli abbandonati. E stèmmo coscinta pe’ la Grecia.

Per quanto tempo siete stati in questa situazione?
Tutto quanto questo è durato tre anni. In tutto siamo stati due-tre anni in Grecia. Anzi due anni in Grecia, pecché jo mezz’anno rimase il Comando italiano in Grecia. A me mi fu stabilito di andare all’isola di Creta, nel Dodecaneso. Lì, perché allora ero Sergente Maggiore, ci assegnavano un posto di blocco con altri sette soldati intorno a me. Però, intorno a me, oltre a questi sette soldati, ci stava anche una specie di comandante tedesco, cioè un appuntato e tre soldati. Quindi quattro tedeschi e sette noi. Fu bejjo e anche soddisfacente. A un certo momento i Tedeschi vollero comandare noi, allora dissi io a questi soldati, di fare la ronda, con l’ordine di sparare ai tedeschi se non obbedivano a quello che gli dicevano. “Se ji tedeschi non obbedisciono a quelo che dicete vu, sparéteci!”. Ddu giorni, tre giorni, quattro giorni, po’ i nostri sparavano perché l’ordine era questo. Allora il comando italiano li levò questi quattro tedeschi e li mandò a ‘n’atra via. Con noi non ci stavano più insomma. Dopo qualche mese un generale italiano ci fece levare le armi e disse “Non reagite, posate le armi perché vi riportano in Italia”.

Ma perché vi ha detto di posare le armi?
Èsso pecché: o s’era venduto ai Tedeschi o era ‘no brigante, non lo sappiamo questo. Venne anche lui co’ una ronda. E nu’ ci dèmmo retta. Pecché vedèmmo che commannèmmo nu’. Posammo le armi e dopo tre giorni c’imbarcarono. Invece di portarci in Italia, ci portarono in Germania con la tradotta. Col treno, no? Tanti treni. Tanti vagoni. Invece dell’Italia ci fecero fa’ tutta la Jugoslavia e ci portarono in Germania, a Koblenz. La città sta come Le Cese: appèto alla montagna. E lòco èmmo prigionieri, e issi erano cattivi, e bastardi.

E quanti anni avevi?
C’avevo 22 e mezzo. Arrivammo e ci portarono in un laboratorio, così lo chiamavano. Ti passavano la visita. Ti spogliavi qua… [indica con la mano] passavi la visita ècco alla cucinetta, e po’, secondo comme te dicevano, ci stevano due porte, una a destra e una a sinistra. A mì me mannarono alla porta a sinistra. Lì ci trovavi i panni si’, dejji tedeschi, pecché quiji ti’ ji éri lassati prima della visita. Po’, dóppo, abbiamo saputo che quelli che entravano alla porta di destra erano infornati, e nu’ “della porta sinistra” èmmo vivi ancora.

Quindi erano dei forni crematori?
E ci fu… oddio… che tte vó parla’? […]. De quiji che mannévano a destra, che nne sapèmmo nu?

Quiji che mannévano a sinistra erano perfetti?
Oddio, la perfezione, dóppo tutto qujio témpo… perché da Creta alla Germania ci vollero più di 30 giorni, e cacavi, senza magna’, alla tradotta, ajjo vagone proprio. E quéla poca de mmerda, fino a che tenivi ‘na poca de carta la jettivi alla finestra, ma quanno non tenivi più manco la carta la mmerda remaneva lòco. Pe’ 31 giorni magnivi, cachivi e piscivi senza manco vede’ mai jo sòlo. Quando ci fu questa visita jo revedivi jo sòlo, però che nne sa che tt’era succéso a quiji 30 giorni. Vedivi solo che cacuno entrava a destra e i’ da st’atra parte. Po’, quelli che entrevano de llà non ji so’ visti più. Mentre quelli che entrevano de qua ji so’ revisti. […] A Koblenz ci steva jo stabilimento di armi di guerra e munizioni. Lì eravamo sette di noi, sette prigionieri, co’ no chef [capo, ndr] tedesco, che ci portava addo’ adèmmo lavora’, chi voleva lavora’. Chi non ‘oleva lavora’ campeva puri de meno. Questo chef ci portava e ci riportava all’accampamento. Ci facevano pulire i vicoli, gli uffici, addo’ stevano ‘sti capi. Che volivi fa’, quanno non te reggivi ritto? Quando pisi 30 chili… che ‘olivi lavora’? Tante vòte se portevano ddu sacchitti de cemento. Se’ dejji nóstri, vajjoli, co’ ji bajardi co’ sei manici, mezzo quintale de cemento, sei persone a quanto a quanto ci lla facèmmo. Che mme llo fa recorda’ a fa’? È triste. Semo stati quasi un anno e mezzo in Germania. Poi l’America sbarco’ nel nord, dal mare sopra la Germania. E da lì conquistò tutta la Germania. E da allora, invece de dareci 100 grammi de pasta, l’America comenzò a dareci 300 grammi de pasta e 100 grammi di pane. Le femmine tedesche erano più bbone degli maschi. Quando escevano dajji mercati facevano casca’ apposta i buoni pe’ fa la spesa, perché lo sapevano che nu’ stemmo lòco e ci ji potemmo raccòlle. Po’, dopo no póco, ‘sti benedetti Americani ci lasciarono quasi liberi e allora noi giravamo per la città, addo’ trovèmmo lo pano puri tra i rifiuti, no? Comme fao i cani. Trovivi ‘na crosta, e tte lla magnivi o te lla mittivi ‘n saccoccia. Non te llo pozzo dice tutte le porcarie… ci stevano i biduni della monnezza pini de fette de pano sporche. […] Eppure si magnava. Era bbóno lo stesso. Veramente, quando dissero che nne rempatriévano, chi ci credeva? Non ci credèmmo più […] Però comenzò jo rempatrio.

Sempre col treno…
Le tradotte, da Koblenz, partivano e entravano in Italia a Varese, perché lì ci stava la stazione in piano, nella pianura, mentre Varese stava appoggiata tutta alla montagna, comme Corcumejjo mo. E ppo’ da lì ci steva jo smistamento. Pe’ ditte a te, quando uno non è sicuro no? Chi ci credeva ca revenemmo in Italia? Chi non ci credeva se nn’è scappato pe’ le campagne, pe’ lle fratti. Io dissi “Ormai ci credo”. Pecché da lòco c’hao portato ècco, sennóra ci sarriano portato alla frontiera della Russia, alle campagne russe. E di fatti, addurammo. Po’, quando fu pe’ reì a Roma, allora scappai pure io. Dajjo treno, quanno se fermeva, non te controllavano. Allora calai da sto treno e a piedi arrivai alla stazione apprésso alla Prenestina. […] Passò un camion che andava a Carsoli, e m’arrampicai pe’ le sponde, co’ nno pèto ajjo parafango, appiccato pe’ fòre. E arrivèmmo a Carsoli. A Carsoli quisso fermò, calai pure io. E nno póco ci stèmmo. A Carsoli, non volendo, incontrai uno delle Cese: Pecióno jo chiamevano, puri se sse chiameva Raimondo. Era notte però, era scuro. Quisso lavoreva alle scòle, ajjo restauro delle scòle. […] Sto bravo cristiano me disse “Ve’ co’ nu, ve’ addo’ dormo i’, te repusi e addoma’ mmatina vediamo”. Ajjo stabilimento che stevano a raggiustare, tenevano la paglia ‘n terra co’ lla coperta e le lenzuola. E allora me fece mettere pure a me, sopra la paglia e le lenzuola. La mmatina m’ha accompagnato addo’ passeva qualche macchina che ‘éva a Avezzano […] E di fatti verso l’una passò una machina che andava a Avezzano, però non me poteva porta’ perché era piena, allora ci dissi a Pecióno che me sarria remisso ‘n cima ajji parafanghi, ma ci doveva arriva’ a Avezzano. Resteva ‘n’atra vòta appiccato pe’ ffòre, sujjo parafango. Ma non ci i’ a Avezzano, perché quando sentii Cappelle, zompai e dissi “Se passa quacheduno bene, sennóra me lla faccio a ppèto”. Quando arrivai quasi alla stazione, passò jo comparo Sirvino. I’ non teneva niente, e steva vestito co’ i pantaluni e la giacchetta che c’èmmo pijati in Germania. Sto comparo Sirvino non te jo recordi tu, portava co’ la biga, co’ la cavalla, la gente alla stazione e la riportava. E allora, quanno passò me reconoscì e me disse “Monta! Monta!”. Po’ èsso, alla curva della strettoia, quanno comenzèmmo a entra’ alle Cese: “È Ivo! È Ivo!”, gridevano. Allora, chi sà, la voce cammineva più della cavalla. Tutti quanti fòre a vede’, e esci’ pure Maria. E quando vedde che era pe’ ddavero Ivo… Maria steva co ji abiti sporchi perché steva alla cucina della casa de nonno Trombetta, e se nne rentrò. Allora zompai dalla biga e m’afficca’ appresso a Maria e pe’ le scale l’acchiappai.

Ma perché nonna se nne steva a scappa’?
Se nne steva a scappa’ perché steva co’ ji vestiti brutti. […] Stèmmo no póco ‘nsieme ma poi dovevo venire a salutare i miei, no? E allora lei mi disse “No no, aspetta che ci véngo pure io”. Allora ci dette témpo che se cambiò e èmmo a trovà i nóstri.

E che t’hao ditto nonno e nonna?
E che tte volevano dice…? Che mme potevano dice…? La vita era quella.
Era il 25 giugno del 1945.

<Tratto da un articolo di E. Cipollone pubblicato su “La Voce delle Cese” (n. 71 – aprile 2012)>


Una replica a “L’orrore della deportazione, poi la libertà, casa, Cese”

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