[Storia delle Cese n.163]
di Roberto Cipollone
Il 18 agosto del 1991 veniva presentata, nella chiesa di Cese, un’opera di grande impatto destinata ad impreziosire il tempio locale con il proprio valore artistico. Il maestoso quadro, largo 4 metri ed alto 3,20, è stato realizzato dal pittore Mario Petracca e fino a qualche tempo fa trovava posto sulla parete di fondo, al di sopra della porta centrale; in seguito al restauro della chiesa, invece, è stato spostato in fondo alla navata sinistra, in una posizione che, pur difettando in termini di visione d’insieme, rende più facilmente apprezzabili i dettagli dell’opera stessa.
La storia del quadro nasce dalla committenza di Anna Graziosa Di Giamberardino, che intendeva donare un’opera d’arte alla chiesa di Cese e ha assecondato questo desiderio con un gesto “fatto davvero con il cuore, per un grande amore per la Chiesa e per il paese”. “Tra le varie proposte”, racconta Mario Petracca, “è stata scelta la mia”. Nella fase di realizzazione, le dimensioni del quadro hanno ovviamente richiesto spazi adeguati e particolari accorgimenti. “Non è stato semplice”, rivela l’autore. “Ho iniziato a lavorarci in un locale sopra la vecchia Superal, poi ho deciso di portarlo a Roma affittando un camion di quelli utilizzati per il trasporto di oggetti di grandi dimensioni. In questo modo, mi ci sono potuto dedicare quotidianamente per portarlo termine in circa sei mesi”. Una volta finito, è stato dunque riportato a Cese e presentato pubblicamente, come scritto, nell’agosto del 1991, alla presenza del Vescovo di allora, Mons. Armando Dini, e di molte autorità. Nell’archivio della Diocesi dei Marsi è conservato il discorso tenuto proprio in occasione della presentazione, il cui testo viene riportato di seguito per le citazioni sia sull’opera che sul contesto territoriale, con particolare riferimento ai richiami dell’artista alla radice rurale del proprio paese ed agli elementi della sua montagna.
PRESENTAZIONE DELL’OPERA “IL DISCORSO DELLA MONTAGNA”. Cese, 18/8/91
Benvenuti a tutti Voi. Un benvenuto a nome di tutti al nostro Vescovo Mons. Armando Dini, che ha voluto, in un momento così importante, onorarci della Sua visita. Un grazie a Don Angelo che ha ospitato questa manifestazione. Dice Gesù ai convenuti al Discorso della montagna: “Beati i poveri in spirito; Beati gli afflitti; Beati i miti; E così via…”. Io aggiungo: Beati voi abitanti di Cese perché il vostro villaggio nasconde un animo così sensibile e delicato.
Prima che il Prof. Claudio Torres mi presentasse Antonio Cipollone, Giuseppe Cipollone e Mario Petracca, conoscevo a Cese il Dott. Vincenzo Patrizi; non sapevo che vi fossero si, bravi pittori “e non sono i soli”, so pure dell’esistenza della Sig.na Maria Grazia Gargano e del Dott. Sandro Tomei. Forse ce ne saranno ancora altri. Con alcuni dei vostri figli abbiamo fatto qualche bella esperienza come i “murales” di Colle S. Giacomo, che hanno destato unanime consenso.
Bene: oggi vi viene presentata, per essere posta nella vostra Chiesa, l’opera del Prof. Mario Petracca “il discorso della Montagna” ispirata al Vangelo. Io provo a dare il mio modesto contributo per una migliore comprensione di questa importantissima opera, precisando che quanto vi dirò è frutto diretto del vostro Mario Petracca, a cui solo va il merito. Dopo queste necessarie premesse scendiamo, brevemente, un po’ più in dettaglio sugli elementi compositivi e cromatici, perché ciò è necessario per una migliore e razionale comprensione dell’opera.
La figura di Gesù è posta al centro della tela. L’anello ideale formato dalle figure che lo circondano, ne accentuano la centralità. Il suo sguardo è rivolto all’interno della tela in direzione di Maria. Veniamo indotti pertanto a rivolgere il pensiero sull’atteggiamento della Madre che già conosce la missione del figlio e ne presagisce la passione e la morte. Nella parte opposta la figura imponente del soldato romano mentre sta deponendo la spada. Egli è spinto alla resa dalle parole del Maestro. Non c’è impero che possa competere con quello dell’amore e la storia, anche recente, ne è piena di esempi.
Cosa ha spinto il vostro figlio artista a sfidare se stesso su una tela bianca? Forse il desiderio di fermare il tempo. Forse il volerlo sconfiggere con l’unica arma possibile e cioè il pensiero che diventa immagine. Forse è “solo” un atto d’amore. Premetto che un’opera di questo genere merita di essere capita. E non è facile. L’immagine pittorica – quando è una vera opera d’arte – è sicuramente più immediata ed efficace delle parole e dello scritto. Essa penetra più facilmente nell’animo umano fino a diventare memoria storica.
Nell’opera del Prof. Mario Petracca “Il discorso della Montagna”, il brano del Vangelo tradotto in, immagine si rafforza, prende vita, penetra sicuro dentro le nostre coscienze. Ci aiuta a riflettere più profondamente e senza mediazioni. È un comunicare diretto, semplice, che infonde serenità nell’animo di tutti. Si dissolvono le differenze tra opera pittorica e spazio esterno reale. Noi ne entriamo a far parte integrante. La parola del Vangelo diviene viva ed attuale, diretta ad ognuno di noi ed agisce in noi. Il sentimento che anima la scena è lo stesso di tanti anni fa. La rappresentazione pittorica è solo l’espediente senza il quale il messaggio avrebbe più difficoltà a penetrare e ad agire. Si stabilisce così un legame profondo tra storia e presente. Essi fanno parte di un insieme unico, senza tempo.
Il fatto storico accaduto molti secoli fa è come accadesse sotto i nostri occhi. I nostri diversi abiti non ci separano dai personaggi dipinti. Essi sono soltanto il segno della continuità, di una catena che non si può spezzare – tanto è forte la materia di cui è fatta: la parola eterna del Maestro. Parola che si materializza nella pratica, nell’impegno costante, nel donarsi; così come nell’artista l’immagine ha bisogno della pratica dell’incessante impegno e dell’amore per tradursi in immagine compiuta. L’artista pertanto, è colui che porta il sentimento davanti ai nostri occhi, traducendolo in segno, forma e colore. Nel “Discorso della Montagna” di Mario Petracca, i vari elementi, non dovuti al caso ma frutto di un’idea complessa e profonda, si fondono come le note di uno spartito formando un’armonia che permea tutta la scena. All’interno quindi di questo anello compositivo sono state citate tre figure che non a caso formano tra loro un triangolo con al vertice la figura di Gesù.
Ora riflettiamo sui colori. Le tre figure sono dipinte con i colori principali dello spettro solare: il giallo, il blu e il rosso. Principali perché con essi si possono formate tutti gli altri colori. La simbologia dei colori è molto importante e precisa. Di bianco si disse vestita la fede e il bianco inoltre e massimo richiamo alla purezza spirituale. Il giallo del mantello di Gesù è il colore più vicino alla luce solare ed al colore dell’oro; il pensiero si dirige automaticamente verso Dio, luce spirituale e aspirazione massima dell’uomo di fondersi in lui. L’azzurro del mantello della Madonna, colore della serenità e della calma; ci spinge verso il cielo, luogo ideale delle anime elette. Il rosso, a cui molto imperi fanno riferimento nella loro effigie, è il colore della forza, della grandiosità e delle passioni. Ma l’atteggiamento del soldato che le rappresenta, ci invita a riflettere sul fallimento di ogni potere fondato sulla sopraffazione dei sacrosanti diritti dell’uomo. (Non possiamo fare a meno di collegarci ancora una volta agli eventi storici degli ultimissimi anni nel vicino Est). Il resto del dipinto è realizzato dalle composizioni e combinazioni di questi tre fondamentali colori, proprio a rappresentare come dentro di noi coesistono più sentimenti che solo con una santa guida e con un’attenta e costante autocritica possono trovare e seguire la via giusta della comprensione, della solidarietà, della bontà e dell’amore. L’amore fondamento dell’insegnamento cristiano, aspirazione e meta ultima dell’uomo.
Infine, chiari ed immediati sono gli altri riferimenti simbolici: il cane, simbolo della fedeltà assoluta; la pecora, simbolo della mitezza e del sacrificio. Anch’essi dono divino e pertanto come tutti gli esseri viventi, degni di ogni rispetto. Nel cestino tenuto tra le braccia della donna alla sinistra di Gesù, l’uva, frutto della vitta, spicca sugli altri frutti. La vite è uno dei simboli fondamentali della religione cristiana e l’uva trasformata in vino diviene il sangue di Gesù nel sacrificio dell’Eucarestia. Nel cesto (“canistro” con il quale soprattutto durante la mietitura le donne portavano il pranzo ai lavoratori dei campi), si intravede un panno rossastro. Era il panno povero con il quale nella nostra terra si proteggeva e si riscaldava l’impasto del pane durante la lievitatura. Il pane che diviene corpo di Gesù nel sacrificio dell’Eucarestia. L’intera rappresentazione viene collocata tra i sassi tipici della montagna di Cese, come se avvenisse nel punto in cui è stata edificata la chiesa di “Santa Maria”. Vedete quanti simboli e messaggi possono essere colti in un’opera d’arte. E sicuramente non li abbiamo esaminati tutti.
Ma tutte queste spiegazioni sono inutili. Il messaggio vero è diretto: non ha bisogno di spiegazioni. Con l’espressione “è bello”, tutto ciò percorrendo vie misteriose e segrete, ci penetra direttamente nell’animo. Non si spiegherebbe altrimenti l’importanza enorme che ha sempre avuto l’arte, la quale non parla solo ai “dotti”, ma soprattutto ai “semplici” proprio come vuole l’insegnamento cristiano che dice appunto che il messaggio divino penetra più facilmente nell’animo puro e semplice. Al nostro, al vostro Prof. Mario Petracca, vada la nostra eterna gratitudine per aver voluto e potuto, con l’aiuto di Dio, donarci con tanto amore un’opera così bella e tanto utile allo sviluppo della nostra anima.G.G. P.M.
Qualche anno più tardi, nell’introdurre ed analizzare un altro quadro di Mario Petracca, la riproduzione della “Madonna del cuscino” oggi ospitata nella chiesetta della Madonna delle Grazie, il professore e critico d’arte Mariano Apa tracciava un’attenta esplorazione anche del “Discorso delle beatitudini”, soffermandosi sui riferimenti artistici presenti nell’opera, sul loro significato religioso, sul percorso dell’autore e sulla sua estrazione e formazione. Scriveva Apa[1]:
Nella grande articolata tradizione degli artisti della Marsica tra le distanze di una urbanizzazione tenuta a bada dalla specificità territoriale, costruita su silenzi montani e sguardi lunghi di vallate che si rincorrono verso Sora e Cassino, i giovani artisti della stagione incastrata tra i decenni 70/80 – e dunque tra cultura della neoavanguardia e “ritorno” in un ideologico “postmodern” – hanno prodotto variegate e pure uniformi ricerche nel comune denominatore di un uniforme “neoavanguardista” che, di fatto, se non si chiude a stilemi di decorativismo figurativo, naufraga o tenta di navigare, nelle indicazioni di un “sistema artistico “che ha in Roma la diretta interessata. Tra questi giovani un caso del tutto anomalo e particolare è la ricerca artistica di Mario Petracca.
Petracca è nato a Cese nel 1955 e vive a Roma dove attualmente lavora e studia. Dopo il liceo artistico, è a Via Ripetta, nella storica romana Accademia di Belle Arti che lavora e si diploma, nel laboratorio di scenografia. Ed infatti è proprio nella cultura della scenografia, nelle varie committenze necessarie alla edificazione di ambienti per sceneggiati e rappresentazioni teatrali, fino a interventi per arredi di interni e designer in arredi per edifici privati – ville e appartamenti – che Petracca fa affermare alla propria ricerca artistica, la “variante” del suo essere artista rispetto ai suoi artisti coetanei. Ovvero, è dall’interno della logica dell’arredo scenografico che Petracca innerva e fa crescere una corposa e salutare produzione che ha a che vedere con la ricerca dell’arte sacra. La capacità della resa figurativa in Petracca è grande ed è nella migliore tradizione che si rispetti. La novità è che l’impalcatura figurativa del suo lavoro denota una capacità rappresentativa che fa sconfinare tale “rappresentazione” in uno edificato “spazio scenografico”, per cui oltre che dialogare con le pareti e l’ambiente dove il lavoro si contempla, è proprio dentro la figura, dentro la superficie del suo lavoro che si denota tale caratteristica scenografica. È il caso del grande lavoro che illustra le “Beatitudini”, un grande olio del 1991 che campeggia a Cese nella Parrocchia di Santa Maria. In questo bellissimo lavoro il Cristo e gli Apostoli e i fedeli sono posti su terra marsicana e su cielo fresco del vento di aurora primaverile. Il Cristo è al centro con attorno gruppi di fedeli e Apostoli, alza le braccia la circonferenza della composizione che si viene a porre al centro del grande rettangolo con cui si presenta la figura del prato. La difficilissima trattazione “le Beatitudini” è colta nella materia della “dizione”, nell’ammaestramento del Maestro rispetto ai fedeli che ascoltano rapiti, attenti, partecipi e in atteggiamenti come se ciascuno, ciascun gruppo, dovesse “rappresentare” e significare una delle beatitudini di cui sta il Gesù Maestro illustrando la tematica. Discende dal Cristo Maestro, tra il Laterano a Roma e il Duomo di Jesi ritratto con genialità da Biagio Biagetti, il grande artista dell’arte sacra in Italia e nell’Europa dei primi decenni del secolo, questo Cristo di Petracca e, rispetto alla rigidità neo-classica del marchigiano Biagetti, Petracca ha immesso un armonico movimento, una arcuazione del torace in torsione come ad abitare delicatamente il vuoto, sì che le nuvole sembrano ruotare attorno il suo volto quale Santo Volto/Sole e così regale/solare il Cristo Maestro risplende in veste bianco – gialla, rimandando alla cromia dell’essere Chiesa qui ed ora, nella storia e dunque volutamente al rimando della Cattedra di S. Pietro in Vaticano.
Riconoscimenti importanti che hanno il pregio di rendere l’opera di Mario Petracca ancor più apprezzabile e degna di attenzione.
[1] Mariana Apa, “Mario Petracca tra De Litio e Solario”, in “La Madonna delle Grazie di Cese. Dalla devozione popolare alla nascita della piccola chiesa”, a cura di Mario Petracca, Comitato Studi Palentini – Pietro Marso, De Cristofaro editore 1997.
<Articolo originale basato sulle fonti citate>




Una replica a ““Le beatitudini”, Mario Petracca e Cese”
[…] agosto del 1991, invece, nella parte interna dove era l’originario rosone è stata collocata l’opera di Mario Petracca raffigurante la scena evangelica delle Beatitudini. Il 18 maggio 2002 è stato installato nel campanile un sistema computerizzato che, fra le altre […]