[Storia delle Cese n.142]
da Giovanni Massari
Il mito della Dea Angizia e del suo “bosco sacro” (“lucus”, in latino) è noto e diffuso anche oltre i confini della Marsica, così come è noto lo stretto legame con il paese di Luco dei Marsi (“Lucus Angitiae”, un tempo)1. Tuttavia, in tempi meno recenti si era a lungo dibattuto della effettiva collocazione dello stesso bosco sacro, così come della sua denominazione, sospesa a metà tra bosco “di Angizia” e “di Agnano”. A sintesi delle diverse posizioni e ricostruzione degli errori commessi da alcuni storici non solo locali, è apparso nel 1922 un articolo scritto per il periodico “Marsica nuova” da Giovanni Massari, zio di quel Vincent Massari partito da Luco come Vincenzo pochi giorni prima del terremoto e destinato a diventare senatore e fondatore dell’università di Pueblo, in Colorado2. Nella stessa città, nel 1918 Vincent Massari aveva fondato il citato “Marsica Nuova” come “organo ufficiale della Federazione Luchese-Marsicana”3. Nel giro di qualche anno, quel giornale sarebbe diventato il mezzo d’informazione per eccellenza di tutti gli emigrati marsicani ed abruzzesi in terra americana e avrebbe raccontato la realtà della terra d’origine con occhio spesso più attento e più libero.
Nell’edizione del 23 maggio 1922, in particolare, trova posto nel periodico la seconda parte di un ampio articolo di Giovanni Massari intitolato “Ricordando i tempi che furono”4. Questa seconda sezione è incentrata appunto sulla questione del “bosco di Angizia/di Agnano” e nella ricostruzione operata dall’autore viene fatto specifico riferimento alla teoria che voleva il bosco ubicato nel versante palentino del monte Salviano, proprio in corrispondenza del territorio di Cese. Massari confuta la tesi con argomentazioni ben fondate, ma lascia spazio ad una teoria “di compromesso” che vorrebbe appunto il territorio di Cese ascrivibile ad estensione di un ampio bosco chiamato di Angizia ma avente diverse denominazioni locali. La collocazione del bosco di Angizia resta ben individuata attorno al monte Penna, nel territorio luchese, tuttavia l’ipotesi della sua estensione fino all’area di Cese costituisce un’affascinante, per quando labile, suggestione.
Selva di Angizia o di Agnano? Conviene confutare diverse dicerie sopra la denominazione e ubicazione della selva, o bosco di Angizia, mentre si trovano su questo punto varii disparati pareri: il bosco di Angizia, da diversi scrittori è posto in diverse località e sotto diverso nome. Chi lo chiama selva di Angizia, chi di Agnano, chi di Albi; chi lo dice ubicato a Luco, chi ad Albe e chi a Cese. In questa disparità di pareri, sarà meglio riportare le stesse parole degli storiografi Marsi, avvertendo che la maggior parte di essi sono preti, e questi, per apparire novatori, per distaccarsi e distinguersi dagli altri, hanno voluto travisare i fatti, se non falsificarli di sana pianta. Perciò quello che dicono, bisogna accoglierlo sempre col benefizio dell’inventario; comunque, però, alla comune dei geografi, alla tradizione, allo storico, al poeta non bisogna prestar mai fede incondizionatamente. Monsignor Corsignani, definito dal Mommsen “il pessimo fra i cattivi storici marsicani”, chiama l’antico Lucus, Selva di Angizia, o di Agnano, esprimendosi in questi termini: “ritrovasi presso al Castello di Cappelle una piccola selva già detta di Angizia, della quale cantò Virgilio, Te nemus Angitiae. Questa selva fu detta Selva Agnano, che ancor oggi esiste, così Selva Angizia, che principiava dal corrottamente appellata dalla vetusta moderno sito di Luco e con lo stesso nome giungeva fino alla Terra di Cappelle.” II Beverini, nel tradurre i versi di Virgilio: Te Angitiae, te liquidi flevere lacus etc., cosi dice : “Ti pianse il bosco d’Albe e per te fuore “Il famoso Fucin versossi in pianto”. Il Corsignani ripete: “ed è da notarsi come dal Beverini si raccorda il bosco d’Albe per la selva Angizia”. L’istorico Grimaldi scrive: “Lucus Angitiae, ora Agnano, bosco consagrato dalle favole ad Angizia sorella di Medea, che insegnò a quei popoli la medicina dei veleni. Se non è corrotto il testo di Plinio, qui vi era una popolazione, che tra’ Marsi si distinguea col nome di Lucentes, e la città principale di questa regione si chiamava Pinna”.
In un antico dizionario latino si trova : “Angitia Silva. Vig. Selva d’Albi, tra Alba e il lago Celano; è il lago Marso in Terra di lavoro.” Il Ciampoli ne’ suoi Fiori di Monte scrive : “sulle radici del monte Velino dicono fosse la Selva di Angizia, e segue, scrivendo, che gli scrittori patrii credono che sia la selva ora detta Agnano, o il bosco d’Alba.” Il regio canonico don Giuseppe Lolli, nella sua Risposta quale sovra intendente della grande opera del Fucino, dopo aver detto che le acque del fiume Liri per un condotto fatto da L. Tito, poi ripulito dagli antichi Romani, quindi dai Colonna, passando sotto il monte Arunzo, sboccando al fontanile al di là dì Corcumello, infine scorrendo per i piani di Palentini andava a mettere capo verso l’antica Villa di Caccia, dove è oggi il Villaggio di Cese appoggiato alle radici del monte Salviano, che guarda a ponente, prosegue: “si riconoscono ancora le vestigia di opera romana in quella gran Villa, che restava a circa la metà del Salviano e della rinomata Selva Angizia decantata da Virgilio, lib. VII dell’Eneide. Serviva questa per diporto degli antichi principi Romani onde divertirsi alla caccia di quelle fiere, che annidavano in quel fruttifero bosco, che si stendeva per molte miglia a coprire gran parte del monte Salviano, e del piano palentino attraversato dal fiume Salto, dal torrente Rafo ora Rafo e Rafia e avvicinato alla consolar via Valeria. Di questo gran bosco restano soltanto tuttavia diversi residui tanto nel piano, che nel monte.” Il Mezzadri, a pag. 15, conferma: “Entro i confini di questi popoli – parlando dei Marsi – evvi la Selva anticamente chiamata Angizia, dal nome di una Dea allora venerata da essi – giusta le finzioni degli antichi Idolatri – come mostra dì averle insegnato i rimedii contro i veleni. Oggi, però, è chiamata Selva d’Alba, essendo situata fra il Castello di questo nome Alba, ed il lago di Fucino, come scrisse Silvio, lib. 8., v. 500, della quale parlò Virgilio nel luogo citato”.
Mi sembra opera frustranea addurre altre opinioni di coloro, che pretendono esistere la Selva di Angizia in altra località, fuorché nel sito e nelle vicinanze dove siede ora la presente Luco de’ Marsi; ma, per meglio chiarire la mia assertiva, ne riporto ancora talune. E per confutare l’asserto dei surriportati autori, sul principio adduco una prova negativa per parte dell’avvocato concistoriale addetto al Vaticano, e celebre archeologo Domenico Desanctis, che nel tessere una dissertazione sopra Albe, fin dall’anno 1750, di tutte le vicende e località di Alba reca parola, meno Selva d’Agnano. […] Strabone, parlando di Urbs Cuculum presso Alba Fucense, ha fatto supporre che questo Cuculum potesse essere Scurcola, Corcumello o Cucullo: ma il francese Decouverte, nel tom. 3, n. 90, pag. 23, suppone scorretto Strabone dove dice Cuculum, e che perciò debba dirsi Luculum, ora Luco, che era il paese abitato dai Lucesi o Lucensi. Quindi, sia dal nome conservato tuttavia di Luco, in quella località dove trovasi il muraglione ciclopico riportato dal Guattani, dal Ferrante, dal Mommsen, dal Gori e da altri; sia per quanto ne abbiano detto al riguardo i quattro or ora nominati scrittori, il Lucus Angitiae, o selva, o bosco di Angizia doveva essere nel luogo stesso di Luco, o verso Trasacco, dove anche oggidì esiste una selva di querce, e nel seno della quale evvi il convento dei frati Cappuccini di Luco. Per viemeglio dilucidare questo fatto aggiungo ancora, che Angelo Minicucci di Avezzano nella “Illustrazione di un cippo sepolcrale”, a pag. 13, dice: “Penne, come si osserva da alcuni ruderi, era di là dal decantato Bosco di Angizia, bagnato dalle vitree onde di Fucino, ed i suoi campi doveano essere le pianure di Luco e Trasacco”; e nella nota segue : “Vi sono documenti con i quali potrebbe contestarsi, che Penne, nei tempi remoti, stendesse il suoi confini al di là del sito, ov’è l’emissario Fucineo». Ma riflettendovi maturatamente, può ben conchiudersi, che Penne ingrandisse il suo territorio nella decadenza di Alba, dalle disgrazie e rovine della quale sorsero più paesi. Penne, ai tempi della floridezza di Alba non era che un piccolo luogo, menzionato appena da qualche scrittore antico. Quindi da ciò si può dedurre, che se il locale detto Penne era vicino al Bosco di Angizia, e le sue pianure erano presso al lago Fucino; ed oggi, tuttavia, il locale Penne è vicino all’odierno Luco, il Bosco di Angizia doveva ritrovarsi nel punto dove oggi è Luco e nel monte ad esso sovrastante; e non si vede la ragione di porre la selva Angizia vicino ad Alba Fucense, né di chiamarla Selva di Agnano, ammenoché non fosse stato tutto un bosco che incominciasse a Luco, passasse per Ie pianure Avezzanesi, per il campo di Albe, e si distendesse poi fino alle pianure di Cese, al piovente meridionale del monte Salviano, o San Felice, come facilmente lo era. Ed in questo caso allora poteva ritenere diverse nominazioni, giusta le località che ricopriva; ma il nome principale era Selva o Bosco di Angizia. E dato che la Selva Angizia fosse ubicata in quella di Agnano, dove si ritrovano in essa i ruderi del tempio della Dea, dell’oppido e della Città Angizia nelle vicinanze di Albe ?
Pria di terminare, trovo necessario aggiungere quanto rinvengo nell’opuscoletto più volte citato – La Marsica – che, a pag. 27, dice: “E’ questo il monte Salviano, alle sue falde dell’antica Penna sono gli estremi. La trilingue biscia gli abitator scaccionne, ed — tra le ruine ancor sepolta giacque. L’erica sola in su frammenti or dell’antico abiture poggiam del monte — . La salvia agreste e l’odoroso — lussureggian nel suolo”.
<Basato sull’articolo “Ricordando i tempi che furono” pubblicato da Giovanni Massari in “Marsica nuova” n.5 – 23 maggio 1922. Fotografia in evidenza di Marica Massaro>
- Questa Dea era chiamata Anaceta, Anxia, Anctia, Antia, Angizia, Angitia. Lo stretto legame con Luco dei Marsi è suffragato dal ritrovamento in zona, nel 2003, di tre statue femminili: la Dea seduta in trono (statua in terracotta) e altre due statue rappresentanti Cerere e Afrodite (marmo di scuola rodia del II secolo a.C.). La Dea era venerata come Signora dei serpenti, che era in grado di incantare e di cui poteva neutralizzare il morso; una tradizione trasmessa da Servio la considera sorella di Circe e Medea, mentre Silio Italico la descrive così nelle “Punicae” (libro VIII, 495-501): “Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve”. ↩︎
- Sulla storia di Vincent Massari si veda Alessio De Stefano, “Vincent Massari abruzzese d’America” edito da Radici Edizioni (https://www.radiciedizioni.it/libri/vincent-massari-abruzzese-america/) ↩︎
- Qui l’intero fondo Vincent Massari nella catalogazione di Alessio De Stefano per la Piccola Biblioteca Marsicana: https://www.piccolabibliotecamarsicana.it/fondi/fondo-vincent-massari/ ↩︎
- https://www.coloradohistoricnewspapers.org/?a=d&d=MSN19220523-01.2.23&srpos=1&e=——-en-20-MSN-1–img-txIN%7ctxCO%7ctxTA-cese——-0—— ↩︎



