,

Sarcasmo e ironia di paese: “le sàtare”

[Storia delle Cese n.132]
da Osvaldo Cipollone

Quando in paese succedeva qualche fatto clamoroso non passava mai inosservato, anzi spesso veniva sottolineato con particolare ironia e sarcasmo. Giovani intraprendenti e scanzonati rappresentavano infatti l’avvenimento in chiave satirica con le cosiddette “sàtare”, che tendevano a sbeffeggiare o a mettere in ridicolo i protagonisti anche per provocare la loro reazione. All’interno della rappresentazione, che veniva curata nei minimi particolari (si riproducevano persino gli abiti dei protagonisti) ed avveniva pubblicamente in piazza, si recitava sulla base di un copione e si evitava di esplicitare i nomi reali. In qualche occasione, tuttavia, è successo che l’autore abbia inavvertitamente menzionato la persona presa di mira, causando persino l’intervento delle autorità dell’epoca.

Raccontavano a proposito qualche anno fa Lidia e Giocondo Petracca: «Durante la ricostruzione della chiesa, il prete aveva espresso la volontà di stendere quanto prima un resoconto delle spese sostenute fino ad allora e di preventivare quelle future». A detta del parroco, questo bilancio sarebbe stato esaminato dai quattro procuratori in carica e reso di pubblico dominio. Per sopraggiunti motivi, tale “assemblea” tardava ad essere convocata, per cui un certo malcontento cominciò a serpeggiare fra la gente. Da questo stato d’animo derivò la programmazione di una rappresentazione dal contenuto satirico, “la sàtara”, che, come tutte quelle messe in piedi in simili circostanze, intendeva sbeffeggiare il personaggio di mira, in questo caso il prete. «Il copione era stato scritto da “Zi’ Pietro jo Santaro” e Giovanni (Petracca, fratello di Lidia). I due avevano costruito anche una rudimentale “chitarra”, con legno incavato e corde di budello di ovino». Don Vittorio, saputo dei preparativi, chiamò i due “artefici” e disse loro che li avrebbe attesi a casa sua la sera stessa; raccomandò anche di portare strumenti, spartiti e copione. Quando furono al suo cospetto, quindi, di due si sentirono dire: «Ed ora sentiamo cosa siete in grado di fare». Per niente intimoriti dalla presenza del prete, entrambi iniziarono a rappresentare quanto preparato: «Io sono il parroco, grande pastore, che cura le anime dei contadini, ma i conti non porta ai procuratori perché li scrive sui bollettini…» continuando il pezzo fino al termine. Il parroco, sebbene stizzito, apprezzò il coraggio dei giovani e gradì la “performance” tanto da farli rimanere a cena con lui, conversando poi di argomenti di varia natura. La “satara” era stata comunque rappresentata e come don Vittorio vi avevano assistito i tanti altri parrocchiani che gremivano la piazza.
Dopo questa rappresentazione, un gruppo di persone si recò ancora dal parroco con l’intenzione di dargli dei suggerimenti per il suo operato futuro. Ci si riferisce sempre al periodo della ricostruzione della chiesa, quando alcuni parrocchiani manifestavano con forza la propria disapprovazione per la gestione del danaro. Il parroco, dopo averli ascoltati, disse che si sarebbe avvalso dei loro consigli, ma in due circostanze: nel caso si fosse trattato di seminare un campo di grano, oppure se avesse dovuto acquistare un asino alla fiera. Quest’ultima affermazione fu spunto per un’altra rappresentazione, dal tono ancor più satirico. Per l’occasione furono curati meglio i dettagli e riprodotti fedelmente alcuni particolari. Una grande quantità di mucche, pecore, cavalli ed asini fu portata nella piazzetta (dove è ora il monumento al “seminatore”) per creare la scena di una fiera. Acquirenti, venditori e persino un sensale si muovevano tra gli animali, recitando le parti loro assegnate. Molti spettatori stavano tutt’intorno, ma non c’era solo la “platea”… Qualcuno aveva occupato anche gli spazi disponibili in “galleria”… Il parroco, infatti, era salito sul balcone del medico Cipollone prospiciente la piazza, in compagnia dell’amico. «Non credo che tu abbia conosciuto Toccióno, era proprio uno che recitava la scena. Fatto sta che questi, ad un certo punto, ebbe un vuoto di memoria, non ricordando esattamente quanto scritto nel copione. Per venir fuori da quella situazione, pensò bene di recitare la propria parte andando a braccio: “… E ppo’, a ‘sto paeso, tenemo puri ‘no preto che no’ nn’è bbóno manco a crompa’ `n aseno… “». Al termine della frase, il prete, dall’alto disse che avrebbe chiamato i carabinieri, e così fece. La rappresentazione naturalmente fu interrotta, fra rimbrotti e disapprovazione. Seguì un fuggi-fuggi generale; in seguito, i responsabili sarebbero stati fermati ed interrogati dal brigadiere Scorza di Scurcola. Nonostante queste scaramucce, col passar del tempo il parroco ricevette giusto apprezzamento da parte dei parrocchiani e, in generale, le “sàtare” smisero di essere rappresentate.


<Tratto da O.Cipollone, “Le Cese – Immagini di ieri” (1991) e “Don Vittorio – Abate di Cese” (2004)>

Una replica a “Sarcasmo e ironia di paese: “le sàtare””

Lascia un commento