,

Le vittime civili di Cese nella 2a guerra mondiale

[Storia delle Cese n.126]
da Roberto Cipollone

Indagare il tema delle vittime di guerra civili, soprattutto in riferimento ad un piccolo paese come Cese, introduce ad un tipo di ricerca a tratti controverso ed aperto all’interpretazione.  Ferme restando tutte le cautele del caso, tuttavia, per alcuni nomi emergono elementi di accertamento oggettivi e sostanziati da testimonianze documentate. Si può in generale supporre che l’elenco delle vittime civili sia più lungo di quello effettivamente indicato, soprattutto in considerazione delle frequenti rappresaglie messe in atto dai Tedeschi, anche nel nostro paese, tra il 1943 ed il 1944. In assenza di testimonianze circostanziate sui nomi, tuttavia, si deve considerare la circostanza come una nota da verificare. L’approccio adottato esula da ogni “graduatoria di mortalità”: le vittime civili, come i soldati morti in battaglia o quelli deceduti in seguito a malattie contratte in guerra, hanno visto il proprio destino tranciato di netto da un evento che nessuno di loro aveva preventivato o voluto. Questo è il tratto comune: se non ci fosse stato il conflitto, la loro vita sarebbe andata in un altro modo, non necessariamente più roseo, ma certamente diverso. L’elenco potrebbe ovviamente essere più lungo, se si considerassero le menomazioni fisiche e gli strascichi che a lungo termine hanno compromesso la salute dei reduci, spesso fino a portarli alla morte. Il campo di ricerca, però, in questo caso diventerebbe eccessivamente ampio. Quelli riportati di seguito sono dunque i nominativi delle vittime civili oggettivamente circostanziate in relazione a Cese.

Giovanna Bruno (21 dicembre 1918 – 12 maggio 1944)

“Giovannina” Bruno, figlia di Giuseppe e di Antonina Bianchi, è una delle 41 vittime civili del bombardamento di Massa d’Albe ufficialmente riconosciute. Viveva ad Alba Fucens, dove si era trasferita in seguito al matrimonio con Carmine De Blasis. All’epoca dei fatti aveva poco più di 25 anni, una figlia di 6, un figlio di 4 ed un bambino di soli 8 mesi. Il suo nominativo è presente nella lista delle vittime civili del bombardamento di Massa d’Albe del 12 maggio 1944, e come tale è riportato nella lapide commemorativa dello stesso Comune.

LA TESTIMONIANZA
«Io ovviamente non posso ricordare nulla di quella tragedia», confidava Fiorino, il figlio più piccolo di Giovannina. «I miei ricordi sono legati ai racconti di nonna, ma la mia seconda mamma conosce bene tutta la vicenda, essendo anche lei di Cese, ed essendo stata amica di mamma Giovannina da ragazza».
Carmine De Blasis, infatti, trascorsi quasi cinque anni dalla scomparsa della moglie, sposò in seconde nozze Vincenza Cipollone, classe 1918, figlia di Angelo Stefano (“’Ngeluccio”) e di Maria Acquaria Antonelli (“Quarietta”).
«Il corpo di mia madre non fu mai ritrovato», racconta Fiorino.  «Papà cercò dappertutto, si mise a scavare conservando quella debole speranza per mesi e mesi. Passati quasi cinque anni, però, dovette accettare il fatto che fosse morta sotto la devastazione dei bombardamenti. Probabilmente il corpo era stato dilaniato dalle esplosioni, che, stando ai racconti dei testimoni ed alle voragini lasciate sul terreno, furono inaudite». «Una volta, in ospedale, ho conosciuto una donna che diceva di aver visto mia madre, a terra e con le gambe completamente insanguinate, subito dopo le prime esplosioni.  Diceva che c’erano lì attorno alcune persone che stavano cercando di soccorrerla. Probabilmente le esplosioni successive hanno distrutto tutto».
«Da come raccontavano», diceva Vincenza “de Quarietta” da lucidissima novantaseienne, «Giovannina era andata a Massa per fare qualche commissione. Era insieme ad un’altra ragazza del posto, che disse di averla persa di vista, ad un certo punto. E da allora, nonostante tutti i tentativi, non si seppe più nulla». «Da ragazze eravamo grandi compagne, e facevamo quello che facevano le giovani al tempo: andavamo a lavorare qualche giornata insieme, mangiavamo i ceci, e passavamo tempo in compagnia. Una volta andammo ad Avezzano e ci facemmo fare una foto insieme; purtroppo entrambe le copie sono andate perse». «Poi lei si sposò con Carmine e andò via da Cese, e per qualche anno non ebbi sue notizie, tant’è vero che non sapevo neanche quanti figli avesse, né come si chiamassero. Una volta però, mentre salivo le scalette attorno alla vecchia fontana della piazza, a Cese, me la vidi davanti, come se fosse viva; mi mostrò il punto del corpo in cui era stata colpita, vicino al cuore, e mi disse dei figli che aveva lasciato. Anzi, mi specificò pure tutti e tre i nomi. Quando poi incontrai il fratello Vincenzino, gli chiesi quanti figli avesse Giovannina e come si chiamassero; ebbene, erano proprio i nomi che mi aveva detto lei “in sogno”».

La testimonianza più vicina agli ultimi momenti di vita di “Giovannina” è quella di Alberta Greco, di Alba Fucens, che l’accompagnava verso Massa d’Albe in quella mattina del 12 maggio 1944[1]. «Erano circa le sette e mezza, quando mi sento chiamare da Giovannina, mia vicina di casa. “Eh Abbè, che volémo i’ a ppiglià quela robba che ci hanno dà ajjo commune pe lla tessera?” “Scine, ecco mo me preparo e jamo”, risposi. Così partimmo, percorrendo la strada che costeggia le funticelle, ma fummo fermate dai tedeschi che tenevano installate le mitragliatrici antiaeree. Allora seguimmo per un’altra strada che scende per Follonica. “Occhia po’ comm’è bejjo sto rane che è sementato maritemo”, mi fece Giovanna ad un certo punto, indicandomi il campo seminato. Poi continuammo scendendo lungo jo colle della Verruca, poi la strada di Albe, ed era bianca la strada, allora. Arrivammo alle prime case di Massa… ruuu… il rumore degli aerei. “Oddio, quisti so’ ppe’ Massa”, disse Giovannina. Ma un attimo, vedemmo la prima bomba che cascò a pochi metri da noi. Cercammo di ripararci sotto qualche grondaia o altro, ma nel frattempo mi scomparse Giovanna. Non la vidi più. Pensai si fosse distaccata per scappare verso Albe, e quello feci poi anch’io, ma incontravo ostacoli di ogni tipo, come buche, massi di terra di enorme grandezza, macerie. Una desolazione. Al fossato incontrai il marito di Giovanna che correva verso Massa. “Dov’è Giovanna?”, mi chiese trafelato. “Non lo so, prima era con me, poi non l’ho più vista”, risposi. Lui continuò nella corsa, ma di Giovanna non si seppe più nulla: né il marito la ritrovò, né quanti altri si adoperarono per il suo ritrovamento. Resta il mistero, per il quale tutti siamo esterrefatti. Ho ancora vivo il ricordo di quando mi disse di quel bel grano seminato dal marito, di quando mi chiamò per andare a prendere la “robba” con la tessera, motivo che forse il destino aveva stabilito perché le cose dovevano andare proprio così».

Un racconto molto interessante del periodo di occupazione e del bombardamento di Massa d’Albe è quello di Don Vincenzo Di Giovambattista, che fu testimone oculare del triste evento[2]. Il 4 ottobre 1943 Massa d’Albe, in provincia dell’Aquila, fu occupata dai Tedeschi, che requisirono gran parte delle case abitative, per sistemarvi il Comando Generale della X Armata che operava sul fronte di Cassino e Anzio. Durante questa occupazione tedesca, fino al 12 maggio 1944, i massetani vissero nella dura condizione di dover subire la presenza massiccia dei tedeschi. Si conoscevano alcuni nomi degli alti ufficiali tedeschi, presenti a Massa d’Albe: il generale Wietingoff, che firmò la resa a Caserta; il generale Wanzel, che organizzò la resistenza di Anzio; il generale Maeltzer, che aveva un nutrito nucleo di SS; su tutti il generale Kesserling, Capo Supremo della Xª Armata. Alle ore 8 del 12 maggio, mentre le forze alleate entravano in azione sul fronte di Cassino, alla stessa ora 56 fortezze volanti giungevano sul cielo di Massa d’Albe e la bombardarono. L’incursione fu ripetuta nel pomeriggio verso le 16 con altri 40 bombardieri. In questa azione di guerra gli alleati, pur di distruggere le apparecchiature belliche del Comando Generale Tedesco e annientare ogni possibilità di recupero, usarono bombe enormi, 10 quintali ciascuna, ad alto potenziale, per la prima volta in esperimento. Esemplari di queste bombe cadute inesplose, fatte poi esplodere dagli artificieri tedeschi, finirono di infrangere e far crollare ciò che era rimasto già danneggiato. Ogni grappolo di cinque bombe era preceduto da un sibilo lancinante; era come se qualche cosa, cadendo dall’ alto, volesse conficcarsi nelle viscere della terra. I centri del Comando furono tutti centrati in pieno, insieme, purtroppo, a molte abitazioni adiacenti. La maggior parte delle bombe, in numero di circa 450, di 10 quintali ciascuna, ad alto potenziale, andarono a cadere in periferia; se fossero cadute tutte nell’abitato, Massa d’Albe sarebbe stata totalmente distrutta, un cimitero di case e di persone. In totale ci furono 41 morti tra i civili, ai quali si devono aggiungere quelli tedeschi che, si disse, sarebbero stati circa 200, tra morti e feriti, precipitosamente portati via e seppelliti altrove. Tra i feriti era anche il generale Wanzel. Dopo la seconda ondata di bombardamenti, per oltre un’ora il cielo rimase coperto da una nuvola di polvere e fumo, sollevata dagli scoppi delle bombe. Usciti dai nascondigli o sparsi lungo le pendici della “Costa”, a tutti noi si presentò uno spettacolo terrificante. Ovunque macerie, distruzione e morte.

Note genealogiche
Genitori: Giuseppe Bruno (classe 1882, di Enrico Bruno e Maria Carmina Cosimati) e Antonina Bianchi (1890-1938, di Vincenzo Bianchi e Maria Domenica Patrizi).
Fratelli: Lucia (1908-1915), Maria (1911-1994, sposata con Vincenzo Di Pietro, 1908-1958), Rosa (classe 1913, sposata con Giocondo Cipollone, 1905-1976), Luigi (“Luigino”, 1915-1993, sposato con Francesca Tucceri, 1919-1985), Ida (1920-1923), Iole (classe 1922, sposata con Dante Fiasca, classe 1925), Enrico (1924-1926), Enrico (1926-1934), Vincenzo (1928-1929), Evaristo (1930-1996, sposato con Loreta Guidoni, 1931-2014) e Vincenzo (classe 1933, sposato con Elida Marta Risciolese, classe 1936). Il padre, Giuseppe, aveva avuto dalla prima moglie Lucia Di Pietro (1884-1906, di Alessio Di Pietro e Maria “Carmela” Cosimati) un figlio di nome Luigi, morto a poco più di 4 mesi (1906).
Marito: Carmine De Blasis (Alba Fucens, 1917-2009), che ha poi sposato in seconde nozze, nel 1948, Vincenza Cipollone (1918-2020, figlia di Angelo Stefano e di Maria “Quarietta” Antonelli).
Figli: Antonina (classe 1938, sposata con Domenico Orlandi), Augusto (classe 1940, sposato con Giacomina Pustetto) e Fiorino (classe 1943, sposato con Concetta Eliggi)


Eliseo Cipollone (15 agosto 1928 – 1943/1944)
Foto di gruppo durante una passeggiata in montagna organizzata da Padre Giovanni Di Matteo. Eliseo è il bambino nel cerchietto.

Figlio di Cesare “De Giusilitto” e di Rosalia Rantucci, è fratello di Goffredo, morto per cause di guerra. Il suo nome non è riportato in alcun registro bellico poiché non si tratta di militare né di vittima “ufficialmente riconosciuta”. La vicenda di Eliseo Cipollone, in effetti, rimane ad oggi avvolta da un velo di mistero, poiché la ricostruzione della sua scomparsa si avvale esclusivamente di notizie verbali e di voci mai accertate. Nel Volume riepilogativo parrocchiale, però, è riportato come morto in guerra.

LA TESTIMONIANZA
«Io sono nata in quegli anni», specifica la sorella di Eliseo, “Antonietta”, «e quello che so mi è stato riferito da mia madre e da mia zia Giovannina, che tra l’altro in quel periodo aiutò anche mamma nelle ricerche, purtroppo vane». «Nessuno sa che fine abbia fatto Eliseo. Quello che so io è che era andato fuori con altri di Cese a prendere il sale, che a quei tempi scarseggiava in paese. Poi non s’è saputo più niente. La voce più attendibile è che sia morto sotto i bombardamenti di Massa d’Albe (evidentemente erano andati lì a prendere il sale), ma poiché non si è ritrovata nessuna traccia del corpo, non è stato mai riconosciuto come vittima ufficiale. Ma si dice anche che sia stato ucciso dai tedeschi…». «Per mia madre è stato un dolore atroce, se l’è portato sempre dietro. In quel periodo tra l’altro era sola, perché mio padre era stato richiamato sotto le armi appena venti giorni dopo la mia nascita (novembre 1942). E pensare che da lì a due-tre anni, sempre a causa della guerra, avrebbe perso anche Goffredo…».
«Di Eliseo purtroppo non s’è più saputo niente», raccontava Anna (“Ninetta”) Cipollone, sua cugina carnale. «Si diceva che fosse stato preso e portato via dai tedeschi che stavano qui a Cese. Ma era una voce di paese, chissà… La realtà è che qui non è più tornato, quindi se è vera quella voce, probabilmente l’hanno gettato in qualche pozzo della campagna o in qualche dirupo qui intorno. Qualcuno diceva che era stato fucilato vicino Capistrello». «La mamma era disperata, ma che poteva fare? Il padre, zio Cesare, era prigioniero in guerra, e anche Goffredo, il fratello maggiore di Eliseo, si trovava sotto le armi. Tra l’altro Goffredo si ammalò proprio quando era soldato e morì qualche tempo dopo, una volta tornato a Cese». «Eliseo invece era giovanissimo (da quanto risulta aveva 15 anni), e si sa i ragazzi come sono fatti… magari aveva fatto qualche sgarro ai tedeschi e l’hanno fatto sparire. L’unica certezza è che a un certo punto non s’è più trovato. Triste destino…».

Note genealogiche
Genitori: Cesare Cipollone (1899-1970, di Giuseppe Cipollone “Giusilitto”, e Maria Sofia Marchionni) e Rosalia Rantucci (1905-1989, “Rosaliva”, di Antonio Rantucci e Giovanna Cipollone).
Fratelli: Goffredo (1924-1946, morto per cause di guerra), Alessandro (“Sandrino”, classe 1926), Giovanni (1931-1934), Antonia (1942-, sposata con Giuseppe Mucci).


Giovanna Cipollone (4 settembre 1911 – 17 dicembre 1943)

Gli incidenti legati agli eventi di guerra, purtroppo, sono avvenuti anche a Cese. In uno di questi, alla fine del 1943, perse la vita Giovanna Cipollone (moglie di Leonardo Scafati), che all’epoca aveva 32 anni e quattro figli dai tre ai dodici anni d’età.

LA TESTIMONIANZA
«Io ero piccolissima, avevo sei anni», raccontava la figlia Angela. «Quel giorno mamma era salita con le altre su a Pietraquaria, “a fa’ le torse”, come si usava. In quel periodo era un po’ più pericoloso, e avevano messo dei cartelli per invitare le persone a non raccogliere nessun oggetto, neanche quelli che sembravano più familiari, perché potevano nascondere degli esplosivi». «Una delle compagne, però, Rosina, raccolse da terra un ordigno; diceva che voleva riportarlo a casa, come ricordo, ed era sicura che non fosse più pericoloso. Per gioco quindi lo tirò verso le altre, e quello esplose, ferendo molto gravemente mamma». «Prese dallo spavento e terrorizzate dall’esplosione, poi, scapparono tutte. Avendo sentito il boato, dopo poco tempo arrivarono sul posto alcuni frati del convento; cercarono di fasciare la ferita, ma oramai mamma aveva perso troppo sangue e non ce l’avrebbe fatta. Infatti morì di lì a poco».
«Papà aveva 12 anni all’epoca», aggiunge Giovanna, figlia di Domenico (il primo figlio di Giovanna Cipollone). «Quando seppe che nonna era stata portata all’ospedale di Avezzano con la biga, scavalcò a piedi la montagna e arrivò sin lì, ma oramai non c’era più niente da fare. Aveva afferrato la bomba all’altezza del ventre, e la ferita era troppo estesa. Forse Rosina aveva pensato che fosse semplicemente una bottiglia lavorata, tanto era fatta bene, e l’aveva tirata verso nonna perché la riportasse a casa lei». «I primi tempi, ad aiutare nonno in casa venne una sorella di nonna Giovanna, e anche qualche altra parente. Poi però dovettero andare avanti da soli: zia Angela e zia Maria sono state dalle suore per un breve periodo, d’altra parte erano piccolissime, mentre gli uomini si adattarono a fare tutto. Papà cucinava, si aggiustava i pantaloni… l’assenza di una donna in casa si è fatta sentire, ma hanno saputo andare avanti restando sempre uniti come famiglia».

Note genealogiche
Genitori: Franco Cipollone (1871-1951, di Nicodemo Cipollone e Maria Stella Nuccitelli) e Albina Galdi (1873-1915, di Antonio Galdi e Caterina Cipollone)
Fratelli: Anna (1895-1915), Maria “Carmina” (1897-1950), Nicodemo (1904-1983, sposato con Marianna Orlandi, 1900-1983), Antonio (“Jo Calabrese”, 1907-1984, sposato con Domenica Cipollone, 1907-1999), Emidio (1910-1910) e Angela (1915-1915).
Marito: Leonardo Scafati (1909-1990), di Domenico Antonio Scafati (classe 1859) e Maria Vincenza Liberatore (classe 1867)
Figli: Domenico (1931-2010, sposato con Maria Passalacqua, 1933-2010), Franco (classe 1934, sposato con Giovanna Pulerà, classe 1937), Angela (1937-2019, sposata con Aquilino Greco, 1938-2002) e Maria (1940-2000, sposata con Giovanni Cipollone, 1937)
Fratelli del marito: Angela (1889-1891), Sabatino (classe 1891), Leonardo (1893-1893), Nunzio (classe 1895), Angela (1897-1897), Leonardo (1898-1898), Franco (classe 1900), Giovanni Candido (classe 1903) e Angela Maria (1909-1909)


Stefano Cipollone (17 aprile 1911 – 28 aprile 1950)
Stefano Cipollone in posa in abiti militari

Il nome di Stefano Cipollone non è riportato in alcun registro di guerra, eppure la sua storia è drammaticamente legata alle vicende belliche in cui anche il nostro paese è stato, suo malgrado, coinvolto. Da ragazzo era stato in Cirenaica, e da lì era riuscito a tornare a casa. I dolorosi strascichi della seconda guerra mondiale, però, avrebbero impietosamente travolto il suo destino. 

LA TESTIMONIANZA
«Io ero una bambina», racconta la figlia Maria, «avrò avuto cinque anni, ma quel giorno me lo ricordo benissimo. Eravamo andati in campagna tutti quanti, papà e Domenico guidavano la vacca nostra e quella della commare. Già all’andata papà aveva notato l’aereo che sorvolava la zona, e non era affatto tranquillo. Al ritorno dalla zona dei Castellani, passata la “pesa”, sentimmo arrivare l’aereo direttamente sopra di noi, poi iniziarono a mitragliare, e papà ci fece saltare dentro ai fossi per ripararci. Intanto però le schegge avevano dato fuoco alla gramigna, e l’aria era diventata irrespirabile, anche perché i colpi che arrivavano dall’aereo avevano creato una nuvola densa di fumo e gas». «Quando riuscimmo a rialzarci, dopo lo shock, papà notò che la sua vacca era stata colpita gravemente, e non ce l’avrebbe fatta. Quindi la portarono velocemente alle “Pratélla” e l’uccisero lì, cercando di salvare il vitello che portava in grembo, senza successo. Allora una vacca rappresentava una ricchezza per la famiglia…». «Noi, scosse e con qualche livido, fummo accolte da Raffaeluccio, in piazza; lì ci fecero riprendere un po’, ma lo spavento era ancora tanto. Considera che tutta la gente era accorsa verso l’ara e la pesa, tanto era forte il fumo che si alzava dalla zona». «Fatto sta che papà, da quel giorno, non fu più lo stesso. Cercò di riprendere a lavorare, ma non ce la faceva, un po’ per lo shock che la vicenda gli aveva causato, un po’ perché da lì in poi cominciò ad avere sempre maggiori difficoltà di respirazione. Prima di quel giorno era sempre stato benissimo, aveva 33-34 anni… ma da allora non riuscì più a respirare bene, tant’è vero che poi morì per una grave malattia polmonare. Oggi forse lo chiameremmo tumore, ma allora non c’erano tutte queste conoscenze». «Con tutta probabilità, quelle esplosioni e quei colpi sparati dall’aereo avevano liberato qualche gas o sostanza nociva, e papà in qualche modo era stato investito da quella nuvola tossica. Lo shock poi ha fatto il resto, togliendogli ogni speranza di ripresa».
Un destino crudele, che in un momento di follia bellica ha stravolto il percorso della vita di Stefano e di tutta la sua famiglia.

Note genealogiche
Genitori: Francesco Cipollone (1867-1937, di Nicodemo Cipollone e Maria Stella Nuccitelli) e Maria Augusta Cipollone (classe 1869, di Arcangelo Cipollone e Angela Domenica Bianchi)
Fratelli: Filippo (1892-1956, sposato con Maria Orientale Pendenza, 1897-1975), Innocenza (classe 1894), Matteo (classe 1896), Pietro (classe 1898), Domenico (classe 1900), Biagio (1903-1981, sposato con Maria Cipollone, 1910-1999), Arcangelo (classe 1904), Angela Domenica (1906-1983, sposata con Carlo Cipollone, 1910-1985), Rosa (classe 1909)
Moglie: Angela Chiara Bianchi (1913-2013), di Giovanni Loreto Bianchi (1871-1944) e Maria Giovanna Vitale (1880-1974)
Figli: Rosa (1934, sposata con Andrea Angelo Torge, 1926), Domenico (1936, sposato con Albina Silvestri, 1939), Maria (1939-, sposata con Ettore D’Innocenzo, 1937-2016) e Loreta (1946-, sposata con Orlando Silvestri, 1943-)
Fratelli della moglie: Angelo (1897-1900), Bartolomeo (1905-1915), Concetta (1915-1917), Concetta (1917-2003, sposata con Tullio Cipollone, 1909-1996), Domenica (classe 1919) e Maria (1926-1926). Giovanni Loreto Bianchi era stato sposato anche con Filomena Sartore (1876-1898), senza avere figli.


Domenico Di Matteo (16 aprile 1895 – 12 giugno 1944)
Foto dell’esercito neozelandese che riporta nella didascalia: “Intervento di amputazione eseguito presso l’ospedale da campo di Sora attorno al 3 giugno 1944”

“Minicuccio” Di Matteo, figlio di Bartolomeo e di Anna Maria Petracca, non era un militare al tempo in cui subì il ferimento che lo avrebbe portato alla morte. Da militare, però, aveva servito nella Prima guerra mondiale, come risulta dai ruoli matricolari della leva 1895. Anzi, da soldato (214°, 59° e poi 275° Reggimento Fanteria) era stato fatto prigioniero di guerra nell’ottobre del 1917. Era rimasto in prigionia per più di un anno, fino al termine del conflitto, per poi essere rimpatriato presso il Centro prigionieri di guerra di Borgo San Lorenzo, Firenze (7 gennaio 1919). Il destino, però, ha voluto che la sua vita si fermasse a 49 anni, sugli strascichi del secondo conflitto mondiale, a causa di una mina lasciata dalle truppe tedesche oramai in fuga dall’Italia.

LA TESTIMONIANZA
«Io ero piccolissimo e non ricordo niente di quei tempi», diceva il figlio “Peppino”, classe 1940. «Quello che poi ci raccontò mamma era che lui era partito per Capistrello in compagnia di altri uomini e ragazzi di Cese, per andare incontro agli Alleati, che si diceva stavano risalendo la Valle Roveto ed erano praticamente alle porte del paese. Camminavano in campagna, stavano tracciando per i campi, quando papà saltò su una mina tedesca e si ferì in modo molto grave ad una gamba. Anche un altro di Cese, Francesco Stati, marito di Stefana, si ferì in maniera grave nella stessa esplosione. Lui, per fortuna, si è salvato, seppure tra molte difficoltà, lunghe cure e tanto tempo».
Una testimonianza importante, sulla vicenda, è quella riferita a suo tempo proprio da Stefana Guidoni[3]: «Un giorno in paese si seppe dell’arrivo degli americani* a Capistrello. Molti di Cese, compreso “Francisco”, spinti dall’entusiasmo, decisero di andare incontro agli alleati. I tedeschi, però, avevano minato alcuni tratti della strada che dalla Valle Roveto portava ai Piani Palentini. Alcuni passarono sopra le mine nascoste e saltarono in aria; molti rimasero colpiti da schegge e pietre. Mio marito fu riportato a casa su una porta utilizzata come barella; era vivo, mentre il povero “Minicuccio” Di Matteo, trasportato all’ospedale di Sora (già liberata), in breve morì».
Raccontava ancora “Peppino” Di Matteo: «Il pronto soccorso di Avezzano era stato distrutto dai bombardamenti, e non c’era possibilità che gli prestassero le cure necessarie. Pensarono quindi di portarlo a Sora, dove era già presente un presidio militare degli Alleati. Riuscì ad arrivarci con mezzi di fortuna, e una volta lì venne visitato da un capitano nell’ospedale da campo. Lì il medico cercò di sanare la ferita in qualche modo, ma non c’era più tempo. Sarebbe morto per le conseguenze in poche ore». «A Sora ovviamente non è stata conservata nessuna testimonianza, trattandosi di un ospedaletto militare, ed anche a casa non è rimasto molto. Forse una foto, e niente più».

Note genealogiche
Genitori: Bartolomeo Di Matteo (1852-1926, di Dionisio Di Matteo e Vittoria Corradini) e Anna Maria Petracca (1854-1926, di Giovanni Battista Petracca e Angela Galdi)
Fratelli: Maria Vincenza (classe 1877, sposata con Domenico Cipollone, classe 1872), Maria Crocifissa (1879-1915, sposata con Carmine “Baccono” Cipollone, 1874-1955), Giulia (1881-1927, sposata con Angelo Mauti, 1882-1972), Domenico (1883-1894), Vittoria (classe 1886), Pomponio (classe 1889, sposato con Maria Luigia Bruno, classe 1897), Flavia (1891-1892), Flavia (classe 1893).
Moglie: Maria Andreozzi (1901-1994, di Nicola Andreozzi e Filomena Frabotta)
Figli: Vincenza (1922-1922), Vincenzo (classe 1923), Emilia (classe 1925), Giulia (classe 1928), Rosa (classe 1932), Francesca (classe 1938), Vittoria (classe 1938), Giuseppe (1940-2017, sposato con Ernesta Cipollone, 1944-) e Giovanni (classe 1942)


Un caso limite è rappresentato dalla vicenda di Michele Guidoni, che secondo le testimonianze acquisite non era un militare nel momento in cui subì le vicende che lo portarono alla malattia ed alla conseguente morte. La natura del suo lavoro, tuttavia, induce ad inquadrarlo come un civile dal ruolo strategico per l’apparato militare, e come tale viene riportato nel presente elenco.

Michele Guidoni (9 ottobre 1908 – 6 giugno 1946)
Michele Guidoni posa con altri insigniti della medaglia di merito, riportata a destra nell’immagine originale

Figlio di Stefano e di Filomena Carpineta, nasce il 9 ottobre 1908 a Capistrello, paese dei genitori. Occhi e capelli castani, colorito naturale. Professione operaio. Il suo nominativo non è presente sul vecchio monumento ai Caduti né nella banca-dati del Ministero della Difesa, e non è riportato come caduto in guerra nel Volume riepilogativo parrocchiale.

LA TESTIMONIANZA
«Papà era già stato a lavorare in Germania», raccontava la figlia Elena, «e prima ancora in Francia, in Cirenaica e in Albania. Quando è ripartito la seconda volta, penso nel 1942, io ero piccolina; ed era sempre Loreta a scrivergli le lettere per conto di mamma». «Lì in Germania lavorava in una fabbrica che produceva siluri e carri-armati, e si capisce bene che allora si trattava di un settore molto importante per i Tedeschi. Per la sua posizione ed il suo lavoro, ricevette addirittura una medaglia, che ancora conservo». Si tratta, in particolare, di una medaglia al Merito di Bronzo dell’Ordine dell’aquila tedesca, un riconoscimento che il regime nazista tedesco attribuiva allora agli stranieri di primo piano (in particolare ai diplomatici).
«Allora lui lavorava tranquillamente in Germania, con cui l’Italia era alleata, ma probabilmente la situazione è cambiata improvvisamente dopo la firma dell’armistizio. Mamma era preoccupatissima per come stavano andando le cose, e gli scrisse di tornare subito qui, per evitare problemi. Lui stava ripartendo, quando lo fermarono con le valigie in mano, alla stazione, e lo portarono in prigionia. Da allora non abbiamo avuto sue notizie per un lungo periodo». «In seguito ci ha raccontato che una volta lo volevano fucilare insieme ad altri prigionieri. Per qualche motivo sconosciuto, però, non lo hanno portato con gli altri nella cava dove è avvenuta la strage, e si è salvato così. Anche un altro prigioniero, che invece era stato portato a forza nella cava, si salvò fingendosi morto. Sapendo che era della zona, quando riuscì a rivedere papà gli diede i documenti di un ragazzo di Scurcola fucilato in quella circostanza. Poi lui consegnò i documenti alla famiglia, e per il padre fu un gesto molto commovente». «Durante la prigionia credo che li facessero lavorare in condizioni estreme, tant’è vero che già allora si era ammalato, da come ci ha raccontato in seguito. Finita la guerra, è riuscito a tornare qui a Cese nell’ottobre del ’45. Lo ricordo perché mamma alla festa di Settembre volle ad ogni costo portare la Madonna, proprio perché tanti erano tornati dalla prigionia e lui no. Un mese dopo, invece, sarebbe tornato anche lui». «Ricominciò a lavorare subito alla campagna ed alle altre necessità di casa, ma fu subito chiaro che non stava affatto bene. Io ricordo che stavo con le vacche, e lo andai a trovare mentre stava tagliando qualche albero in zona; lo trovai seduto su un ceppo, perché non riusciva a portare avanti il lavoro». «Lo ricoverarono ad Avezzano, gli aspirarono una grande quantità di liquido dalla pancia, ma la situazione era irrecuperabile. Fecero allora un ultimo tentativo a Roma, al Policlinico, e lì presero tutte le cartelle cliniche e ricostruirono la storia della sua prigionia in Germania, concludendo che la causa del suo male era da ricercare lì, nelle condizioni in cui l’avevano tenuto e fatto lavorare». «Pochi giorni prima di morire, papà Nunzio lo riportò in treno da Roma. Non c’era più niente da fare, e sarebbe morto dopo poco tempo. Erano trascorsi praticamente solo sette mesi da quando era tornato dalla prigionia; non c’è stato concesso di tenerlo per un po’ con noi».

Note genealogiche
Genitori: Stefano Guidoni (1878-1915, Capistrello) e Filomena Carpineta (1886-1952, di Domenico Carpineta ed Elvira Bianchi, Capistrello)
Fratelli: Antonio (classe 1911, sposato con Assunta Colaiacono, classe 1916) e Stefana (classe 1915, sposata con Francesco Stati, 1911-1985). Prima di sposare Stefano Guidoni, Filomena Carpineta era già stata coniugata con Antonio Stati, senza avere figli.
Moglie: Pierina Micocci (1909-1995), di Nunzio Micocci (1881-1959) e Loreta Ricci (1881-1915)
Figli: Loreta (1931-2014, sposata con Evaristo Bruno, 1930-1996), Elena (1933-2023, sposata con Pietro Paolo Di Matteo, 1931-2014), Pasqua (“Lina”, 1936-2020, sposata con Vincenzo Di Stefano, 1932-1992), Annunziata (“Nunziatina”, 1939-, sposata con Mario Marchionni, 1939-2021), Emma (1942-1942) e Michele (1946-1951).
Fratelli della moglie: oltre ai fratelli acquisiti (Angelo Gabriele e Loreto Micocci), i fratelli di Pierina erano Filomena (1905-1915) e Gabriele (1912-1915), morti al terremoto, e Domenico Antonio (1908-1908), morto a 45 giorni dalla nascita.


[1] Tratto da Antonio Martorelli, “Dodici Maggio”
[2] Rivista “Radar Abruzzo”. Passo riportato su http://www.coralepadrefrancesco.it.
[3] O. Cipollone, “Don Vittorio Abate di Cese”.
* In realtà, come noto, furono le truppe neozelandesi a liberare Cese


<Rielaborato da Roberto Cipollone, “Trentanove figli” (2014)>


Una replica a “Le vittime civili di Cese nella 2a guerra mondiale”

Lascia un commento