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Il rimboschimento del Salviano

[Storia delle Cese n.124]
di Osvaldo Cipollone

Nei primi anni ‘50 gli abitanti di Cese ebbero l’opportunità di lavorare alla piantumazione di una nuova pineta sul monte Salviano e l’impiego, seppur a tempo determinato, allievò le ristrettezze economiche di molti. Il progetto, affidato al Gruppo Forestale dello Stato, tendeva a limitare un problema contingente, manifestatosi con un evento atmosferico che si era verificato proprio in quel tempo. Una tromba d’aria seguita da violento nubifragio aveva infatti interessato la zona del monte che sovrasta il paese. La perturbazione aveva generato un torrente d’acqua che aveva portato a valle terra, pietre, sassi e ghiaia. In pratica, una lingua di terreno era quasi scivolata dal pendio per depositarsi su Via San Rocco. La costa del monte era rimasta così segnata da un solco perpendicolare che iniziava dall’avvallamento denominato in gergo “la Fossa dejj’Ólemo”, superava la “cava della rena” e finiva a ridosso dell’originaria chiesetta di San Rocco. Dopo quell’evento le pietre erano state composte in un muretto a secco a ridosso del largo che ospitava la torre campanaria in legno costruita dopo il terremoto del 1915. Il paese non aveva mai patito un evento simile, né si era mai avvertito il pericolo che qualche anno dopo avrebbe invece sperimentato, con tragiche conseguenze, la vicina Villa San Sebastiano con l’alluvione del 1955.

In conseguenza della frana, i rappresentanti locali suggerirono agli enti preposti il rafforzamento naturale della montagna a protezione della zona interessata e di tutto il paese. L’idea venne recepita da un gruppo di rappresentanti politici, tra i quali il senatore Giovanni De Gasperis, che perorò un più ampio intervento di consolidamento e rafforzamento delle montagne fucensi e palentine tramite il loro progressivo rimboschimento (Verbale della seduta) [1]. Il progetto si concretizzò e diversi uomini di Cese vennero così assunti, tra gli altri, per i lavori di riforestazione. La retribuzione era all’incirca di 700 lire al giorno e il periodo di occupazione andava dalla primavera all’autunno. “Pe’ quiji témpi la paca era ‘na ricchezza” – raccontano gli interessati – “stivi a ccasta e atri laori non se trovevano”[2]. Tra l’altro, i disoccupati in età lavorativa erano al tempo costretti a recarsi ogni mese presso l’Ufficio di Collocamento per timbrare il libretto di lavoro. Il sistema garantiva la possibilità di essere assunti da enti, uffici, ditte e privati che richiedevano personale all’ufficio preposto. Tale eventualità era rarissima, ma la mancata vidimazione comportava la decadenza degli iscritti dalla graduatoria. Non era richiesta una capacità specifica[3], per cui il progetto vide lavorare insieme ventenni e uomini sulla sessantina che salivano la china del monte con picconi e badili in spalla. La ditta appaltatrice era quella di Antonio Ferrante, di Gioia dei Marsi, ed era chiamata a rimuovere spini, rovi e arbusti, realizzare una maggese profonda non meno di 40 centimetri e larga poco più di mezzo metro per creare gradoni a terrazzamenti con muretti di sostegno. Gli operai che lavoravano a giornata erano per lo più di Cese, ma anche di Avezzano e dei paesi vicini. Dopo qualche tempo, la ditta propose a chi era disponibile di effettuare lavori a cottimo: in pratica, gli interessati dovevano realizzare 20 metri lineari al giorno, verificabili tramite un punzone di ferro che veniva infisso nel terreno dai controllori. Non venivano considerati nel conteggio metrico né i massi, né le zone pietrose, e sia “Peppe” che Vittorio Gualtieri (gli assistenti) verificavano con fiscalità le misurazioni. Qualche interessato ricorda che solo chi aveva assolto meticolosamente a quel cottimo poteva ritenersi libero di tornare a casa, a prescindere dall’orario. Ogni operaio doveva munirsi di piccone e di badile; nel caso in cui i manici si rompevano nel fare leva, ognuno doveva provvedere autonomamente alla sostituzione. Durante le ore lavorative la ditta provvedeva all’approvvigionamento dell’acqua per bere; un mulattiere conduceva il proprio asino per cavezza con due barilotti legati al basto del somaro, per poi versare l’acqua in un secchio stagnato. Due ragazzi chiamati “acquaròli, muniti di un mestolo d’alluminio a mo’ di bicchiere conico, provvedevano poi a soddisfare la sete dei lavoranti lungo i gradoni.

Gli uomini raggiungevano a piedi i cantieri montani anche nel versante di Avezzano; per un certo periodo, infatti, le aree interessate superavano i 20 ettari di superficie. Negli anni successivi si passò alla messa a dimora delle piantine, rincalzando le radici con la terra e sostenendo il fusto con tre pietre inclinate verso il basso. In tempi diversi vennero interessate anche altre due aree; una, in particolare, era quella a ridosso del sentiero denominato “via del latte”, poco sotto il Santuario di Pietraquaria. Ovviamente, per la maggior parte del tempo i lavori hanno interessato la zona più elevata del monte e le difficoltà non sono mancate.  Incidenti seri, per fortuna, non si sono mai verificati, ma una volta ad un ragazzo capitò di ferirsi ad un braccio e necessitò di qualche punto di sutura. Così, il giovane dovette essere trasportato al pronto soccorso di Avezzano sulla canna della bicicletta di un suo amico e il problema si risolse in questo modo. Le nuove pinete hanno in generale attecchito bene, al punto che, dopo circa 65 anni, alcune piante sono diventate ad alto fusto; questo, grazie anche alla cura della Forestale, che qualche anno dopo ha effettuato un ulteriore intervento di supporto. Attualmente le pinete sono lì in attesa che altri interventi opportuni possano garantire ossigeno e rallegrare la vista, il panorama e l’ambiente. Anche per questo, noi che godiamo di questo bene incalcolabile dobbiamo la dovuta gratitudine a tutti coloro che, con fatica ed impegno, hanno “seminato” il benessere attuale. Molte di quelle persone purtroppo non sono ci sono più; altri invece, sono fortunatamente qui a testimoniare questa parte della nostra storia. Tra loro, si citano Corrado Marchionni (1932), Fernando Cipollone (1933), Roberto Marchionni (1935), Augusto Cipollone (1936), Giovanni Bianchi (1937), Francesco Alfonsi (1938) e Giuseppe Cipollone (1939). A tutti va una doverosa gratitudine per il ricordo e la disponibilità.


[1] Nella seduta del Senato del 20 febbraio 1951, l’onorevole De Gasperis rivolse un’apposita interrogazione ai Ministri dell’agricoltura e delle foreste e del lavoro e della previdenza sociale “per sapere se è stato disposto lo studio per il progressivo rimboschimento delle montagne, di cui alcune a rapido pendìo, che fanno corona al limite della conca del Fucino, nonché quello interessante la zona che da Monte Salviano raggiunge Tagliacozzo”, affermando che “nelle dette zone, dal 1830 in poi, il Governo borbonico prima e quelli nazionali dopo permisero la distruzione dei boschi col conseguente depauperamento progressivo dei terreni montani”. L’onorevole Canevari, Sottosegretario di Stato per l’agricoltura e le foreste, rispose all’interrogazione dichiarando, tra le altre cose: “Per la provincia de L’Aquila sono stati autorizzati il 30 novembre u. s., ventotto nuovi cantieri di rimboschimento e sistemazione montana, per una spesa complessiva di lire 87.234.040. Tra i predetti cantieri ne figurano nove che interessano direttamente i comuni della zona Marsica. […] Il Ministero dell’agricoltura e delle foreste, a sua volta, ai fini della sistemazione idraulico-forestale dei bacini montani ricadenti nella zona del Fucino da effettuarsi nel decennio 1950-60, ha concordato un finanziamento di massima, sui fondi della Cassa del Mezzogiorno, di lire 650 milioni per lavori da eseguire nelle zone seguenti: Santo Jona e San Potito, La Foce, Valle Santa Lucia, Carniello, Fosso Giovenco, Monte Salviano, di cui lire 414 milioni di competenza del corpo forestale e lire 236 milioni del Genio civile”. (Atti Parlamentari – Senato della Repubblica 1948-51 – DLXXXV Seduta – Discussioni 20 Febbraio 1951)
[2] A tale riguardo, il senatore De Gasperis aveva dichiarato, nella sua interrogazione: “Occorre, onorevole Sottosegretario, intensificare il rimboschimento delle montagne che fanno corona ai Piani Palentini e che proseguono in linea curva sotto il monte Velino, montagna Grande, Aielli, Celano, Cerchio, Pescina, Venere dei Marsi, Magliano dei Marsi, Scurcola Marsicana, Gioia e Lecce dei Marsi. I cantieri di lavoro e quelli di rimboschimento già danno i primi segni della redenzione della montagna, ma sono pochi per lenire la disoccupazione”.
[3] In relazione alla natura delle attività da svolgersi, il sottosegretario Canevari aveva specificato: “Trattasi di lavoro di sistemazioni superficiali di terreni, di apertura di buche per le semine e le piantagioni, di formazione di terrazze e di gradoni, di apertura e di sistemazioni di piccoli fossi per la regolarizzazione dello scolo delle acque, di opere di drenaggio; di collegamento a dimora di essenze arboree, di semine di specie forestali varie; della costruzione di chiudende e di piccole strade e sentieri; di opere di trattenuta e di consolidamento in genere, e lavori simili. Da ciò risulta chiaramente la natura della preparazione professionale che i lavoratori dovrebbero avere; preparazione propria dei lavoratori agricoli in genere delle zone di montagna.

<Articolo originale elaborato sulle testimonianze citate. Note a cura di Roberto Cipollone>


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