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La Cannelòra e Santo Bbiaso

[Storia delle Cese n.118]
di Osvaldo e Roberto Cipollone

Il 2 di febbraio, ossia 40 giorni dopo il Natale, si rievoca tradizionalmente la presentazione di Gesù al tempio e la purificazione della Madonna[1], con la distribuzione delle candele a simboleggiare la luce che illumina il mondo e che ogni fedele deve portare nella propria vita e nella propria casa[2].  A Cese, la benedizione e consegna delle candele avveniva durante la messa delle dieci e mezza, sempre molto seguita sebbene la festività non abbia mai rivestito carattere nazionale.

Nei rituali agro-pastorali tipici della civiltà contadina, la simbologia della candela vuole sottolineare l’uscita dalle tenebre del periodo invernale e l’inizio di un nuovo ciclo vitale e di una stagione che sia propizia di buoni raccolti. Allo stesso modo, nella tradizione rurale la Candelora è inevitabilmente legata alle condizioni atmosferiche, come le tante ricorrenze, religiose e non, che cadenzano il calendario. Il proverbio che più la caratterizza, infatti, annuncia la fine dell’inverno in caso di pioggia o nevicate in corrispondenza del 2 febbraio; al contrario, se il giorno della Candelora il tempo è asciutto e soleggiato, l’inverno farà ancora sentire i suoi rigori. A Cese, in particolare, il proverbio recita: “Se fiòcca o piove alla Cannelòra, de l’immérno semo fore(a); se ffa sòlo soléjjo, stémo ‘mméso all’immernéjjo”. Tale detto sembra derivare da un antichissimo proverbio latino secondo cui “Si purificatio nivibus, Pasqua floribus.Si purificatio floribus, Pasqua nivibus” (ossia “Se alla Purificazione è freddo e nevoso, la Pasqua sarà  bella. Se invece il giorno della Purificazione è sereno, a Pasqua cadrà la neve”). C’è da dire, a tale riguardo, che in altre località – anche abruzzesi – il proverbio recita esattamente il contrario o assume forme segnatamente diverse[3].

Un secondo detto che ricorreva in passato era invece legato all’usanza di ricevere la candela durante la funzione liturgica e alla necessità di recarsi al mulino per macinare i cereali. Diceva infatti: “Alla Cannelòra tutti i préti vao alla mòla; co’ ‘no mùccolo de cannela, tutta la chirica ci sse pela…”. Dall’espressione si potrebbe evincere che in passato anche i preti frequentassero il mulino portando grano e granturco da macinare e che nel caso portassero un moccolo di candela acceso potessero incorrere nel rischio di bruciarsi la chierica. In realtà, il detto sembra seguire più un vezzo di rima e assonanza che un preciso senso logico, sebbene negli studi dell’antropologo abruzzese Gennaro Finamore sulla Candelora compaia un preciso riferimento alla figura del mugnaio. In relazione alla festa de “La Canelóra, la Cannelóri, la Cannellora”, nello specifico, Finamore scrive che[4]:

L’unica certezza risiede nel fatto che un tempo si facesse largo uso di candele per sopperire alla mancanza di elettricità o alle improvvise interruzioni di corrente. “Cannéle” e “ciròggeni” erano di largo uso nelle attività casalinghe e rurali; forse anche per questo, oltre che per devozione, un tempo tutti i parrocchiani partecipavano alla funzione della Candelora, in modo da poter portare a casa almeno una candela a testa. Nella memoria dei più anziani tornano alla mente le stalle del passato, provviste di piccole mensole o di incavi nel muro utili a stipare chiavi e piccoli attrezzi, ma anche lanterne, fiammiferi e pezzi di candele. Durante il governo del bestiame, la mungitura e altre attività svolte di notte, difatti, queste ultime risultavano sempre indispensabili. Come non menzionare, poi, il largo uso che uomini e donne ne facevano in casa, magari per spillare il vino dalle botti nelle buie cantine o per illuminare i propri passi durante le giornate invernali? In assenza di lumi a petrolio e lanterne, d’altra parte, per certe esigenze le candele erano fondamentali, magari ancorate in una bugia posticcia o sul “piede rovesciato dejjo mortalo” (il pestello), con la loro fioca e tremolante fiammella. Questa rimaneva sempre accesa, in particolare, per il rituale del rosario, praticato comunitariamente la sera. I passatempi di allora e i racconti dei nonni risultavano forse più interessanti e meno noiosi, per i nipoti di ieri. Oltre che in particolari momenti di preghiera delle famiglie, le candele benedette venivano accese in caso di forti eventi meteorologici come tempeste o bufere di neve, per invocare protezione.

Ed è sempre un’invocazione di protezione a legare i fedeli alla figura di San Biagio (“Santo Bbiaso“), festeggiato il giorno seguente alla Candelora, ossia il 3 febbraio, e invocato in particolare contro le malattie della gola e per la protezione della stessa. San Biagio, armeno, è vissuto sul finire del III secolo d.C. ed ha esercitato la professione di medico per poi diventare vescovo. Grazie alle proprie conoscenze mediche, riuscì in particolare a salvare un bambino soffocante per colpa di una lisca di pesce, facendogli inghiottire un pezzo di pane. Nella circostanza citata, la mollica, benedetta con il segno della croce, portò con sé la lisca e il bimbo riprese a respirare normalmente. Per questo, fatto martire, nella tradizione cristiana divenne ben presto protettore della gola, motivo per cui anche oggi il 3 febbraio si portano in chiesa vari cibi perché vengano benedetti durante la Messa. Questo rito popolare è molto diffuso non solo nelle zone rurali, ma anche in molte parrocchie cittadine. In passato, anche a Cese si benedicevano vari alimenti: sale, farina, lievito per fare il pane ed altro. Ai fedeli si segnava la gola tracciando una piccola croce con le dita unte di olio benedetto. Per i numerosi ragazzi del tempo, le donne di casa preparavano un tovagliolo o un canovaccio di canapa (“la spara”) contenente crocchi di ciambelle azime, biscotti al gusto di vaniglia e un pezzo di pane, il tutto fatto in casa. Rare erano le caramelle e i “golosini”, venuti dopo. Per quanto riguarda il circondario, c’è da dire che la ricorrenza di San Biagio è particolarmente sentita a Magliano, dove si preparano i tipici “chiortani de Santo Bbiaso” e dove sembra che in passato esistesse una chiesetta dedicata al Santo (tant’è vero che c’è ancora una zona con questo nome). Esistono invece tuttora chiese dedicate a San Biagio a Cappadocia ed a Lecce ne’ Marsi (in località Vallemora); quest’ultimo paese, in particolare, ha eletto il Santo a proprio patrono[5].

Data la stretta vicinanza temporale, le due feste della Candelora e di San Biagio risultano popolarmente connesse. Sebbene a Cese non se ne abbia traccia, esiste infatti il costume di benedire le persone e la loro gola toccando quest’ultima con due candele[6]. A Lanciano, poi, opera nella chiesa dedicata a San Biagio la Confraternita della Madonna della Candelora e nel giorno dedicato al Santo si perpetua sia l’unzione della gola che l’accensione di candele benedette da portare in casa, oltre alla compera dei pani benedetti. In alcuni paesi, infine, i dolci o i pani di San Biagio vengono benedetti il giorno della Candelora e le ricorrenze dei primi giorni di febbraio vengono riunite in un’unica filastrocca popolare, come accade ad esempio a Castelvecchio Subequo, dove si dice «A’ji une, febbraiòle, a’ji ddù, la Cannelore, a’ji tré, Sante Biasciòle, a’ji quattre, n’cè cchiù bbélle, a’ji cinque, Sant’Agata bbélle!».

In generale, è dunque da notare che – a Cese come altrove – nelle ricorrenze della Candelora e di San Biagio confluiscono profondi simbolismi, esigenze pratiche, invocazioni di protezione, credenze più o meno fondate e autentica devozione.


[1] Michela Ramadori (“Foglio di Lumen” numero 40, 2014): “La Presentazione di Cristo al Tempio (9) o «Incontro», Hypapante, è festeggiata il 2 febbraio in Occidente con il nome di Purificazione della Santa Vergine o Candelora, dalla consuetudine di tenere dei ceri accesi durante il suo officio. Come la maggior parte delle feste di origine palestinese, quella della Presentazione di Cristo al Tempio appartiene all’antichità cristiana. Inaugurata a Gerusalemme verso il 450, introdotta nel VI secolo a Costantinopoli sotto Giustino e Giustiniano, passò a Roma nel corso del VII secolo. Come la festa della Circoncisione (1° gennaio), la Presentazione al Tempio di Cristo bambino mostra «l’Autore della Legge osservare i precetti della Legge» (Vespri, tomo 1), rappresentando la consacrazione a Dio del primogenito (Es 13,2) e della cerimonia della purificazione della madre quaranta giorni dopo la nascita del figlio maschio (Lv 12,6-8)”.
[2] In molte famiglie dell’area aquilana, ad esempio, esiste ancora l’usanza di togliere gli addobbi natalizi, soprattutto il presepe, nel giorno della Candelora. Secondo la tradizione cristiana più antica, infatti, solo dopo la ricorrenza della presentazione di Gesù al Tempio si può togliere il presepe.
[3] Una delle versioni abruzzesi recita: “Se piove n’Cannelore da lu vierne semme fôre, se piove e ‘nsieme nengue da lu vierne semme dentre; ma s’è u bielle soletieje è mezza state e miezze vierne”. Secondo un’altra versione, “Per la santa Candelora se nevica o se plora dell’inverno semo fora, ma se plora e tira vento dell’inverno semo dentro”.
[4] G. Finamore, “Credenze, usi e costumi abruzzesi” (Palermo, 1890).
[5] In Abruzzo il culto di San Biagio è molto radicato a Taranta Peligna, tanto che a lui è dedicata una delle chiese più antiche, eretta nel XII secolo. La festa di San Biagio è molto sentita anche a Lanciano, dove il culto del Santo risulta essere antichissimo (la chiesa dedicata al santo, una delle prime parrocchie del rione Lancianovecchio, risale al 1069), sebbene non si sappia a quale epoca risalga la tradizionale fabbricazione dei pani benedetti.
[6] Tale usanza, officiata dal XVI secolo, prevede che si tengano le candele a forme di croce davanti al collo della persona della quale si desidera benedire la gola, mentre il sacerdote usa la formula: “Per intercessione di San Biagio, Vescovo e Martire, Dio mi liberi dal mal di gola e da ogni altro male. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”.


<Articolo originale elaborato sulla base di reminiscenze, testimonianze locali e ricerche personali>

In foto: il matrimonio di Fernando Cipollone e Elide Di Matteo nel giorno della Candelora

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