[Storia delle Cese n.115]
di Roberto Cipollone
L’Epifania, dal greco “epiphàneia”, ossia “apparizione”, “rivelazione”, è la festa cristiana che celebra appunto la rivelazione di Dio agli uomini attraverso il manifestarsi di Gesù bambino ai Magi, il cui arrivo coincide con la prima “Pasqua”. Questo termine viene dunque associato al primo per indicare la “Pasqua Epifania” [1], ossia la pre-annunciazione di Pasqua. Nella liturgia, infatti, il giorno dell’Epifania si recita solennemente l’annuncio del giorno della Pasqua e di quelle di tutte le festività liturgiche che da essa derivano, le cosiddette “feste mobili”. È per questo che, nel giorno dell’Epifania, in molti luoghi d’Italia le persone più anziane si salutano ancora con un «Bbòna Pasquetta», intesa come la prima Pasqua dell’anno che precede la più nota Pasqua “di resurrezione”[2].
A Cese, una rima popolare ancora in vita recita: “Dice Pasqua Bbbufanìa: «Tutte le fésti le porto via». Ci responne Sant’Antonio: «Fèrma qua che c’è la mia!»”. La prima indicazione che si può trarre dal detto è dunque relativa al nome della festività, chiamata appunto “Pasqua Bbufanìa”, con una chiara distorsione del termine “Epifania” che avvicina questo al nome popolarmente più noto di “Befana”[3]. La seconda indicazione è invece relativa alla visione dell’Epifania come conclusione delle festività natalizie ed alla contrapposta continuità rispetto ad un’altra ricorrenza piuttosto sentita come quella di Sant’Antonio abate (17 gennaio).
L’intero racconto conferma, qualora ce ne fosse bisogno, come nella tradizione popolare tutte le manifestazioni di festa – Natale in primis – ruotassero attorno alle festività religiose, la cui centralità era assolutamente preponderante rispetto alla cornice. “Babbo Natale non c’era, non lo conoscevamo perché qui non era ancora arrivato”, raccontano oggi gli anziani agli increduli nipoti. “Ci facevano scrivere la letterina con tutti i buoni propositi per il nuovo anno; poi la sera della Vigilia salivamo sulla sedia, spesso incerti ed emozionati, e la leggevamo davanti a tutti. Ma non c’erano regali, poteva scapparci qualche monetina ma niente di più”. Era infatti solo la Befana a portare qualche dolcetto o piccolo gioco. “Era la miseria, c’era la guerra quando ero piccola io”, raccontava recentemente Elena Guidoni. “Ricordo che una volta Don Vittorio portò una bambola alle bambine più piccole… Alla Befana. Sempre alla Befana. La mattina ci svegliavamo presto perché le calze le appendevano proprio alla catena del camino… senza fuoco ovviamente… Ai tempi miei non c’era tutto questo, non si facevano regali… qualche torroncino, tutto lì”. “Si appendevano le vecchie calze dei nonni, magari quelle diventate inutilizzabili”, aggiungono altri, “e la mattina ci si trovava dentro un mandarino, un’arancia – jo pertocàllo – oppure un dolcetto. Raramente i maschietti potevano ricevere una pallina di gomma o un gioco di legno, un cavalluccio o cose simili, e le bambine una bamboletta”. Qualcuno cercava pure di “ingraziarsi” la generosa vecchietta lasciando sul tavolino qualche noce o un bicchiere di vino, e solitamente i piccoli doni non mancavano neanche nelle case più povere. A tale proposito, è da notare che nel 1928 il regime fascista introdusse la festività della “Befana fascista”, in occasione della quale venivano distribuiti regali (spesso offerti in donazione da parte di imprenditori, commercianti etc) ai bambini delle classi meno abbienti. Soprattutto le bambine nate a Cese negli anni ’20 e ’30 ricordavano le bambolette ricevute in regalo in quella circostanza.
Una tradizione che è resistita nel tempo è quello del “bacio del bambinello”, che ancora oggi viene perpetuato nel giorno dell’Epifania per ricordare simbolicamente la riverenza dei Magi davanti a Gesù bambino. Al termine della messa pomeridiana, l’intera comunità si ritrova in fila all’interno della chiesa per il simbolico bacio che chiude di fatto l’intero periodo natalizio.
[1] Nel 1354 Buccio di Ranallo, raccontando l’elezione del Governo delle Arti ad Aquila, cita la “Pasqua di gennaio”: «Poi che questo fo facto, lu consillio adunaro, / e llu sequente jornno, poi Pasqua de jennaro, / fra li altri dieci elessero como illi conselliaro, / lu capetano co lloro, in cinque lo frenaro» (Dopo che ciò fu fatto, riunirono l’assemblea / e il giorno seguente, dopo la Pasqua di gennaio, / ne elessero dieci fra tutti, come essi avevano consigliato, / il capitano con loro e in cinque lo controllavano).
L’antropologo abruzzese Antonio De Nino scriveva a fine ‘800: “La notte che precede la Pasqua Epifania, le donne di Anversa, nel coricarsi, si cingono la fronte con un fazzoletto; e, per quella sera, tralasciano le orazioni d’ uso per recitare un’altra strofa che dice: “Pasqua Pifania Pifanegna / ‘N testa me l’attacco la mia cegna: / ‘ Chi me vo” bene, chi me vo’ male / ‘Nsogno stanotte me vegna a trovare”.
Gennaro Finamore riportava in “Epifania” (1890): «La mattina dell’Epifania, si getta dalla finestra “il tizzone delle tre vigilie”. Si mette ad ardere una “léna” la vigilia di Natale; e, dopo consumata in parte, si smorza. La stessa legna si mette ad ardere la vigilia di Capodanno; e, fattane consumare un’altra parte, si smorza del pari. Da ultimo, si riaccende nella vigilia dell’Epifania; e, dopo che un’altra parte se n’è consumata, si smorza il tizzo. La mattina della “Pasquetta”, in luogo aperto, dopo aver detto: «Tanto lontano va questo tizzone, tanto lontano stia da me la Tentazione», si scaglia il tizzo il più che si può lontano (Vasto). Nella mattina dell’Epifania, i sagrestani vanno per le case dispensando l’acqua “de la Bbòffe”, ricevendo mance. Quell’acqua, c’è chi la conserva per devozione e chi la sparge per tutta la casa, onde tener lontane le streghe (Vasto). Nella Pasqua di Epifania, i morti tornano ciascuno al proprio luogo di penitenza, d’onde, il dì 2 novembre uscirono (Roccaraso, Celano). Il sole, vittorioso, ricomincia la sua corsa trionfale, e fuga i geni delle tenebre».
[2] In Campania, ad esempio, nel giorno dell’Epifania si usa condividere la prima pastiera, dolce tipico del periodo pasquale.
[3] Distorsioni analoghe sono riscontrabili in molti dialetti del centro-sud Italia, più spesso nella forma di “Pasqua Befanìa” o simile. “Pasqua Bufanìa” esiste anche in Molise (Busso), in Puglia (soprattutto nell’area del Gargano) e in Campania (Ariano Irpino).
<Articolo originale elaborato sulla base di testimonianze locali>
