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I tempi difficili e la mensa dei poveri

[Storia delle Cese n.114]
da Osvaldo Cipollone

Il nostro paese, come quelli del circondario, ha pagato un grosso tributo alle situazioni difficili del passato. In particolare, sia dopo la tragedia del terremoto del ’15, che nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale, le difficoltà economiche ed i sacrifici contingenti hanno interessato quasi tutte le famiglie del posto. In generale non c’erano mezzi per far fronte alle malattie dell’infanzia ed all’inadeguatezza dell’alimentazione, senza dimenticare i problemi legati all’istruzione, le rinunce, le defezioni allo studio ed i sacrifici sostenuti da famiglie ed alunni nel frequentare le scuole medie e superiori ad Avezzano (soprattutto per i maschi, che dovevano percorrere a piedi il Salviano o aggirare il monte con la bicicletta). Anche relativamente all’approvvigionamento di legna da ardere la situazione era alquanto precaria. Chi disponeva di piante proprie non poteva permettersi di farle essiccare, ma le tagliava di volta in volta. Spesso, dunque, ciocchi, “schiappi” e rami venivano bruciati ancora verdi, e regalavano tanto fumo ai proprietari ed un timido tepore solo alla canna del camino. Niente veniva lasciato alla campagna: pula, foglie di mais, “tòtari, sturzi, stai” e persino le stoppie venivano bruciate nel camino. Ma chi non disponeva nemmeno di queste materie si industriava diversamente. Tante donne bisognose frequentavano giornalmente la pineta del Salviano con sacchi e ceste da riempire di “arischia” (aghi dei pini) e “bbócci” (pigne). Raccattavano rami spezzati dalla neve e quant’altro per fare delle fascine; dopo aver assemblato la “tórza”, se la ponevano in testa servendosi della “spara” (il cercine). C’era inoltre chi passava in rassegna tutto il monte raccogliendo salvia, “ruji”, “piummélle”, “cretacci”, “pelle de jiatta”, rami di ornello, di nocciolo e soprattutto “ji usci” (gli arbusti di bosso). A procurare materia prima per riscaldarsi, in verità, non erano solo le donne; nei mesi inoperosi, infatti, anche gli uomini si adattavano a raccogliere fascine di arbusti sulle falde del Salviano. Le facevano rotolare poi a valle soprattutto in prossimità delle Ravi, dei Vignali e “dejjo Sorefarino” e, dopo averne accumulato una certa quantità, effettuavano il trasbordo in paese servendosi dei carri agricoli.

Di soldi all’epoca non se ne vedevano, per cui i sacrifici da affrontare puntavano in questa ed in altre direzioni. Gli indumenti usati, ad esempio, si passavano tra fratelli: i piccoli li ricevevano dai grandi solo quando questi avevano superato la taglia portata. Le scarpe (quando possibile) venivano acquistate vendendo polli, uova, latte, formaggi, legumi, patate o addirittura altri animali. Quasi tutte le calzature erano di un numero superiore a quello necessario. In tal modo duravano almeno due anni, magari arricchendosi di pezze, chiodi e “ciappe” metalliche che proteggevano suole e tomaie. Le scarpe venivano scelte ed acquistate sempre dalle mamme, alle fiere. Non si facevano accompagnare dai figli, ma si munivano della misura, “jo zippo”, una sorta di asticella di legno che, posta sotto la pianta del piede, veniva tagliata almeno un centimetro al di là della punta del pollice o del tallone. Gli anziani vivevano solitamente in famiglia; a padri, suoceri e “tatuni” si fornivano monete solo per l’acquisto di “mezzo sigaro” o di un “quartuccio” di vino. Quando nel 1957 arrivarono le prime pensioni di vecchiaia, tante difficoltà vennero un poco alleviate. In precedenza, solo gli invalidi di guerra percepivano indennizzi di modesta entità; per il resto, la miseria era una cappa uniforme e nera, come il colore delle mantelle indossate dai vecchi. La nuova pensione, chiamata popolarmente “Bonomi” dal primo firmatario abruzzese, non cancellò comunque gli atavici sacrifici. Un compaesano, informato della novità con tono scherzoso («Bbicillé’, mo’ te rembiati ché t’arriva jo libbretto della penzione»), rispose bonariamente: «Se arriveva cacche anno fa, puri puri… Mo’me jjo freco jo libbretto… Ci-hao remaste solo poche paggine…».

Talvolta anche gli Enti locali hanno dato lievi segnali di partecipazione con qualche iniziativa o progetto di modesto tenore finalizzato a rendere meno problematica la vita dei Cesaròli. Negli anni ‘45/’46, in particolare, il Comune venne incontro alla nostra frazione attivando in loco una refezione dedicata ai ragazzi indigenti. Per quei due anni, durante un mese invernale, funzionò una mensa presso la locanda di Giuditta. L’esercente incaricata cucinava appetitose minestre (raramente pasta asciutta) per l’ora di pranzo. Al suono del mezzogiorno, i ragazzi a cavallo dell’età scolare s’incamminavano allegramente verso la refezione. La frotta, composta da una cinquantina di adolescenti, percorreva le stradine bianche del paese, portando al seguito un piatto fondo ed il cucchiaio. “Assiepati” su panche di legno, attendevano ansiosi il proprio piatto, ognuno nel posto assegnato. Consumata la pietanza, non ci si poteva intrattenere nei giochi all’aperto, poiché ognuno doveva far lavare le stoviglie usate.

Agli occhi dei ragazzi di oggi il sistema potrebbe apparire strano o insolito; esso, tuttavia, rappresentava un sollievo per tante famiglie che sicuramente soffrivano i disagi del momento. I ragazzi dell’epoca (quelli nati nel ‘30/’40), ricordano con piacere le lunghe tavolate, l’appetito che stimolavano e l’entusiasmo di gioventù. Eviterebbero sicuramente, però, di rivivere quelle esperienze ricche di disagi e sofferenze. D’altra parte era così che la gente del posto viveva, con tante difficoltà e numerosi sacrifici; però lo faceva dignitosamente e con innata onestà.


<Rielaborato da due articoli di O. Cipollone pubblicati su “La voce delle Cese”>

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