[Storia delle Cese n.110]
da Osvaldo e Roberto Cipollone
Sul certificato di nascita di molti ultra-settantenni di oggi è ancora riportato “Cese” come luogo di evento. Non Avezzano, che già aveva la propria struttura ospedaliera[1], ma Cese, semplicemente perché fino ai primi anni ’50, nella stragrande maggioranza dei casi, il parto avveniva in casa.
Al tempo, le partorienti erano assistite dalle cosiddette “levatrici” (termine che in italiano richiama il verbo “levare”, “sollevare”), antesignane delle moderne ostetriche; a queste, oltre ad un contributo in natura, doveva essere assicurata la colazione completa per una settimana, periodo ritenuto necessario per l’assistenza post-parto. In tempi ancor più remoti ci si affidava invece a persone di casa o a donne con qualche esperienza nel campo; queste erano le cosiddette “mammare” (o “mammane”)[2], che venivano in ogni caso coadiuvate dalle familiari della partoriente e dalle vicine di casa. Pur non possedendo una precipua professionalità, le “mammare” erano costrette a risolvere i casi estremi di parto e a volte venivano chiamate anche per procurare aborti clandestini, spesso a rischio della vita delle donne (i sistemi e gli strumenti erano infatti totalmente impropri e includevano ferri da maglia, pompe di bici o estratti di erbe varie, soprattutto il prezzemolo [sic!]). Anche per le “mammare”, tuttavia, sembra esistessero dei requisiti più o meno regolati, almeno stando a quanto riportato negli Atti del Comune di Avezzano, ove si legge che “il 20.06.1841 il consigliere distrettuale Lolli invitava le “mammare” di Avezzano e Cese ad un corso di aggiornamento medico presso il prof. Rainaldi, pena l’interdizione dall’attività”. Prima dell’avvento delle ostetriche, alle prime avvisaglie le partorienti coinvolgevano mamme, suocere e mammane per l’assistenza al lieto e importante evento. Al momento del parto, le donne di casa allontanavano uomini, giovinette e bambini e preparavano tutto l’occorrente: acqua calda, asciugamani, camiciole, fasciatoi e quant’altro fosse necessario. Nei casi più complicati, era comunque necessario il coinvolgimento del medico condotto, quando non si doveva far addirittura ricorso al più vicino ospedale utilizzando un calesse, una biga o un carretto.
Già tra la fine dell’800 ed il terremoto era presente in paese un’ostetrica diplomata[3], la signora Clementina Patrizi (classe 1845), madre di Giuditta e Silvia Marchionni. Quest’ultima, nata nel 1878, è stata avviata alla professione materna, è diventata titolare del ruolo a Massa d’Albe ed in seguito ha ricevuto in aggiunta l’incarico di sostituire la madre a Cese dopo la morte della stessa nel tragico terremoto del 1915[4]. Di lei si dice che, oltre ad essere professionalmente preparata, nutrisse sentimenti di solidarietà verso chiunque e che si distinguesse per alti valori morali. Spesso a lei si sono rivolte donne, per lo più forestiere, intenzionate ad interrompere una gravidanza indesiderata, ma lei le convinceva a portarle comunque a termine, assicurando loro che avrebbe affidato i neonati ad istituti speciali e brefotrofi. Al momento dell’evento, la partoriente si recava presso la casa della levatrice assieme a qualche familiare e, dopo la dovuta assistenza, lasciava a lei il neonato o la neonata; poi l’ostetrica accompagnava questo o questa solitamente all’Aquila, senza pretendere nulla né dalla famiglia né da altri. In qualche caso l’ostetrica si faceva assistere dalla sorella Giuditta (1890) nelle mansioni più pratiche. In casi estremi e durante l’assenza della “signora Silvia”, impegnata altrove, Giuditta veniva chiamata per svolgere la funzione di “mammana”. A tale riguardo, nell’Archivio Storico del Comune di Avezzano è conservato un pro-memoria datato 31 ottobre 1924 a firma dell’associazione nazionale mutilati e invalidi – Sezione di Avezzano – e relativo alla mancanza di una levatrice stabile in paese. Vi si legge: “A Cese manca una levatrice stabile; quella che attualmente ne ha l’incarico esercita anche a Cappelle, Massa, Antrosano ed Albe, nelle circostanze, è ovvio che Ella raramente sia presente. Ne consegue che donne pratiche quando il dott. Cipollone (Giocondo, ndr), che di solito presta l’opera volontariamente, è impossibilitato, suppliscono alla mancanza della levatrice spesso con effetti deleteri”.
A Silvia Marchionni succedette un’ostetrica di Antrosano, la signora Ida Ruscitti, il cui nome è entrato anche nelle ricostruzioni storiche locali per il ruolo svolto con la propria professione anche durante l’occupazione tedesca. La signora Ruscitti rimase a Cese solo per un breve periodo, fino all’arrivo della signora Margherita Mascaretti dell’Aquila, la quale al tempo prese domicilio presso i locali costruiti dalla società INA-casa nei pressi di Piazza Monte San Felice, nella zona nord del paese. La signora Margherita viene ricordata per la giovialità con la quale esercitava la propria professione e per l’elevato numero dei neonati che ha “raccolto” (“reccóto”, in dialetto[5]). Quando le partorienti hanno cominciato ad utilizzare i servizi specifici delle cliniche (pubbliche o private), si è trasferita ad Avezzano, dove ha continuato a seguire le pazienti che la cercavano pur potendo usufruire dell’assistenza sanitaria pubblica.
[1] L’ospedale civile Santi Filippo e Nicola era originariamente situato in via San Francesco, davanti alla chiesa dei Santi Filippo e Nicola da cui ha preso il nome. Dopo il terremoto del 1915 è stato ricostruito in via Monte Velino. In seguito, come noto, è stato spostato nella periferia nord della città. (Ugo Maria Palanza, “Avezzano: guida alla storia e alla città moderna”, Avezzano, Amministrazione comunale, 1990).
[2] In altre località si usava il termine “mammana”, ad indicare sempre “colei che aiuta o che sta con la mamma”. In alcuni casi si faceva ricorso al termine “commare”, che in effetti deriva dall’espressione “cum matre”, ad indicare “colei che sta con la madre”.
[3] Con la legge del 22 dicembre 1888, n. 5849 veniva stabilito che “Nessuno può esercitare la professione di medico o chirurgo, veterinario, farmacista, dentista, flebotomo o levatrice se non sia maggiore di età ed abbia conseguito la laurea o il diploma di abilitazione in un’università, istituto o scuola a ciò autorizzati nel Regno, o per l’applicazione dell’art. 140 della legge 13 novembre 1859 sulla pubblica istruzione”. Nel 1906 (R.D. 466) sarebbe stata istituita la figura della “Condotta Ostetrica” allo scopo di garantire l’assistenza ostetrica a tutte le donne, comprese le non abbienti. Nel Regio decreto del 27 luglio 1934, n. 1265 sarebbe poi stato stabilito che “La levatrice deve richiedere l’intervento del medico chirurgo non appena nell’andamento della gestazione o del parto o del puerperio di persona alla quale, presti la sua assistenza riscontri qualsiasi fatto irregolare. A tale scopo deve rilevare con diligenza tutti i fenomeni che si svolgono nella gestante o partoriente o puerpera. […] La levatrice ha inoltre l’obbligo di denunziare al podestà e all’ufficiale sanitario, entro due giorni dal parto al quale abbia prestato assistenza, la nascita d’ogni infante de forme”. L’istituto della “condotta ostetrica” avrebbe accompagnato il sistema sanitario italiano fino alla riforma del 1978 e l’Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale.
[4] Stessa tragica sorte toccò, tra le altre, anche alla levatrice di Pescina. In una relazione susseguente al sisma, il Delegato Speciale Continenza scrisse infatti: “Morta la levatrice condotta, incaricai di tale importante servizio una pratica, fornita di un patentino della Prefettura”. (https://storing.ingv.it/cfti/cfti5/pdf_T/003114-593043_T.pdf ). In realtà, dagli atti del Comune di Avezzano si evince che l’incarico di Clementina Patrizi si fosse già concluso nel 1908: “Il 03.09.1908 l’Amministrazione Amorosi, per licenziamento di Clementina Patrizi di Cese, nominava come levatrice Concetta Baldoni, prevedendo un compenso di £5 a partoriente”. Dagli stessi atti si ricava la conferma della nomina a levatrice di Silvia Marchionni da parte del podestà di Avezzano nel 1931: “Il 22.09.1931 il podestà nominava titolari sanitari a Cese il dr. Giocondo Cipollone, a £8500 annue, e la levatrice Silvia Marchionni, a 2500”.
[5] L’utilizzo di questa forma verbale potrebbe far riferimento addirittura alla tradizione latina secondo cui il bambino appena nato veniva posto a terra ai piedi del padre e, solo dopo l’accettazione di paternità, veniva sollevato dall’ostetrica e posto nelle sue braccia. L’ostetrica è, in questo senso, “colei che raccoglie” e “colei che solleva” (“levatrice”, appunto).
<Rielaborato da O.Cipollone, “Angeli co’ jji quajji” (1997) e da ricerche successive>



Una replica a “Levatrici e mammare. Quando si nasceva in casa”
[…] figure legate all’ambito dell’assistenza sanitaria “in loco” sono quelle delle “levatrici”, antesignane delle moderne ostetriche, e, seppure in un ambito totalmente diverso, quelle dei veterinari. A tale riguardo, si sa che fino […]