[Storia delle Cese n.108]
da Mario Di Domenico
Tra i tesori che si sono salvati dalla devastazione del terremoto del 1915 figura una croce processionale che riveste un’importanza tutta propria sia per la datazione che per la possibile origine. Sembra risalire infatti ai primi decenni del 1300 e potrebbe trattarsi di un dono verso la chiesa di Cese ad opera del Vescovo del tempo, in un periodo di “passaggio di consegne” tra il vecchio monastero benedettino e il nuovo capitolo diocesano.
Se negli elementi architettonici dell’antica chiesa di Cese si ritrovano le forme del manierismo delle scuole artistiche benedettine, romane e toscane (scuole che ebbero seguito in tutto l’Abruzzo, negli elementi decorativi), nelle suppellettili sacre e di oreficeria si osserva la particolare incidenza di quella peculiarità artistica che esalta ed evidenzia lo spirito abruzzese. Gli abruzzesi, che in età romanica avevano già dimostrato un gusto tutto particolare per la decorazione e l’oreficeria in specie, durante il 1300 e poi ancora il 1400 crearono numerosissime opere di oreficeria sacra, in particolare calici e crocifissi. Massimo rappresentante di questa scuola, noto anche oltre i confini della regione, fu Nicola da Guardiagrele (ultimo decennio del 1300 – 1462). È, infatti, nel campo della oreficeria che la scuola sulmonese in particolare, prendendo intonazione anche dai modelli venuti dalla Francia, si mostra ricca di una particolare e distintiva grazia tutta propria, capace di racchiudere ed impreziosire sia i forti motivi ispirati dal sentimento religioso di questo popolo che quelli, sia pure eccessivamente vistosi, di una vita quotidiana paesana.
Uno di questi gioielli di oreficeria sulmonese del tipo primitivo appartiene alla comunità di Cese: la croce processionale del secolo XIV. Il crocifisso è composto di più lamine d’argento sbalzate e dorate avvolgenti l’ossatura lignea, al quale sono fissate per mezzo di chiodini. È senza dubbio una delle più belle espressioni dell’arte orafa trecentesca nella Marsica, per il simbolismo ricreativo delle scene evangeliche e dei suoi protagonisti. È ascrivibile al primo periodo dell’espressione sulmonese per avere le estremità trilobate senza angoli retti o angoli acuti intersecanti i trilobi e l’incrocio delle traverse. Si riconosce subito, al confronto con le tecniche adottate nelle altre croci sulmonesi, la provenienza della croce processionale di Cese da questa scuola. I panneggiamenti della croce cesense sono ad esempio in tutto identici a quelli della croce di Santa Maria di Ronzano, sebbene quest’ultima appare ascrivibile ad un periodo un poco più tardo.
Il marchio SUL, come sostiene il Gmelin, fu usato con una certa frequenza dalla corporazione degli orafi sulmonesi solo dalla fine del secolo XIV al 1406. La croce cesense che è del periodo precedente non reca perciò questo marchio, ma i girali ed i viticci sulle costole sono stati cesellati con gli stessi punzoni sulmonesi utilizzati per le croci ascrivibili a questa scuola. Sono andate perdute le sferette ornamentali d’argento chiodate sui fori vuoti nell’estremità lobate del supporto ligneo.
Descrizione dell’elemento sacro
DESCRIZIONE LATO RECTO: in netta evidenza è il corpo del Cristo crocifisso con perizoma ai lombi, su una croce leggermente rilevata ed incisa di fitte e piccole losanghette. Il nimbo crucifero racchiude una croce bizantina decisamente bollinata. Sul lato destro della testa del Cristo è graffito, con bulino leggero, un quarto di luna, mentre sul corrispondente lato sinistro è segnata una stella ad otto punte. I simboli notturni riprodotti incardinano la rappresentazione crocigera nel movimento evangelico delle tenebre (Luca XXIII, 44- 46; Marco XIII, 33- 34; Matteo XVII, 43-46), intorno all’ora della morte di Gesù Cristo. Nella scena raffigurata, il Cristo con le palpebre chiuse ha appena reso l’anima al Padre. Il quadro è decisamente quello del Golgota (Giovanni XIX, 26-28). Sopra la testa del Nazareno, in rilievo, è evidenziata la targhetta con il cartiglio in smalto blu e bianco I.H.S. Nazareth. Sopra ancora sta un medaglione formato dal gambo di un fiore che circoscrive l’elemento floreale stesso. Alle estremità del crocifisso sono disposte tre formelle trilobate. La formella di base è invece bilobata per meglio consentire l’innesto del crocifisso sulla base astile di supporto. Tutte le formelle sono lavorate a parte sia sul lato recto che su quello verso e successivamente collegate, in modo leggermente sovrapposto, alla lamina crociera da cinque chiodini d’argento perlato. Sulla formella di destra è la Vergine madre, in pietoso atteggiamento, col capo chino verso la croce. Sulla formella di sinistra è Giovanni: l’apostolo prediletto di Gesù. Sul trilobo in alto è invece raffigurato l’angelo annunciatore della resurrezione, con le ali spiegate, mentre tiene in mano la croce bizantina. Sul bilobo di base è raffigurato il Monte Calvario, arricchito di elementi floreali.
DESCRIZIONE LATO VERSO: al centro del crocifisso è l’immagine del Cristo risorto seduto su un cuscino oblungo bulinato a losanghe, che impartisce con la mano destra aperta e stigmatizzata la benedizione alla maniera latina, mentre con la mano sinistra tiene, sopra il ginocchio, il libro dei Vangeli raccolti in un robusto tomo ben rilegato e crociato. I piedi del Cristo benedicente sono completamente frontali e poggiati sopra una mensola romboidale con foglia graffita. L’aureola con croce bizantina all’interno è bollinata a doppio sbalzo. La figura togata del Cristo è segnata tra quattro infiorescenze circolari, come quella sul lato recto, disposta in pari distanza sui bracci lisci del crocifisso. Nelle formelle trilobe sono le immagini simboliche dei quattro Evangelisti. Sulla formella di destra è il bue alato, simbolo dell’evangelista San Luca. Sul trilobo in alto è raffigurata l’aquila ad ali spiegate, simbolo dell’evangelista Giovanni. Sull’altra formella è raffigurato il leone alato, simbolo dell’evangelista San Marco. Sul bilobo inferiore è infine raffigurato l’angelo ad ali spiegate, simbolo dell’evangelista Matteo. Tutti e quattro i simboli sono aureolati di santità. Il crocifisso è bordato in tutta la sua figura esterna e la lingua di scarto del materiale eccedente è ripiegata sulle costole, in cui corre un motivo ornamentale composto da girali sbalzati ed incrociati.
Datazione ed errori interpretativi
Il crocifisso non reca alcuna data, sono pertanto approssimativamente argomentabili sia il periodo di lavorazione che la provenienza scolastica. Gli operatori del Ministero dell’educazione nazionale incaricati di catalogarlo lo hanno definito del secolo XIV portando l’attenzione sul fatto eccezionale che questo è stilizzato su lamina d’argento dorato invece che sul rame, come genericamente è avvenuto per le altre croci abruzzesi dei primi anni del 1300[1]. Da chi fu commissionato non è dato a sapersi, se dai privati col concorso delle offerte dei fedeli, dalle casse episcopali incrementate dalle rendite ecclesiastiche, o da altri. Indipendentemente da ciò, nell’esaminare il crocifisso dal punto di vista artistico una prima considerazione si rende necessaria, rispetto alle osservazioni favorite dagli operatori del ministero, sulle notazioni artistiche del crocifisso. Due gli errori di individuazione che costoro hanno commesso. Il primo ricade sul personaggio evidenziato nel trilobo del braccio sinistro del crocifisso lato recto, che essi indicano in San Giovanni Battista. L’individuazione è errata, poiché l’artista ha inteso cesellare lo scenario della passione e morte di Gesù Cristo, nel rispetto del disegno delle scritture evangeliche. Risulta pertanto evidente l’impossibilità della presenza in quello scenario del predicatore Giovanni Battista, premorto al Cristo. La tradizione evangelica vuole invece ai piedi della Croce sul Golgota, in atteggiamento di pietosa rassegnazione al programma divino, uno per lato rispettivamente Maria, madre di Cristo, e Giovanni l’evangelista. Ad ulteriore sostegno di ciò occorre il dato ricorrente nella nostra tradizione pittorica che vuole solitamente raffigurato il Battista quasi ignudo, scapigliato per la foga della predicazione e vestito di sola pelle animale cingente la spalla fino alla copertura dei lombi. La figura rappresentata nel trilobo è invece togata di sapienza e perfettamente rispecchiante la tradizione artistica e storica delle sacre scritture. Un secondo errore cade invece sull’interpretazione dell’altro personaggio raffigurato sul trilobo in alto, lato recto. Si è ritenuto fosse l’angelo dell’apocalisse, ma anche in questo caso si aprono seri dubbi interpretativi. Il primo è destinato ancora a scontrarsi con la tradizione pittorica che vuole raffigurato l’angelo dell’apocalisse mentre tiene in mano la tromba dell’annuncio del giudizio universale, o nell’atteggiamento di dar fiato alla tromba stessa per intimarne l’inizio. Così è nel sogno premonitore di Giovanni l’evangelista, autore del libro dell’apocalisse. L’angelo qui raffigurato tiene invece in mano una croce di stile gotico; probabilmente la sua forma conica sulla base astile ha ingenerato confusione. Questa figura rappresenta quindi l’angelo del corpo celeste che da lì a poco, ovvero dalla morte al giorno, avrebbe annunciato la risurrezione del Cristo. L’angelo della risurrezione, per il cui tramite si testimonia la visione celeste degli avvenimenti temporali della passione e morte del figlio di Dio, segna il passaggio e la continuità di lettura dal lato recto a quello verso del crocifisso, nel presagio della gloria della risurrezione e dei protagonisti che con le sacre scritture hanno immortalato il messaggio di Cristo[2].
Influssi e analogie artistiche. Ipotesi sull’origine della croce
Se la matrice scolastica di questa arte è squisitamente abruzzese, nel crocifisso sono altresì evidenti anche gli influssi della scuola benedettina fiorita in Montecassino. Essa ha infatti influenzato la Marsica risalendo lungo la Valle Roveto ed istituendo nella zona numerose case conventuali[3]. Assiomi di impressionante evidenza il crocifisso cesense li riassume nel portone d’ingresso della chiesa benedettina di Santa Maria in Cellis, secolo XII, in Carsoli. Sull’architrave di questa porta, all’interno di formelle quadrate, sono infatti incisi i simboli dei quattro Evangelisti, due per ogni lato con al centro il simbolo del Salvatore, raffigurato dall’agnello crocifero. Il bue alato, l’angelo con le ali spiegate, il leone alato e l’aquila sono in tutto identici alla rappresentazione crocigera cesense, sia nella visuale prospettica che nella posa plastica, con l’unica eccezione che mentre nel crocifisso essi tengono le scritture evangeliche con entrambi gli arti, nella rappresentazione marmorea dell’architrave della chiesa carseolana le scritture sono tenute da un solo arto. I medaglioni floreali degli architravi sono pressoché identici a quelli riprodotti nel crocifisso cesense: uguale è il primo medaglione alto dello stipite di destra. La somiglianza complessiva è davvero straordinaria.
La ragione di ciò ricade evidentemente nel fatto che entrambe le chiese, sia quella carseolana di Santa Maria detta in Cellis che quella di Santa Maria detta di Cesis, furono di fondazione benedettina. Se quindi l’influsso artistico ed ispiratore è quello benedettino, allora il crocifisso cesense può certamente catalogarsi cronologicamente intorno ai primi decenni del 1300, quando la chiesa, staccata dalla dipendenza benedettina, fu assegnata al capitolo diocesano del Vescovo dei Marsi. In forza di ciò, il Vescovo si proclamò infatti anche Abate di Santa Maria di Cese ed elesse qui la sua seconda residenza. Forse a questo crocifisso fu destinata proprio la funzione reverenziale del Vescovo verso l’ordine monacale che aveva con santità operato in quella chiesa, anche per le adiacenti comunità palentine. Un simbolico passaggio delle consegne con il dono del crocifisso raffigurante il Cristo apostolico, guida delle genti. L’importanza della donazione, se intravedibile in questa occasione o in un’altra da accertare, fu comunque tale da spingere i prelati del tempo e la popolazione tutta a dedicare al crocifisso un altare apposito per la venerazione popolare e forse a perenne ricordo di quell’avvenimento. Il crocifisso veniva portato in processione durante le sovranità delle feste maggiori. Oggi (nel 1993, ndr) non ha più un suo specifico altare ma la tradizione processionale ancora continua.
In realtà, dalla metà degli anni ’90 la croce processionale è conservata, assieme ad un turibolo d’argento ed alla tavola della Madonna delle Cese, all’interno del Museo di arte sacra di Celano. Da quella data non risulta abbia mai fatto ritorno in paese.
[1] Nella scheda dell’opera realizzata dal Museo della Marsica (http://www.museodellamarsica.beniculturali.it/index.php?it/23/le-opere/67/croce-processionale) si legge: “Rispetto agli esemplari dello stesso periodo prodotti dalla scuola sulmonese, l’opera rivela un’arte più accurata e raffinata, lo dimostra l’uso di un materiale prezioso come l’argento al posto del rame ed una maggiore perizia tecnica, le figure non più a stampo sono eseguite con la tecnica dello sbalzo delle lamine che conferisce loro un maggiore rilievo ed un più marcato plasticismo che preludono all’uso del tutto tondo dei secoli successivi”.
[2] Da notare che nella scheda dell’opera realizzata dal Museo della Marsica (con riferimento bibliografico ad E. MATTIOCCO, “L’oreficeria sacra nella Marsica”, in “Architettura e Arte nella Marsica”, II Arte, 1987), l’angelo in questione viene identificato come il simbolo del quarto evangelista San Matteo. Vi si legge infatti: “Nelle formelle dei bracci sono i simboli dei quattro evangelisti: in alto l’aquila (San Giovanni), a destra il leone (San Marco), in basso l’angelo (San Matteo), a sinistra il bue (San Luca)” (http://www.museodellamarsica.beniculturali.it/index.php?it/23/le-opere/67/croce-processionale. Anche nella scheda dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione si legge che “nei trilobi dei bracci sono i simboli degli evangelisti”.
[3] Nella scheda dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione si legge, a riguardo: “L’opera in oggetto appartiene al tipo ‘arcaico’ della scuola sulmonese insieme a quelle di S.Maria, Marano, Oricola e Rosciolo. In essa è ripetuto rigidamente il consueto schema iconografico che si ispira a modelli bizantino-romanici”.
<Elaborato da M.Di Domenico, “Cese sui piani palentini” (1993) e da ricerche d’archivio >









