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Lo ‘mericanéjjo e l’uva delle Cese

[Storia delle Cese n.106]
da Osvaldo Cipollone

Viene chiamato “uva delle Cese” un vitigno che dà grappoli ed acini minuti, di colore bluastro e sapore dolce. Si parla dell’uva e del vino che a Cese venivano chiamati popolarmente lo mericanéjjo”. In verità si tratta di una coltivazione tipica della nostra campagna che, secondo una versione dei più anziani, è stata importata dagli Stati Uniti d’America (da cui il nome) nei primi del ‘900. Si racconta infatti che in quello stesso periodo un gruppo di nostri compaesani, di ritorno dal Nord-America, abbia portato con sé un certo numero di sarmenti, prelevati nelle campagne statunitensi, da mettere a dimora a Cese per saggiarne l’attecchimento e la resa. Secondo un’altra versione, invece, il vino sarebbe arrivato sì dall’America, ma tramite un consorzio di Milano. Raccontava nello specifico Vincenzo “de Papparéjjo” negli anni Novanta: «In passato si faceva tanto vino; chi ne produceva di più si faceva anche il “patentino” (che durava venti giorni, un mese…secondo quanto vino avevano) per avere il permesso di venderlo. Mettevano pure la frasca per la vendita; i vecchi dicevano “Lo vino bbóno se venne sénza frasca”, intendendo che bastava assaggiarlo per apprezzarne la qualità. A quel tempo l’uva veniva meglio, erano altri vitigni, vitigni buoni, come l’aleatico e altri. Basta pensare che agli inizi del secolo non c’era nemmeno la peronospora; si è iniziato a dare l’acqua ramata quando ero piccolo io (attorno al 1910? – ndr), mentre prima non era necessario. Poi ad un certo punto è arrivata la filossera e tutti hanno messo questo “’mericanéjjo” che fece arrivare Cipollone dal consorzio, da Milano, dove era arrivato alle aziende appunto dall’America. L’anno successivo già non l’hanno distribuito più, perché dicevano che non era una vite da commercio; qui però era rimasto, quindi Le Cese la conoscevano tutti quanti perché venivano qui a comprare i maglioli di questo “’mericanéjjo”. È arrivato pure fino a Pescara, a Pratola, perché dovevano ripiantare le vigne dopo che erano state attaccate dalla filossera. E pensare che il primo anno in cui hanno messo “lo ’mericanéjjo”, qui l’uva ha maturato ad agosto; a fine agosto era tutto maturo, poi si è acclimatato ed ha iniziato a maturare più tardi».

In un’epoca precedente, ai tempi del Lago del Fucino, i vitigni palentini erano piuttosto precoci e garantivano un’adeguata gradazione zuccherina. Allora il clima temperato regalava alle coltivazioni benefici ora impensabili, proteggendo il territorio dall’inclemenza del freddo. Anche in tempi meno remoti esistevano a Cese una moltitudine di qualità d’uva: ustinèlla, fragola e fragolone, aleatico, fascista, malevaşcìa (malvasia), abbotta-‘utti, vastardo, restono, ruscio e ritto (che secondo molti sarebbe quella denominata propriamente “uva delle Cese”). Solo dopo diversi anni questi vitigni sono stati soppiantati da quelli denominati genericamente “francese” (sia quello “largo” che quello “stritto”). In ogni caso, la caratteristica non trascurabile dell’ “uva delle Cese” era quella di non necessitare di trattamenti e di resistere bene all’attacco della filossera e di altri funghi. Anche per questo motivo, l’esperimento dello mericanéjjo risultò tanto soddisfacente – sia per la produzione dei frutti che per la resistenza al clima – che successivamente tanti compaesani vollero accaparrarsene dei tralci per piantare nuovi vigneti. I contadini dei paesi vicini, venuti a conoscenza della buona riuscita, decisero così di acquistare i maglióji (le talee) necessari per nuovi vigneti. Improvvisamente le soremènta non vennero più stipate per alimentare il fuoco, ma, selezionate una ad una e raggruppate in mazzi da cinquanta e da cento, preparate per la “commercializzazione”. In seguito a questo evento i “viticoltori” dei Piani Palentini pensarono bene di coniare per il neonato vitigno il nome di “uva delle Cese”, termine rimasto a lungo in uso.

Un tempo, dunque, la zona pedemontana ed i Piani erano disseminati di vigne: dalle cosiddette “Pagliarecce” al Colle dello Sterpeto, dai “Casali” “ajji Vignali”, zona che, con le “Vigne Vecchie”, ricorda ancora oggi nel nome dette coltivazioni. A riprova di ciò sono le numerosissime viti incolte che ancora si arrampicano spontaneamente fra le siepi o che, come cimeli duraturi, offrono pampini e frutti alla vista di chi frequenta la nostra campagna. Secondo una nota storica trasmessa verbalmente dai più anziani, persino l’istituzione della “Cantina cooperativa del Fucino” sarebbe legata alla buona reputazione del nostro paese in tema di coltivazione dell’uva. Sembra infatti che al tempo la società abbia avviato il progetto dopo una raccolta di firme e diverse adesioni ricevute anche qui in paese. Pur concordando sulla veridicità di questo dettaglio, tuttavia, qualcuno sostiene che solo qualche vigneto di “ruscio” sia stato poi abilitato al ritiro dell’uva; sembra infatti che per gli altri, dopo le dovute analisi, sia stato dato responso negativo. In verità, pur maturando adeguatamente e con sufficienti gradi zuccherini, le uve locali non rientrarono nel progetto poiché contenevano un alto tasso di acidità, dovuto alla scarsa esposizione al sole.                               

In varie annate i Cesensi, oltre a vendere l’uva, barattavano il mosto con carichi di legna e fascine provenienti da Capistrello, Castellafiume, Luco ed altri luoghi ricchi di macchia e boschi. In autunno, dunque, le strade e la piazza del paese erano percorse da carretti carichi di legname ed un barilotto al seguito da riempire con l’apprezzato liquido. Il mosto invenduto veniva spesso “sacrificato” per ricavare la sapa, il concentrato ottenuto dalla prolungata bollitura, chiamato in dialetto mustocótto. Questo, infatti, oltre ad essere utilizzato come condimento o come ingrediente per preparare mostarde (come la perecotognata), era a volte necessario per migliorare i vini di bassa gradazione zuccherina. Detta debolezza, derivante per lo più dalle consuetudini di molti contadini che malvolentieri asportavano i tralci superflui, veniva in parte mitigata da questa soluzione di rimedio, ma anche allora c’era qualcuno meno sprovveduto che, optando per un raccolto più modesto ma qualificato, sacrificava tanni e neputi (tralci e polloni) a tale scopo.


<Rielaborato da articoli pubblicati su “La Voce delle Cese” (2006-2013) e dall’intervista del 1993 a Vincenzo Cipollone (de Papparéjjo)>

Una replica a “Lo ‘mericanéjjo e l’uva delle Cese”

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