[Storia delle Cese n.99]
da Osvaldo Cipollone
Una delle consuetudini più singolari legate alle nozze era senz’altro quella “dejjo carràggio”. Era in voga in diversi paesi marsicani e prevedeva il trasloco del corredo della sposa dalla sua casa paterna a quella futura. Il giovedì precedente il matrimonio, infatti, si trasportavano in corteo mobili, utensili, vestiario, biancheria, pentole e altri beni assegnati alla sposa dalla sua famiglia. Il tutto poteva essere così sistemato nella nuova dimora. Di solito tale consuetudine aveva luogo il giorno successivo alla valutazione del corredo, che avveniva per lo più il mercoledì. L’occasione era un giorno importante per le famiglie degli sposi, ma alla festa partecipava quasi l’intero paese. Oltre ai parenti, infatti, non mancavano all’appuntamento il vicinato e i tanti giovani che attendevano l’evento con ansia.
Prima di dare inizio al singolare corteo veniva offerto un fugace rinfresco a base di dolciumi, ciambelle, biscotti e vino. A tutti i convenuti si forniva una grossa ciambella fatta con acqua, farina, sale e semi di anice. Era il tipico “chiòrtajo”, che si infilava nel braccio sinistro e vi rimaneva per tutta la durata “dejjo carràggio”. Prima di dar corso al rituale si assegnava ad ogni partecipante un oggetto o un capo del corredo. La sfilata veniva quindi aperta da un giovane di bella presenza che sosteneva con braccia e testa un grosso cesto di vimini, opportunamente addobbato con frange, nastri e “fiocche”. Nel cesto trovava posto un soffice “peso” consistente in quattro cuscini di lana con federe finemente lavorate. Oltre al valore materiale dei manufatti, i capi racchiudevano anche un certo significato affettivo; due di essi, infatti, avrebbero fatto parte del letto nuziale. La lana che li riempiva, così come quella delle imbottite, era la più “pregiata”, poiché derivante dalla prima tosatura degli agnelli.
Il portatore del canestro doveva possedere anche una buona dose di “spirito”. Nel condurre il corteo, infatti, si concedeva anche diverse divagazioni. Simulava disorientamento, cambiava strada, si affacciava in vicoli secondari, bussava alle porte chiuse e con il suo fare scanzonato arricchiva il clima festoso di estemporanee “scenette”. Le due file del corteo seguivano le sue mosse in sincronia, di solito assieme ad un carretto trainato da un mansueto quadrupede. Il mezzo trasportava gli oggetti più pesanti ed era anch’esso adornato con nastri, lenzuola e coperte, mentre al collo della bestiola veniva posta un’enorme ciambella appositamente preparata. Al termine del rituale sarebbe stata donata al carrettiere o al proprietario dell’animale. Tutti i portatori “dejjo carraggio” e le ali che accompagnavano il corteo rumoreggiavano festosi generando un insolito frastuono ed un’atmosfera singolarissima. Qualcuno, nel contesto, anticipava scherzosamente la richiesta dei confetti (contemplata solo per il giorno del matrimonio) strillando: «Non ji tè’, ji tè’, ji tè’… Non ji tè’, ji tè’, ji tè’ …». A questi facevano eco altri bontemponi, che aggiungevano: «Non la tè’, la tè’, la tè’… la cioccolattièra pe’ ffa’ jo caffè».
Le donne, di solito, portavano la biancheria e gli indumenti intimi della sposa, mentre agli uomini erano destinati i capi più pesanti, gli utensili, la “batteria” di rame e i pezzi della mobilia. Il corteo precedeva sia la sposa che la sua famiglia. Era la madre a chiudere la fila, sostenendo sul capo una “conca” ricolma di vino. Raggiunta la nuova abitazione degli sposi, quindi, la dote veniva portata in casa. Il recipiente di vino, invece, veniva offerto ai consuoceri, in segno di legame parentale. Con quello e con altre vivande, “chiòrtaji” e biscotti, venivano rifocillati tutti i partecipanti. Un andirivieni di vassoi, boccali, fiaschi e bicchieri faceva da piacevole scenografia a tutto il singolare contesto. Questo particolare costume è in verità quello che rimane più vivo e indelebile nella mente di chi lo ha vissuto direttamente, ma anche nella memoria dei ragazzi che lo hanno conosciuto marginalmente.
Racconta ancora oggi la centenaria “Teresina” Di Matteo:
“Noi a casa tessevamo ed avevamo imparato anche a cucire con la macchina; d’inverno andavamo al laboratorio ad Avezzano e così siamo riuscite a prepararci tutta la biancheria per il corredo. Perché seminavamo la canapa anche a Fucino, il lino… poi si cardava, si faceva bollire, si tesseva e si facevano le lenzuola e gli altri pezzi del corredo. È stata così bella quella vita laboriosa!”.
“Per il corredo ci portavamo, tra le altre cose, 40 asciugamani, 22 lenzuola normali e 3 finimenti ricamati (ognuno composto da due lenzuola e quattro federe), che poi durante il carraggio si mettevano in un cesto grande assieme ai cuscini, alle pagnotte di pane… poi la pasta, le arance appese, tutti gli ornamenti… Venivano tutti i ragazzi e le ragazze del paese, chi con i tessuti, chi con i chiortaji infilati al braccio, e si faceva un bel rinfresco, era una vera festa. Con il carraggio si portava tutta la biancheria: coperte d’inverno, coperte d’estate, e nel nostro caso, siccome lavoravamo tanto, il carraggio era ricco: tante coperte, tanta biancheria, e tra le altre cose c’era anche la macchina da cucire (mamma ne aveva previste sei: una per ciascuna figlia). Io però le dissi: «La macchina non me la porto perché ora ho già tutto cucito, e se mi servisse potrei comunque venire a cucire da te». Ai miei tempi era comunque difficile iniziare la nuova vita di coppia. I genitori fornivano la casa, il grano, il necessario per la sussistenza, ma non tutte le famiglie potevano dare in dote anche gli animali da lavoro, perché magari avevano una sola vacca e ovviamente serviva a loro. Allora, siccome avevamo delle belle vitelle già grandi – alcune erano pure gravide – dissi a mamma: «Lascio la coperta “vàllica” (una bella coperta rossa), dodici asciugamani e altre cose del corredo ma mi voglio portare una bella vitella incinta». Così al carraggio, dopo le lenzuola, i materassi e tutto il corredo, portarono pure la vitella, che in futuro ci sarebbe stata utile per lavorare la terra. E abbiamo avuto fortuna, perché poi ha partorito e quindi siamo stati bene perché avevamo la vacca da mungere, il vitello, l’aiuto per la campagna… e questa è tutta provvidenza”.

I “chiòrtaji”

Il rituale dejjo carraggio a Cese è stato rievocato una prima volta nel 1990 ed una seconda nel 2016, ovviamente con un’autenticità diversa, ma con un grande desiderio di fedeltà alla tradizione e con lo stesso, intatto, spirito di condivisione e di festa.
<Tratto da O.Cipollone, “Le nozze di canapa” (2016) con l’ulteriore testimonianza di Teresa Di Matteo>












