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La “Madonna delle Grazie”, il nostro piccolo santuario

[Storia delle Cese n.97]
da Osvaldo Cipollone

Frammenti di storia e leggenda

Dai documenti locali e da quelli dell’Archivio Diocesano non si riesce a stabilire con certezza l’anno di edificazione della chiesetta dedicata alla “Madonna delle Grazie”. Una testimonianza storica ricavata dallo stesso Archivio, ad ogni modo, riporta l’esistenza di un’edicola situata poco lontano dal paese nella quale era affrescata l’immagine di una Madonna con il Bambino. Con riferimento all’edificazione o riedificazione del tempietto, la leggenda narra che un contadino, nel lavorare il proprio campo, avesse ritrovato il dipinto della Madonna – colpendolo col vomere o con la vanga – tra le zolle del suo podere e, una volta recuperato, lo avesse consegnato al parroco di Cese. Questi, informata la popolazione del misterioso evento, avrebbe sollecitato un pubblico consulto in seguito al quale si sarebbe deciso di edificare una cappella dedicata alla Vergine proprio nel luogo del ritrovamento.

È storicamente provato che la chiesetta esistesse già intorno al 1600, come documentato dal resoconto di una visita pastorale dell’allora vescovo Mons. Francesco Bernardino Corradini, il quale, sollecitato dai parrocchiani, visitò la chiesuola nel 1682 e, trovandola diroccata, ne sollecitò il restauro. Si legge in una nota vescovile: «Visitavit immaginem sacram Beate Marie Virginis Graziarum dedicata in mano con filio lattante in medium miliare in loco dicto colle delle Canavine». La chiesa, dotata di beni propri (terreni, donazioni e benefici ecclesiastici), era dunque già diroccata nel 1682 e fu definitivamente ridotta in rovina dai terremoti di inizio ‘700 (1703 e 1706). A quanto pare, fu prontamente restaurata sempre agli inizi del XVIII secolo; tuttavia, il sisma del 1915 la distrusse completamente. Ricordava nel 1993 Vincenzo Cipollone (“de Papparéjjo”): «La Madonna delle Grazie aveva il suo quadro dipinto e ci avevano portato anche qualche statua vecchia. Quando rifacevano le statue nuove dei Santi, infatti, qualcuna di quelle vecchie la portavano là». E ancora: «È vero che venivano i devoti anche da fuori. La chiamavano la “Madonna della Rafia”, e quando c’è stato il terremoto anche lì è avvenuto un prodigio (un miracolo): tutta la chiesa è caduta, mentre il telaio con il dipinto della Madonna è rimasto intatto (c’era un telaio con all’interno la struttura e il dipinto era fatto sul muro); il resto è andato tutto a terra».

Dopo questa triste fatalità l’edificio fu abbandonato a se stesso, ma nel 1921, con l’arrivo del nuovo parroco Don Vittorio Braccioni, si promosse il restauro della chiesetta, ricostruita di dimensioni leggermente inferiori rispetto all’originale[1]. In quegli stessi anni, a quanto pare, con le pietre avanzate dalla riedificazione del tempietto fu costruito (o più plausibilmente reso carrabile) anche il ponte sulla Rafia nei pressi della piccola chiesa. Si legge infatti in un bollettino parrocchiale del 1926 redatto dallo stesso Don Vittorio Braccioni: «Circola da qualche tempo un’importuna ed inopportuna insinuazione che tende a chiedere, anzi, che pretende il pagamento delle pietre avanzate dalla Chiesa rurale della Madonna delle Grazie. Ora è da sapere (ciò che del resto già molti ben sanno) che la condizione sine qua non posta dal Comune di Avezzano per la costruzione del ponte alla Madonna delle Grazie fu la concessione gratuita da parte del paese di Cese della pietra là esistente, residuata del restauro della chiesetta. Tale concessione fu senz’altro accordata con l’intuizione dell’utilità e del guadagno che a noi ne sarebbe venuto, giacché un ponte valeva e vale più di qualche metro cubo di pietra, la quale da parecchio tempo aspettava di essere rimossa da quel luogo. Inoltre. È da sapersi, per maggiore chiarificazione delle cose, che l’importo delle pietre occorrenti per il ponte e computate dall’ingegnere comunale venne discaricato dalla somma totale del contratto stabilito per il Comune e l’impresario. Nota del parroco – Non è fuori proposito aggiungere da parte mia che quelle stesse persone le quali s’incaricarono di ottenere il ponte in parola, si sono poi anche preso l’incomodo di adoperarsi presso il Comune per farsi restituire ad abbundantiam quei pochi metri cubi di pietra con altri materiali adoperati nella nuova Chiesa, per un valore cinque o sei volte superiore».

Reminiscenze e storia recente

La chiesa presenta oggi l’aspetto dell’ultima ricostruzione, ad eccezione delle sei colonne di cemento armato realizzate nel 1973 per consolidare tutta la struttura ed il solaio. Nel 1975, inoltre, il pittore Orlando Vietri ha completamente ritinteggiato l’interno della chiesa e ritoccato il dipinto all’interno della nicchia. Lo stesso dipinto, persi i toni originali e la preziosità, ad oggi non è più visibile. Qualche anziano ne ricorda ancora la pregevole fattura, mentre i meno giovani rammentano un’anomalia nell’affresco, dovuta – si dice – al colpo inferto dal piccone durante il ritrovamento. Il dipinto originale è stato sostituito nel 1997 da una copia della “Madonna del cuscino verde” del Solari, dipinta dall’artista cesense Mario Petracca. Su questa opera scrive il professore e critico Mariano Apa:

La “Madonna delle grazie” in Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Cese è una immagine che Petracca ha ripreso sia in sanguigna sia a olio. È la antica immagine di cui si parla in una visita pastorale del 1682 – una immagine ad affresco in una cappellina che il Vescovo locale di allora, indica di non togliere e di non portare via. Nel 1975 viene ritoccata fino a mostrarsi ridipinta. Mario Petracca ne esegue una copia ad olio nel 1997 direttamente dall’archetipo storico: dal lavoro ovvero di Andrea Solario custodito al Louvre e a Bergamo in galleria di Accademia e disperso per l’Europa in circa trenta esemplari conosciuti, di discepoli o altri artisti, proprio a partire dal lavoro del Solario. […] Petracca lo riprende con modalità stilistiche che sembrano come irrigidire la cromia e la composizione – e dunque anche la struttura disegnata – in modo tale che la sua opera sembra una citazione secondo il dettame della poetica della Grande Maniera. Il cuscino a nappa, da cui proviene il nome del quadro, in verde, accompagna nella fascia nera orlata d’oro, la piega a semicerchio, opposta in linea di simmetria, della testa e della spalla della Madonna, così come sembra ripetere il gesto della gambetta del Bambino il cui piedino è preso dalla sua mano: il Bambino succhia il latte materno e dunque vive, il Bambino riposa sul cuscino e dunque rimanda alla immagine del sonno e della eternità: morte e resurrezione: […] Delle numerose serie che nella storia hanno reso celebre tale iconografia – e dunque i dipinti seguenti-, anche il Degas si è cimentato in questa opera. […] E quindi Petracca “ripete” – in sanguigna come per il disegno a Milano, ad olio, come per la tavola del Louvre – l’operazione di Degas: di cimentarsi con l’immagine antica per poter “parlare” il “presente”, per ribadire, ovvero, che la temporalità non è scandita dall’orologio ma, proprio, è lo stato di coscienza che rende sempre attuale la iconologia di una immagine: Madre e Bambino, latte e sonno, morte e Resurrezione. Il cuscino verde è una forma di “parapet”, una “morte e tomba”: e dunque uscire dal sepolcro è il rinascere, il poter abbeverarsi alla fonte materna, alla Madre/Terra che gratifica ed elargisce misericordia per tutti i fedeli. […] L’immagine, nella sua ripetizione, vive. Non si adegua ad una meccanicistica ripetitività, si alza alla qualità ecclesiale dell’essere immagine votiva, un “ex-voto” che visualizza la devozione di geni e devoti, di artisti e fedeli, così che il vitale latte si fa unguento, nettare “segno” del poter tradurre il non senso della morte nella salvazione della Resurrezione.

Dell’antica chiesa ci restano pochissimi reperti, come i basamenti in pietra (ora utilizzati come panche esterne) che un tempo erano di pertinenza dell’altare. Una di queste lastre presenta un incavo di circa 25 cmq; un’altra ha alcuni fori laterali realizzati, molto probabilmente, per l’inserimento delle colonnine di sostegno.

Nel 1983 l’altare che si trova sotto la nicchia è stato modificato e staccato dalla parete di fondo. Nel 1985, sotto il piccolo rosone intonacato sulla facciata esterna è stato collocato un mosaico in ceramica raffigurante la Madonna con il Bambino, opera di Teresa Petagine, e sono stati modificati il portale e la zoccolatura. La cappella custodisce pochissime, ma interessanti attrattive, tra cui una preziosa acquasantiera in pietra a forma di conchiglia, nel cui incavo sono visibili due salamandre scolpite in rilievo. Nell’intento dell’artista vi era forse la volontà di rappresentare con la composizione la calma dei piccoli anfibi, quasi fossero dentro lo stagno del vicino fiumiciattolo.

Le pareti, rivestite alla base da una zoccolatura in pietra, presentano decorazioni a festoni alternate da motivi floreali ed il soffitto a falde contiene bassorilievi dipinti e figure ornamentali. Il fondo è dominato da una nicchia rettangolare con una doppia cornice (mentre la sezione sovrastante è decorata a baldacchino); quella interna, in legno dorato scolpito, contiene appunto la nicchia della Madonna con il Bambino lattante. La stessa nicchia è stata ritoccata nel 1993 ed al suo interno è stata collocata la citata copia della “Madonna del cuscino verde”. A sinistra dell’altare è tuttora presente una statua di San Vincenzo Ferrer. Si tratta di un’opera lignea policroma di buona fattura, risalente agli inizi degli anni ’20, donata alla parrocchia da “Crocétta” Marchionni in seguito a grazia ricevuta. Al di là delle supposizioni e delle credenze popolari, è da riportare il dato che la donna, proprio in quegli anni, guarì da una malattia seria senza il supporto dalla medicina.

Segni di devozione

La quiete della chiesetta è oggi solo scalfita dal transito dei mezzi lungo la vicina strada, e le piccole finestre frontali e laterali donano ancora all’interno la tenue luce che contribuisce all’atmosfera di raccoglimento e di silenzio cara ai visitatori. Anche per questo, nel tempo la chiesuola è rimasta meta di frequentatori ed apprezzato luogo di preghiera per gli affezionati alla Madonna.La chiesetta viene oggi visitata dai fedeli cesensi, così come da alcuni forestieri, durante tutto l’arco dell’anno, ed in particolare nei mesi mariani. Vi si officiano messe per ricorrenze ed anniversari, e da circa mezzo secolo, nella prima domenica di luglio, i fedeli vi si recano in solenne processione per rievocare la visitazione della Madonna a Santa Elisabetta. Il quadro che raffigura questo evento era un tempo a privilegio esclusivo di donne nubili, chiamate “vergini”. Attualmente, invece, tutta la popolazione può partecipare al sorteggio pubblico tramite cui si assegna la “conduzione” dello stesso stendardo all’interno della processione.

In passato la chiesa veniva frequentata anche da devoti provenienti dalla Ciociaria. In particolare, i fedeli di Alvito giungevano in pellegrinaggio a Cese due volte l’anno, in segno di ringraziamento per esser stati preservati dalla peste per grazia della Madonna. Nell’occasione, i pellegrini visitavano entrambe le chiese parrocchiali dedicate alla Vergine: quella principale e la cappella fuori le mura. Prima di far ritorno a casa chiedevano, fra le altre grazie, la possibilità di tornare nuovamente negli anni successivi, e lo facevano adornando le pareti della chiesuola con le proprie offerte. Per i parrocchiani, come accennato, la Madonna delle Grazie è una sorta di santuario. Racchiude, infatti, in sé gli intensi sentimenti di fede e l’antica devozione che viene ancora oggi esternata in diversi contesti. La chiesetta è inoltre considerata uno scrigno di belle speranze, un confessionale dentro cui riporre momenti di riflessione e preghiere segrete.

Il restauro del 2013 e le altre recenti migliorie

Il restauro esterno della chiesuola, caldeggiato in primis da un gruppo di benefattori e dall’intero Comitato Feste 2013, è stato fatto proprio anche da altri compaesani, che hanno gratuitamente prestato la propria opera, e da altri ancora che hanno spontaneamente offerto un contribuito. Le motivazioni che hanno indotto a “rimboccarsi le maniche” sono molteplici: occorreva anzitutto sostituire grondaie e discendenti corrosi dalla ruggine, rimuovere tegole rotte dalle gelate, sistemare la zoccolatura dell’intonaco cadente per le infiltrazioni e procedere ad alcuni ritocchi di manutenzione in diversi punti. In corso d’opera si è pensato poi di restituire alle antiche mura l’aspetto originale, rinforzando i ricorsi a mattoni e le pietre tenute insieme da calce e “rena” di fiume (come era consuetudine nel post-terremoto).

Anche le finestre e la porta d’ingresso necessitavano di interventi mirati, puntualmente completati anche grazie all’entusiasmo e alla voglia di fare. A tale riguardo, è da segnalare un altro piccolo prodigio relativo al restauro del portone in legno curato da Bruno Di Matteo; all’atto della finitura con il classico protettivo, steso uniformemente, infatti, dal vecchio portone è emersa una forma a croce prima non visibile. Sempre nel 2013 è stato realizzato un secondo ingresso a fianco delle scale per consentire un accesso più agevole alle carrozzelle ed ai passeggini. Nel 2019 Padre Angelo Cipollone ha donato alla chiesetta una targa in ceramica con una bella composizione, dedicata alla “Cappella campestre Madonna delle Grazie”, che recita: «Cappella campestre, crocevia di membra sudate, sei lì ad accogliere voti e speranze di raccolti abbondanti, meta di donne oranti che portano seco preci dai mille desideri, giovani braccia pronte ad adornarti e tramandare la memoria. Sempre più sei parte della comune identità». Recentemente, inoltre, alcuni volontari hanno apportato ulteriori migliorie alla struttura ed alla pavimentazione, allo scopo di eliminare infiltrazioni e ristagni d’acqua ed evitare così possibili danni strutturali. 

La chiesetta, nel tempo, è stata sottoposta a diversi interventi, ed alcuni elementi, concepiti in fasi diverse, potrebbero oggi sembrare disarmonici. Qualche dettaglio potrà dunque apparire stonato, in termini artistico-architettonici, all’interno del contesto generale, ma si tratta di piccoli nei che nulla tolgono al valore del nostro “piccolo santuario”. L’attaccamento nei confronti della Madonna delle Grazie, protettrice di Cese, guiderà ancora i nostri passi e difficilmente verrà meno nel tempo. Un doveroso grazie va perciò a tutti quelli che hanno saputo mantenere vivo questo bene prezioso, che porta in sé il sapore di una fede viva e che, dopo secoli, dà ancora freschezza alla storia locale nel solco dei nostri padri.


[1] Raccontava sempre Vincenzo Cipollone nell’intervista del 1993 che la chiesa di Santa Lucia era grande pressappoco “com’è adesso quella della Madonna delle Grazie, che è stata rifatta un po’ più piccola rispetto a prima”.

<Rielaborato da O.Cipollone, “Orme di un borgo”, Don Vittorio Abate di Cese, “Le feste patronali di ieri e di oggi” (2013) e da un’intervista a Vincenzo Cipollone (1993), con ulteriori ricerche personali>


Una replica a “La “Madonna delle Grazie”, il nostro piccolo santuario”

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