[Storia delle Cese n.189]
di Osvaldo e Roberto Cipollone
Oltre alle attività propriamente commerciali, a Cese in passato ne esistevano altre che richiedevano un impegno pressoché costante. Alcune non avevano carattere di continuità, ma venivano svolte saltuariamente e a volte sotto forma di favori e contraccambi personali, risultando dunque occasionali o estemporanee. Molte di queste attività si affiancavano a quelle principali, quasi sempre legate ai lavori agricoli o all’allevamento.
La cura dei capelli era affidata quasi sempre a persone di famiglia o a conoscenti; qualcuno dei nostri compaesani, poi, anche in gioventù, si cimentava a “sforbiciare” e radere la barba in casa. Chi invece lo faceva a domicilio (nelle abitazioni altrui come in casa propria) oppure all’aperto era Carlo Cipollone (1910), chiamato amichevolmente per la statura “zi’ Carluccio” dai ragazzotti e “Cardòccio” dai più grandi. Aveva svolto la professione di barbiere sotto le armi, affinando la propria rudimentale arte iniziale, ed era diventato tanto esperto nel maneggiare forbici e rasoio che i suoi tagli si differenziavano notevolmente, per qualità, da quelli fatti dai familiari. I tagli “casalinghi” si riconoscevano infatti per le numerose “scalette” e le vistose sforbiciate disomogenee che a volte lasciavano visibili “ciurri” o chiazze troppo corte. A quel tempo, fra l’altro, i ragazzi portavano spessissimo i capelli “all’umberta” (molto corti alla stessa lunghezza e pettinati all’indietro, come li portava il re Umberto I di Savoia) e altrettanto spesso erano costretti ad andare a scuola e in giro anche con i capelli tagliati completamente “a zero” (“carosati”) per evitare che vi si annidassero i pidocchi che proliferavano anche per la scarsa igiene. Anche il fratello di “zi’ Carluccio”, Antonio (1916), aveva appreso da lui l’arte di barbiere e la svolgeva in casa propria. Un altro che si cimentava spesso con gli strumenti da barbiere era “Francischino” di Silvino, che adottava gli stessi sistemi dei due fratelli menzionati. Un quarto giovane barbiere si è affermato in seguito nel quartiere “Burghitto” dopo aver appreso il mestiere da un maestro barbiere di Avezzano. Si trattava di Romolo Cipollone, uno dei due gemelli nati nel 1937 da Anello e Sabatina. Entrambi sono poi emigrati in Australia, come l’altro fratello Antonino (che per questo veniva distinto come “j’australiano”). Negli anni ’70/’80 Massimo di Scanno, che lavorava come cantoniere a Cese, faceva il barbiere nelle ore libere.
Con riferimento al mondo femminile emerge una certa carenza di elementi, rientrando la cura dei capelli nella più ampia cura personale gestita pressoché totalmente in casa. Alla mattina, infatti, le donne si dedicavano alla spazzolatura ed alla pettinatura, ognuna secondo la cura e il tempo a propria disposizione. Con gesti abili e pazienti rendevano i capelli ordinati e li raccoglievano magari in un’unica treccia lunga[1], che raggruppavano poi a cercine ne “jo tóppo” fermato con le forcine o con la “pettenessa”, un piccolo accessorio che riusciva a dare grazia all’acconciatura. Secondo quanto tramandato dalle vecchie generazioni, la posizione della crocchia sulla nuca e la qualità delle forcine utilizzate per fermarla davano indicazioni anche sul ceto delle donne[2]. In generale, le popolane formavano “jo tóppo” con una sola treccia, fissandola con le forcine o con il filo di ferro nella parte più bassa della nuca. Le contadine, poi, lo facevano in modo essenziale e per necessità, poiché la folta chioma avrebbe potuto dar loro fastidio durante il lavoro in campagna e doveva essere dunque contenuta con facilità nel grande fazzoletto copricapo. Dato che i capelli si lavavano più raramente, la pettinata era anche occasione per controllare l’eventuale presenza di pidocchi, che nel caso dovevano essere eliminati con il pettinino (la pettenìcchia), provvedendo anche a disinfettare il cuoio capelluto con il famigerato petrolio. Per le occasioni importanti ci si poteva concedere un tocco di femminilità discreta che andava ad impreziosire una cura essenziale e genuina. A quel tempo, d’altra parte, il lusso dei saloni di bellezza era riservato alle classi signorili e in paese non esistevano ancora attività stabili di parrucchiera/acconciatrice. La prima è stata Vincenza Cipollone (di “Peppinèlla”), che ha tenuto in vita la propria attività per qualche tempo, iniziando da giovanissima a fine anni ’60. Nel 1972, quando “Vincenzina” aveva già chiuso l’attività per trasferirsi altrove, ha avviato la propria Anita Cipollone (al tempo diciassettenne), dapprima nel locale antistante la casa paterna e poi in quello lungo il corso, accanto alla “bottega” di Lidia e Giocondo. Risale invece al 1994 l’avvio dell’attività di Stefania Bianchi (al tempo quasi diciannovenne), inizialmente collocata sempre lungo il corso -all’altezza dell’attuale civico 49- ed oggi presente in via Gorizia come unico esercizio di parruccheria in paese. Nel tempo, altre e altri hanno svolto lo stesso lavoro a domicilio oppure al di fuori di Cese; restringendo il campo ai titolari di saloni, si possono elencare ad oggi Adele Cipollone, che gestisce la propria attività a Tagliacozzo, e Maurizio Venditti ad Avezzano (oltre alla cognata di questi, Sabrina Fiorentini, a Pereto). Con riferimento al più ampio campo della cura della persona e dell’estetistica, sempre tra i titolari di attività si possono citare Luciana Cipollone, a Magliano, e Alessandra Semplice, che ha aperto e gestisce il proprio salone a Cese. Qui, invece, dei barbieri è rimasta solo un’affettuosa memoria.
<Articolo originale>
[1] O in più trecce, come facevano le più giovani con le “cintiélle”.
[2] Le più abbienti lo portavano nella parte alta della nuca, spesso con i capelli raccolti in due trecce avvolte a ciambella dietro le orecchie; le forcine erano di osso o di tartaruga e venivano a volte sostituite da pettini speciali.

