Il cantoniere, lo scopino. Mestieri scomparsi

[Storia delle Cese n.184]
di Osvaldo e Roberto Cipollone

Alcune figure professionali sono gradualmente scomparse nel tempo assieme alle attività legate a fasi storiche oramai superate. Oggi sarebbe quasi impensabile pensare a un addetto alla cura del manto stradale, degli scoli e delle caditoie, al taglio dell’erba sulle banchine e alla pulizia dei fossi, alla riparazione delle buche e al taglio di rami e arbusti. Operazioni, queste, effettuate tutte a piedi, con il solo ausilio di pale, badili, roncole, falcetti e rastrelli. Un tempo, invece, ad assicurare queste ed altre attività erano i manutentori stradali denominati “cantonieri”[1].  Il primo cantoniere di cui si ha memoria a Cese è Vincenzo Cosimati (“Jo collegono”, 1892). Essendo celibe[2], questi si dedicava con passione e dedizione ai propri impegni di dipendente comunale e svolgeva il proprio compito lungo il percorso stradale dell’intero territorio di Cese, per cui era solito salutare compaesani e conoscenti con il tipico: “Collego’!”. Da qui, il corrispondente soprannome che lo ha accompagnato per tutta la vita; d’altronde, adottava quel saluto in qualsiasi situazione, anche quando camminava per riprendere l’opera nel punto lasciato la sera precedente. In quei paraggi nascondeva solitamente gli arnesi e la bottiglia da offrire agli amici di passaggio; fra l’altro, possedeva un discreto appezzamento a vigna, per cui il vino non gli mancava mai. Uomo dalla personalità libera e dall’approccio disincantato, era generosissimo, altruista e compagnone con chi apprezzava; con gli altri, invece, rimaneva riservato. Curava e manteneva in ordine tutto il tratto a lui assegnato, ossia quello che arrivava fino ai confini di Cappelle e Capistrello. Era solito raggiungere il posto di lavoro e tornare a casa sempre, tassativamente, a piedi. Si racconta che non mai abbia accettato un passaggio offerto dai compaesani in transito a cavallo, con carretti, biciclette o altri mezzi. Anche per riscuotere le mensilità dovute raggiungeva a piedi il Comune di Avezzano, magari in compagnia di qualche amico al quale offriva laute bevute. Era solito portare la giacca al braccio, senza mai indossarla se non in caso di pioggia insistente; normalmente lo si vedeva sempre in maniche di camicia, sia in situazioni festive che quando era intento a lavorare.

Per adempiere meglio ai diversi compiti, ad un certo punto a Vincenzo è stato affiancato il compaesano Luigi Di Fabio (1905). Da allora i due hanno lavorato insieme, operando congiuntamente o su tratti stradali distinti, per parecchio tempo, fino a quando il secondo è stato adibito ad un’altra mansione, quella di netturbino. Proprio per tale motivo, in paese è diventato per tutti “Luiggi jo scopino” ed è stato chiamato così anche dopo essere andato in pensione. Di lui si racconta, fra l’altro, che durante l’occupazione tedesca riuscì con uno stratagemma ad evitare che le ragazze del posto venissero in qualche modo prese di mira dai soldati occupanti. Inizialmente, infatti, le mamme cercavano di mascherare la condizione di nubili delle figlie corredando il loro anulare sinistro di una fede tolta a qualche anziana della famiglia. Chi non aveva questa possibilità, però, ricorreva all’opera di Luigi, il quale era in grado di ricavare una fede “pazza” (falsa) da una moneta di un soldo (equivalente a 20 centesimi). Con certosina pazienza, infatti, si metteva a limare il metallo estraendone un cerchietto approssimativamente a misura del dito e, senza nulla pretendere, lo riconsegnava alle committenti ben levigato, in modo che le figlie potessero portarlo per fingere di essere impegnate affettivamente. Per questa sua peculiarità, “Jo Scopino” avrebbe potuto meritare il titolo di orafo, sebbene praticasse quell’arte con metalli di modesto valore. L’ultima figlia di Luigi, Elide, ricorda: “Quando papà è tornato dalla guerra, nel 1946, la più grande delle figlie, Maria, aveva 18 anni; sono andati tutti ad aspettarlo a Santo Rocco (tornava dalla montagna), ma non l’ha riconosciuta, tanto tempo era passato… Di quando faceva lo scopino però non ho ricordi, forse solo Ida poteva saperne qualcosa di più”.

Un altro “scopino” che si è preso cura delle strade del paese per diversi anni è stato Angelo Cipollone (“‘Ngelino jo Biondo”, 1919). Questi aveva ottima dimestichezza con gli strumenti del mestiere, era amichevole con tutti e sempre pronto alla battuta. Era anche di statura elevata e di fisico atletico, tanto da praticare più discipline sportive, tra cui il pugilato. La prima figlia, Giovanna, ricorda che inizialmente era stato assunto come cantoniere al Comune e poi è passato come netturbino a Cese, collega per diverso tempo di Luigi Di Fabio e negli ultimi anni di Vincenzo Bianchi. Tra i loro compiti c’era anche quello di aprire l’acqua la mattina e richiudere le condotte la sera. “Papà aveva iniziato con Altorio”, ricorda, “e con la sua impresa hanno asfaltato tante strade, sia ad Avezzano che fuori. In un secondo momento si è anche comprato la motocicletta per andare a lavorare, parliamo forse di fine anni ‘50/primi ’60. Da cantoniere è passato a netturbino e per quel lavoro inizialmente a Cese avevano poche attrezzature, solo un carretto. Poi, con ‘Peppetto’ (Giuseppe Cipollone) assessore con delega al personale, gli hanno fatto avere i due bidoni e l’attrezzatura. E qui ha lavorato fino al pensionamento”.

Dopo di lui, la generazione degli “scopini” è proseguita con altri compaesani, come ad esempio Giuseppe Torge (“Pèppo de Giacòbbo”, 1931), che in realtà era addetto a mansioni diverse nell’ambito delle attività di manutenzione del Comune. Faceva infatti parte della squadra idrica, composta da fontanieri, idraulici e manutentori che operavano principalmente nel territorio di Avezzano, ma anche nelle diverse frazioni. La moglie Antonina ricorda che ha lavorato a Cese come “scopino”, occupandosi (assieme a Vincenzo Bianchi) della nettezza urbana e dell’apertura dell’acqua, solo tra il 1984 e il 1992, anno in cui è stato richiamato ad Avezzano all’interno della squadra idrica, per poi andare in pensione nel 1996. Tra i cantonieri di Cese va citato anche Renato Cipollone (1936), il quale ha svolto le proprie mansioni dapprima ad Ofena e poi, per molti anni, sulle strade esterne a Capistrello.

A chiudere la serie di un mestiere oramai scomparso è stato a Cese Vincenzo Bianchi, “Vincénzo jo scopino”, del 1943. Ha lavorato prettamente in paese, ma in situazioni di necessità si spostava anche in altre sedi per essere adibito alle stesso operazioni. “Vincenzo ha iniziato subito dopo che ci siamo sposati, circa venti giorni dopo. Considera che il nostro matrimonio è stato a gennaio del 1970”, ricorda la moglie Franca. “Prima faceva la campagna, come tutti praticamente; in famiglia, sia io che lui abbiamo sempre tenuto animali da allevamento. D’altra parte, suo padre era morto quando lui aveva 4 anni, anche il mio è morto quando io ero piccola, 11 anni, quindi per noi era normale accudire le bestie e fare tutti i lavori necessari. Anche quando faceva lo scopino, lo chiamavano sempre quando stava per nascere qualche animale, proprio perché era esperto. I primi tempi erano ancora in due, lui e Angelino jo Biondo, ma Angelino era più grande e giustamente ha finito prima. Da un certo punto in poi è rimasto solo lui fisso e veniva affiancato da altri, come “Peppo”, o come un altro di Cappelle, mi sembra si chiamasse Ernesto. Si occupavano dello spazzamento e della pulizia di tutto il paese, giravano con il carretto con i due bidoni, la ramazza e la pala, fino a quando non sono arrivati i mezzi meccanici. Quando c’erano particolari necessità, lo chiamavano a lavorare anche ad Avezzano, ma la zona assegnata a lui era quella di Cese. Usciva la mattina e rientrava verso le due per il pranzo; per diversi anni è dovuto uscire anche il pomeriggio, e tra i vari compiti c’era anche quello di aprire l’acqua la mattina e richiudere la condotta nel pomeriggio. Quando nevicava, prima che arrivassero i mezzi si occupavano di fare la strada nei tratti di passaggio, verso la chiesa, lungo il corso. È stata la sua attività fino alla fine, fino a quando è andato in pensione, dovendo anticipare per via delle condizioni di salute”.

Nomi e testimonianze di figure oggi scomparse eppure necessarie, non rimpiazzabili dal lavoro automatizzato né in termini di efficacia né di cura, né tantomeno di presenza all’interno del paese. Segno di un’evoluzione che non sempre, purtroppo, può dirsi positiva.


[1] In passato ogni Comune aveva alle proprie dipendenze diversi cantonieri e ognuno di loro aveva assegnato un tratto di strada del quale era responsabile. Il loro lavoro consisteva innanzitutto nello spargere la ghiaia, pulire i fossi, creare le cunette e tagliare le erbacce; in origine, i cantonieri dovevano anche preparare la materia prima battendo una grossa quantità di pietre con il solo aiuto di un martello per ottenere i sassi e sassolini della giusta dimensione. Questi venivano misurati con cerchietti calibrati dentro ai quali dovevano passare e tale operazione di controllo veniva svolta generalmente da un capo cantoniere. La spanditura della ghiaia avveniva preferibilmente all’inizio dell’inverno, perché grazie all’umidità del terreno i sassi penetravano meglio nel fondo stradale e non schizzavano via al passaggio dei mezzi, anche se le piogge costituivano sempre un problema.
[2] Si racconta che la sua condizione di celibe fosse dipesa da un episodio controverso. Sembra infatti che una sera si fosse recato nell’abitazione di una ragazza che gli piaceva per parlare con suo padre. Seduto con lui davanti al caminetto acceso, Vincenzo accese il suo “toscano” mentre il padrone di casa fumava una sigaretta appena confezionata. Estratto il sigaro, Vincenzo aprì la scatola dei fiammiferi e lo accese, ma si vide redarguire così dal suo interlocutore: “Ma co’ questa bella ràscia dejjo cammino, spréchi ‘no pròsparo pe’ appiccià’ jo sigaro?”. A quel punto, Vincenzo salutò con un “Grazie e bbonasera a tutti!” e se ne andò. Quando raccontava l’aneddoto, concludeva che fidanzamento e matrimonio non facevano per lui, poiché non poteva accettare restrizioni e ammonimenti su scelte adottate con i propri soldi.

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