I mastri, i muratori e l’arte di costruire

[Storia delle Cese n.164]
da Osvaldo Cipollone

A Cese non sono mai mancati costruttori, muratori, carpentieri e manovali. A memoria d’uomo, tra i primi ad avere costruito di sana pianta la propria e le altrui abitazioni va citato Pietropaolo Ciciarelli (“jo sacrastano”, classe 1864), il quale, fra l’altro, ha realizzato il primo ponte che ha permesso di superare il torrente Rafia (in precedenza veniva guadato a piedi, con gli animali e con i carri). Il ponte in questione è quello denominato della Madonna delle Grazie; lo stesso, come quello dell’Ara, ha in seguito subito adeguamenti e rinforzi in cemento armato. Da provetto costruttore, Pietropaolo ha nel tempo indirizzato due dei suoi figli, Adolfo (1913) e Angelo (1915) verso la stessa professione, trasmettendo loro i segreti della muratura, che sembra configurarsi come una vera arte di famiglia. L’omonimo nonno di Pietropaolo (nato nel 1830) risulta addirittura tra gli operari morti durante i lavori di realizzazione dei cunicoli e dei pozzi di areazione e recupero di materiale di risulta, realizzati dal principe Torlonia per il prosciugamento del lago del Fucino.

Tra i muratori segue in ordine cronologico un altro Ciciarelli, Francesco Gennaro (“Mastroggennaro”, classe 1867), padre del noto ingegnere Augusto Ciciarelli del 1903. Fu quest’ultimo, in qualità di rappresentante locale, ad accogliere con un discorso pubblico le truppe alleate provenienti dalla Valle Roveto nel giorno della liberazione di Cese (11 giugno 1944). A svolgere la professione di muratore sono poi stati, in ordine di tempo, Luigi Galdi (“Zi’ Luiggi”, nato nel 1886), noto anche come banditore, Tommaso Cipollone (“Tomassino”, del 1893) che suonava anche il basso nella banda locale, e Leonardo Scafati (nato nel 1906), che nella stessa banda suonava la cassa. Tutti rientrano nel novero dei mastri più noti ed abili dell’epoca, al tempo in cui la muratura veniva realizzata con calce, rena di fiume e pietre. Allora le pietre d’angolo, quelle portanti e quelle “a facciavista” dovevano essere scalpellate, squadrate e modellate a forza di mazza, scalpello e “mal’ e ppéggio”. D’altra parte, il muratore a quei tempi possedeva solo la cazzuola, il filo, il piombo, il metro, il livello e il … cervello, ed era tanto. In seguito sono comparsi il cemento, il ferro, i blocchi precompressi, i “foratoni” e le “foratelle”, i tavelloni, le tavole piallate, i ponteggi, le betoniere, le pompe idrauliche e gli altri ritrovati. Con l’evoluzione tecnologica è risultato tutto più semplice; così, allineare muri, alzare pareti o rifinire un architrave è diventato meno complicato, ma la professione di “mastro” ha continuato a richiedere capacità tecnica ed esperienza, oltre ad una certa sensibilità specifica. Alcuni dei nostri compaesani hanno acquisito esperienza lavorando per ditte consolidate, altri, da emigrati, hanno “esportato” il proprio sapere e le proprie capacità anche all’estero. In ogni caso, non va dimenticato il contributo che tanti tra muratori, manovali, carpentieri o semplici aiutanti hanno dato alla costruzione e ricostruzione non solo delle abitazioni, ma anche – in tempi diversi – dei luoghi di culto di Cese, a partire dalla chiesa madre e da quella dedicata a San Vincenzo fino alla “Madonna delle Grazie” e a “Santo Rocco”.

Tra i muratori nati nello scorso secolo tornano alla mente Vincenzo Cipollone (“Papparéjjo”), del 1902, Antonio Cipollone detto “jo calabbrese”, del 1907, e via via tutti gli altri come il noto Giovanni Torge (“mastro Giuanni,” del 1920) e poi Elio (1924), suo fratello Remo (1925), Pietro (1927) e Paolino (1938), tutti Tomei. Quindi Eliseo Cipollone (1929), Luigi Cipollone come carpentiere-ferraiolo (1930), Domenico Cipollone (“de Pilato”, 1936), suo fratello Giuseppe (1939), Aleandro Cipollone (1937), Mario Bianchi (del 1937) e poi Mario Gargano (“Gilera”, 1945) e tanti altri, come Antonio Cipollone (“’Ndoniuzzo”, del 1950). Ora, se si eccettuano coloro che non svolgono questa come prima o esclusiva attività, tra i muratori originari di Cese si può annoverare solo il figlio di Paolino Tomei, Massimo (1967); tra gli altri, di diverse nazionalità, si possono citare quelli presenti a Cese ormai da tanti anni, come Romel Relu, Viorel ed altri.

Con riferimento alla professione di imbianchino, c’è da dire che originariamente questa attività non era tanto nota in paese, poiché veniva comunemente praticata senza una preparazione o un’esperienza specifica. Tra muratori, tuttofare e singoli proprietari, infatti, c’era sempre chi si prestava a dare un’imbiancata o una “rinfrescata” alle pareti interne delle abitazioni. A tale riguardo, si sa che in passato si adoperavano allo scopo solo le classiche pompe dell’acqua ramata, al cui interno veniva introdotta calce spenta diluita con l’acqua. Gli unici pennelli noti, al tempo, erano quelli per ammorbidire la barba prima di raderla; gli altri venivano usati solo dai pittori intesi come realizzatori di quadri artistici. Poi, verso l’inizio degli anni ’50, a Cese è arrivata una nuova ostetrica, Margherita Mascaretti dell’Aquila, il cui marito, Armando Giacomini, faceva l’imbianchino di professione. La famiglia si è stabilita in paese e vi è rimasta per più di 10 anni. “Sor Armando”, di origini venete, aveva anche dimestichezza con la musica e suonava la chitarra; si rendeva simpatico anche per quel suo accento poco familiare, s’intratteneva a dialogare con tutti e nei momenti festosi o di riposo cantava accompagnandosi con il suo strumento. Oltre ad effettuare manutenzioni varie, in paese ha tinteggiato camere da letto e cucine di numerose abitazioni, oltre che qualche facciata esterna. Un altro imbianchino che lavorava su richiesta era Domenico Scafati (del 1931), “figlio d’arte” in quanto suo padre, il citato Leonardo, era un provetto muratore. Anche lui, come l’altro collega, solitamente tinteggiava le pareti ed i soffitti con calce spenta diluita con acqua, mentre la zoccolatura, specie quella delle cucine, la realizzava a smalto lavabile usando la pennellessa. In questo contesto merita una menzione anche Sinibaldo Iacoboni, detto “Bettega”, originario di Celano, il quale ha lavorato in paese svolgendo questa stessa professione, ha giocato con la squadra di calcio locale e ha poi sposato una ragazza del posto, Maria Pia Torge.

<Articolo originale di Osvaldo Cipollone>


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