[Storia delle Cese n.148]
di Roberto Cipollone
Le montagne che sovrastano Cese risultano particolarmente interessanti anche dal punto di vista naturalistico per via di diversi elementi di pregio della flora qui presente. La vecchia flora cosiddetta “relitta”, figlia dell’evoluzione legata al prosciugamento del lago del Fucino, si ritrova soprattutto lungo il versante palentino del monte Salviano. Secondo la mappatura delle osservazioni compiute dal professor Tammaro nel 2007, quest’area risulta caratterizzata, oltre che da ambienti a salvione giallo e a salvia officinale, soprattutto da “querceti radi con acero marsicano” e “rupi con endemismi e piante rare”. Frate Domenico Palombi, monaco cistercense di Trisulti, ha catalogato sul monte Salviano ben 706 piante officinali di cui alcune considerate rare. Tra queste è sicuramente da segnalare il dittamo (dictamnus albus), appartenente alla famiglia delle rutacee e considerata in Italia specie molto rara e addirittura vicina alla soglia dell’estinzione.
Oltre a questa pianta, la cui rilevanza sarà approfondita più avanti, sono da segnalare due citazioni particolari di altrettante specie ritrovate su monte Cimarani e monte Salviano. La prima è riferita al “Polygonum romanum Jacq.” (poligono romano), di cui un ricercatore del Dipartimento di Botanica ed Ecologia dell’Università di Camerino riporta il rinvenimento nel 1979 in località vicine ai confini del parco nazionale, in particolare “Capistrello, Tagliacozzo, Torricella, Magliano dei Marsi, Scurcola, presso Cese (Avezzano)” (Raffaelli). “La sua presenza attuale”, scrive il ricercatore, “è probabile”1. La seconda citazione non è circostanziata in termini di letteratura scientifica, ma si riferisce alla presenza di una scheda fotografica appartenente alla “Societé pour l’echange des plantes vasculaires de l’Europe et du bassin mediterraneen” (Società per lo scambio delle piante vascolari in Europa e nel bacino del Mediterraneo), una delle più rilevanti società nate nel XX secolo per lo scambio internazionale di specie vegetali, la cui attività risulta conclusa attorno al 1998. Quindici anni prima, nel 1983, un esemplare di “Sternbergia lutea”, chiamata “zafferanastro giallo” e ancora visibile sulle nostre montagne, è stata classificata da questa società belga con un’indicazione precisa: “Mont Cimarani, versant occidental près de Cese, alt. 700 m, garrigue, 25 septembre 1983” (Monte Cimarani, versante occidentale nei pressi di Cese, altitudine 700 m, macchia, 25 settembre 1983).
Nel nostro territorio, la specie floreale più rara e a suo modo “famosa” resta in tutti i casi quella del dittamo, il cui nome è di origine greca e significa “arbusto del Monte Dikti” (sull’isola di Creta). In Italia è nota anche come “frassinella” perché la forma delle foglie ricorda quelle del frassino, o anche “limonella”, perché, se sfregate, le stesse foglie emanano un intenso profumo molto simile a quello del limone. L’importanza di questa pianta non risiede solo nella sua rarità, ma anche nella citazione del figlio più illustre di Cese, Pietro Marso, che per dare notizia del suo luogo natio fa specifico riferimento proprio al dittamo. Nel commento alle Punica di Silio Italico, infatti, Marso scrive: “Oppidolum quod Cesas appellant indigenae, meum natalem solum, quattuor milibus passum ad Alba distat, ad radices montis situm in quo dictamnum2 nascitur. Haec dixi ne ingratus erga patriam viderer meam, quam mihi nihil est iucundis, nil antiquius”; ossia “Un piccolo villaggio che i locali chiamano Cese è il mio suolo natio, a quattro miglia da Alba, sito alle radici del monte in cui nasce il dittamo. Dico ciò per non sembrare ingrato nei confronti della mia patria, poiché nulla mi è più caro, neanche le cose antiche”3.
Sul motivo per cui Pietro Marso citi proprio il dittamo per identificare la montagna che sovrasta il proprio paese natale si possono formulare diverse ipotesi, ma la più probabile è quella che rimanda alla rarità della pianta e contemporaneamente alle proprietà medicamentose della stessa. Questo secondo aspetto chiama in causa la fama detenuta dagli antichi Marsi – e in particolare dai loro guerrieri – quali abili stregoni e incantatori di serpenti. Lo storico Muzio Febonio, in particolare, riunisce in un’unica ricostruzione le citazioni di Virgilio e di Pietro Marso, l’identificazione della Dea Angizia con Medea, e, seppure con minor attinenza, la presenza del dittamo nella flora prossima al territorio di Cappelle: “C’è però chi, come Celio, ritiene che Medea ed Angizia siano nomi di un’unica donna che è stata denominata in due diversi modi per evidenziarne due sue doti: a Medea è stato aggiunto cioè il nome di Angizia perché capace di soffocare i freddi serpenti con il suo canto. Così intendono il Boccaccio, poi, nella Genealogia degli Dei e Pietro Marso, nel commento a Silio e Servio nel commento al ben noto verso di Virgilio: “Te pianse il bosco di Angizia, te il Fucino dalla cristallina onda”. C’è un boschetto, anche ai nostri giorni, vicino al paese di Cappelle, che viene chiamato Agnano con alterata denominazione; è ricco di bossi, di piante varie ed anche di erbe esotiche, che hanno proprietà curative, e soprattutto di bianco dittamo. Si crede che qui avesse dimora Medea”4. La presenza della pianta curativa veniva in questo caso associata a quella della Dea, conosciuta appunto per le sue capacità di incantare i serpenti e di curare con le erbe. La teoria che eleva il dittamo quasi ad antidoto contro il veleno degli animali è riportata anticamente da Dioscoride Pedanio, nel suo De materia medica (512 d.C.): “Dalla radice del dittamo si ricava un succo che si prende con vino nel caso di morsi di animali velenosi; la virtù di quest’erba è tale che l’odore fa fuggire gli animali che avvelenano mordendo o pungendo, e posta loro addosso li fa morire; il succo, sgocciolato sulle ferite da ferro o da punture o morsi che possano essere venefici, le cicatrizza prestissimo, e lo stesso avviene se viene bevuto”.
Nell’antichità, dundue, il dittamo era considerato una panacea per tutti i mali e in Grecia veniva usato proprio come medicina. Al tempo, era utilizzato per lo stomaco e contro le ulcere gastriche, ma anche per curare problemi alla milza, i reumatismi e addirittura l’infertilità. In effetti, le proprietà della pianta sono numerose; il dittamo è ricco di molti oli essenziali e di antiossidanti, è in grado di aumentare l’appetito, è diuretico, digestivo, antispasmodico, astringente e calmante. Inoltre ha proprietà antifungine, antibatteriche e antielmintiche (cioè di contrasto ai vermi intestinali). Sorprende, ma solo in parte, il fatto che non sia menzionato tra le cure “casalinghe” utilizzate in passato a Cese. Diversi erano infatti i rimedi tradizionali che sfruttavano le specie vegetali disponibili. Le foglie dei rovi, ad esempio, si utilizzavano per lenire le abrasioni, mentre su verruche, porri o nei si usava mettere del “latte” di fico acerbo. Gli ascessi dentali si curavano con impacchi di malva e si ricorreva agli infusi di camomilla sia per combattere l’insonnia che per liberare gli occhi da infezioni, bruciore e sintomi della congiuntivite come la cispa. Le anziane raccontavano inoltre che per attenuare i lamenti dei bambini e indurli al sonno si usavano decotti a base di semi di papavero, che come noto ha blande proprietà narcotiche. Nelle usanze più recenti non si trova invece traccia dell’utilizzo del dittamo, probabilmente a causa della sua sopraggiunta scarsità nella nostra zona. A tale riguardo, si riporta la segnalazione della presenza della pianta su monte Cimarani e monte Salviano almeno fino al 20015.
Le straordinarie proprietà del dittamo hanno accresciuto ed alimentato nel tempo anche la sua fama “letteraria”. Viene citato infatti, oltre che da Pietro Marso, da Virgilio, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Charles Baudelaire, Gabriele D’Annunzio e, in tempi più recenti, persino da J. K. Rowling in diversi capitoli del suo “Harry Potter”. Per gli amanti della saga, si segnala che durante il suo primo anno a Hogwarts, Harry Potter fa delle ricerche proprio sul dittamo nel libro “Mille erbe e funghi magici”. In un altro capitolo, Severus Piton suggerisce a Draco Malfoy di utilizzare il dittamo dopo un attacco di Harry Potter, sostenendo che può prevenire qualsiasi cicatrice. Inoltre, Hermione Granger utilizza l’essenza di dittamo (“essence of dittany”) per curare il braccio di Ron Weasley spaccato dopo la smaterializzazione nella fuga dal ministero della magia britannico, così come per curare il morso di serpente che Harry riceve sul braccio da Nagini, e ancora una volta dopo l’irruzione nella Gringott, per curare le ustioni causate dalla maledizione flagrante. Da Pietro Marso a Harry Potter il passo non è breve, ma resta il fascino di una pianta che può essere a ragione eletta a simbolo della nostra flora e del nostro paese.
<Articolo originale basato sulle fonti citate>






- Fabio Conti, “Prodromo della flora del Parco Nazionale d’Abruzzo” ↩︎
- In latino, il termine dittamo può assumere tanto il genere maschile (dictamnus) quanto quello neutro (dictamnum). ↩︎
- In merito all’identificazione del dictamnum si rileva l’errore di Dykmans, che nella sua fondamentale opera “L’humanisme de Pierre Marso” ipotizza che il termine identifichi un torrente (“Quant au petit bourg que ses habitants appellent Cese, c’est mon solo natal. Il est à quatre milles d’Albe, au pied de la montagne d’où naît le torrent Dictamnus. …”) ↩︎
- Muzio Febonio, “Historia Marsorum” ↩︎
- Osvaldo Cipollone, “Orme di un borgo” ↩︎
