Delitio, la Madonna di Cese e Atri

[Storia delle Cese n.137]
da Lorenzo Macerola

Andrea De Litio (anche nella forma Delitio, De Lecio, De Lectio, Di Licio) è l’autore della Madonna di Cese (1439-1442) ed è riconosciuto come il grande maestro del Quattrocento Abruzzese. Nato a Lecce nei Marsi e formatosi alle scuole umbre e toscane, viene considerato uno dei maggiori esponenti tardogotici e rinascimentali dell’Italia centro-meridionale ed è stato definito dai critici d’arte come Vittorio Sgarbi “genio del Rinascimento periferico” ed “espressione di un grande Rinascimento Italiano”. Nel corso del proprio ufficio parrocchiale nella comunità di Cese, Don Lorenzo Macerola ha voluto approfondire l’analisi del capolavoro cesense di De Litio, oggi conservato presso il Museo di Arte Sacra di Celano, all’interno di due diverse “tesi di licenza”: la prima, discussa nel 2020 presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose «Fides et ratio» dell’Aquila (relatore il Prof. Gianluigi Simone), e la seconda discussa l’anno successivo presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma (relatrice la Prof.ssa Nicoletta Bernacchio). Una rielaborazione delle due tesi è stata recentemente pubblicata all’interno di una rivista scientifica con il titolo “La Madonna di Cese: elementi di fortuna critica”, contribuendo a rivelare alcuni dettagli di assoluto pregio relativi alla collocazione, all’attribuzione ed al possibile aspetto della tavola originale, attraverso un interessante confronto con gli affreschi delitiani della Cattedrale di Atri.

La presenza della tavola a Cese e il problema dell’attribuzione

Ho potuto reperire la più antica descrizione degli interni della chiesa [di Cese] negli atti della visita pastorale di mons. Didaco Petra, vescovo dei Marsi dal 1664 al 1680. […] Nella relazione – scritta con un latino un po’ impreciso e su una pagina ormai usurata dal tempo – viene precisato che, presso l’altare maggiore, il vescovo «Vis(itavit) imaginem b(ea)tae Mariae Virginis in tabula, decenter et miraculose depicta, in qua pendent non(n)ulla miraculaa ex argento, quae sera ex clave (mandavit) clauditur; et postquam veneratus […]b, mand(avi)t recludi, et venerari in eadem armariumc ex qua reperitur»[1]. Si descrive, dunque, una bella («decenter … depicta») immagine acheropita («miraculose depicta») della Madonna, dipinta su tavola («in tabula»), dalla quale ripendono alcuni ex voto in argento («non(n)ulla miracula ex argento»). Il vescovo, pertanto, ordinava che di sera il quadro fosse riposto in luogo sicuro e chiuso a chiave, e che – dopo l’ostensione («postquam veneratus») – fosse riposto nella nicchia («armarium») da cui era stato prelevato, e venerato senza estrarlo dalla stessa.

Da questo resoconto emergono degli elementi interessanti. In primo luogo, l’icona era ritenuta acheropita, dunque si era persa memoria di chi l’avesse dipinta; inoltre, la presenza di ex voto lasciati dai fedeli deve far ipotizzare un culto allora già consolidato, dunque ben più antico. Infine, vi erano precise indicazioni sulla visibilità dell’opera rispetto alla venerazione di cui era fatta oggetto da parte dei fedeli. […] Ferdinando Bologna volle ricercare l’orizzonte di partenza di Andrea Delitio in un «antefatto geograficamente più vicino e più congruo»[2], ipotizzando che la Madonna di Cese possa essere il momento più antico del Delitio, il primo dei suoi capolavori, realizzato duranti i lavori di decorazione della navata destra della chiesa di San Giovanni Battista a Celano, avvenuti presumibilmente a partire dal 1439. Egli basa l’attribuzione dell’icona al Delitio sul «confronto con qualsiasi altra figura analoga del maestro», in modo particolare con alcune figure femminili dipinte nel duomo di Atri, nelle quali vediamo «nell’intimo l’acutezza già pungentemente sofisticata della Madonna di Cese, nonostante l’evidente differenza di tempi e di soggetto»[3].

Ad avvalorare l’attribuzione concorrerebbe anche lo stile tipico del primo Andrea Delitio, caratterizzato da «volti dolci, ammiccanti», che «rimandano a una cultura non pienamente rinascimentale, ma piuttosto influenzata dalla grande stagione tardogotica, a una cultura affine a quella umbro-marchigiana di Bartolomeo da Foligno e senese del Sassetta»[4]. Tali affinità sarebbero dovute, per Bologna, alla frequentazione della bottega del Maestro del trittico di Beffi, proprio mentre la sua squadra operava nella chiesa di San Giovanni Battista a Celano[5]. Anche a giudizio di Lorenzo Lorenzi la Madonna di Cese non è tanto «assimilabile alla cultura pittorica del Maestro del trittico di Beffi» quanto piuttosto «a quella di Andrea medesimo»[6]. Tuttavia, l’attribuzione è tutt’altro che pacifica[7], e sono molti i punti ancora da chiarire. Se, infatti, venisse dimostrata la retrodatazione tra il 1418 e il 1425 degli affreschi di Celano, occorrerebbe rivedere ab imis il problema delle origini di Andrea come ricostruito dal Bologna. In ogni caso, la Madonna di Cese continua a essere inserita nel catalogo di Delitio stilato da Giovanbattista Benedicenti.

Possibile aspetto della tavola originale

Tentare una ricostruzione dell’aspetto originario della tavola di Cese non è cosa facile, poiché finora sono state reperite solo testimonianze scritte, non grafiche né fotografiche. Tuttavia, sulla base di alcuni indizi, è possibile delinearne una descrizione, seppur sommaria. Innanzitutto conosciamo le misure della nicchia nella quale la tavola era ospitata prima del terremoto: cm 155×60 ca. Il Piccirilli la descrive come «una cona con l’immagine della Madonna che tiene il bambino in braccio»[8]20, e il Corsignani precisava che «ella è divotamente quivi delineata col nascimento di Giesuchristo bambino»[9]. Dunque, è da supporre che il neonato Gesù fosse privo di vestimenti, come «tipico del nostro pittore»[10]. Non sappiamo in che modo fosse collocato e atteggiato il Bambinello ma, rimanendo nel campo delle ipotesi, è sensato ritenere che Maria tenesse il Bambino sul braccio sinistro. Infatti, sul portone della chiesa i vescovi appartenenti alla nobile famiglia Maccafani vollero, accanto alla formella con il loro stemma, la rappresentazione della Vergine Maria che regge sul braccio sinistro il Figlio. Questa formella – unico pezzo superstite dell’intero portale – è ancora conservata nella chiesa parrocchiale di Cese e, presumibilmente, si ispirava alla venerata tavola custodita al suo interno. Infine, un’analoga iconografia era visibile in un sigillo impresso su alcuni documenti della chiesa riferibili al XVIII sec.[11]. Il Corsignani scrive che la Madonna di Cese era considerata, tradizionalmente «una di quelle dipinte da san Luca»[12]: giacché non è così infrequente che un artista, come atto di devozione nei confronti di S. Luca, si autoritragga nei panni dell’Evangelista, protettore dei pittori, si potrebbe ipotizzare che negli affreschi della cattedrale di Atri vi sia proprio il volto giovanile di Andrea Delitio «autoritratto nello stesso san Luca intento a dipingere la Madonna»[13]. La scena mostra «la solenne e puntigliosa ricostruzione di quello che doveva essere il cavalletto e il tavolo da lavoro del pittore, sul quale peraltro osserviamo rappresentati con cura certosina i suoi arnesi»[14].

La tavola di Cese, dunque, potrebbe essere stata raffigurata ad Atri dallo stesso Delitio, come tableau dans le tableau. Nell’inclinazione del volto, nello sguardo di Maria, nell’espressione della bocca appena accennata, o nel Bambino – nudo – retto col braccio sinistro, potrebbe allora vedersi una sorta di citazione della tavola di Cese. Nell’immagine della Vergine col Bambino dipinta da san Luca sulla volta della cattedrale atriana si possono riconoscere alcune caratteristiche che – in questa ipotesi – potrebbero essere utili per immaginare l’originario aspetto della tavola marsicana: la già citata inclinazione del volto, lo sguardo protettivo di Maria (che però nel dipinto atriano è rivolto alla sua sinistra), l’attacco prospettico del naso, la fine inarcatura delle sopracciglia, l’amorevole espressione della bocca chiusa, il Bambino sostenuto col braccio sinistro. Per altri versi, il confronto diretto tra la tavola di Cese e l’affresco atriano mostra differenze evidenti, non solo di ordine stilistico – trattandosi di opere con cronologie diverse – ma anche iconografico: si notino la spalliera ingemmata del trono, il colore azzurro del manto, il velo trasparente con il luminoso orlo che cinge il volto della Vergine, la maggiore lontananza del Bambino dal suo viso, la più arcaica fattura dello studio anatomico e dell’incarnato. Questi aspetti divergenti tra le due opere inducono dunque a pensare che nell’immagine atriana potrebbe ravvisarsi non una fedele citazione della Madonna di Cese ma, se mai, un possibile ‘ricordo’ di quella sacra e veneratissima icona.

Archivio diocesano dei Marsi, visita pastorale (1666) di mons. Didaco Petra alle chiese di Cese di Avezzano.

Su Andrea De Litio: Opuscolo Regione Abruzzo


[1] Archivio diocesano dei Marsi, f. B Visite pastorali e atti sinodali diocesani, b. 2 Petra, n. 10, 215v (223v). a L’autore scrive «miraculi» e poi corregge in «miracula». b Il testo è lacunoso in questo punto. c La parola è di incerta lettura.
[2] F. Bologna, La Madonna di Cese cit., 6.
[3] Ivi, p. 3.
[4] M. Maccherini, Andrea Delitio, in L’arte aquilana del Rinascimento, L’Una, L’Aquila 2010, 38.
[5] Cf. F. Bologna, La Madonna di Cese cit., 12-13.
[6] L. Lorenzi, Il cursus pittorico di Andrea Delitio: un viaggio tra ipotesi, attribuzioni e qualche fatto certo, in Andrea Delitio. Catalogo delle opere, G. Benedicenti, L. Lorenzi (a cura di), Centro Di, Firenze 2001, 34.
[7] Dubbi in proposito sono tati evidenziati anche in un recente convegno dal titolo Andrea Delitio e l’arte del Quattrocento in Abruzzo (10, 11 e 17 settembre 2022), a cura di Giovanni Benedicenti e Federico Giannini, promosso da Roberto Mastrostefano, presidente del centro studi Oriente marsicano. Si rimanda, pertanto, agli interventi di Virginia Caramico (Scuola IMT alti studi di Lucca) e Giulia Spina (Università degli studi di Firenze) negli atti del convegno, attualmente in corso di stampa (l’immagine della Madonna di Cese era presente anche sulla locandina del convegno). Si ringrazia Giovanbattista Benedicenti per i consigli elargiti nel corso della stesura del presente articolo.
[8] P. Piccirilli, Attraverso la Marsica cit., 2.
[9] P. A. Corsignani, Reggia marsicana cit., I, 338.
[10] E. Carli, Per la pittura del Quattrocento in Abruzzo, in Arte in Abruzzo, Electa, Milano 1998, 219.
[11] Il timbro, ben visibile su un atto del catasto onciario del 1773, è ellittico e raffigura la Madonna con il Bambino benedicente sul braccio sinistro (O. Cipollone, Un’eco di note e di passi da un villaggio della Marsica, Centro Stampa, Roma 2010, 57).
[12] P. A. Corsignani, Reggia marsicana cit., I, 338.
[13] M. Di Domenico, Santa Maria di Cese. Andrea De Litio, il pittore della Madonna di Cese, Roma, De Cristofaro, s.d., 17. È suggestivo, a questo punto, notare anche che Delitio ha inciso sull’aureola dorata della Vergine proprio il testo tratto dal Vangelo di Luca.
[14] L. Lorenzi, Il cursus pittorico di Andrea Delitio cit., 37.

<Tratto da L. Macerola, “La Madonna di Cese: elementi di fortuna critica”, in “Fedelmente” (2024)>

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