Il monastero benedettino, fulcro di Cese

[Storia delle Cese n.133]
da Giuseppe Grossi e Mario Di Domenico

Il fulcro attorno al quale si è sviluppato il borgo di Cese è senza dubbio l’antichissimo monastero benedettino, che secondo alcune fonti va fatto risalire al X secolo. Lo stesso appare infatti in un elenco stilato nel 954 relativo alle pertinenze della casa conventuale di Luco dei Marsi, a sua volta direttamente legata al monastero di Montecassino. Quest’ultimo era stato fondato da San Benedetto da Norcia in un anno che si assume tradizionalmente coincidente con il 529 d.C. Fu solo dopo il 594, tuttavia, che la Regola concepita da San Benedetto si diffuse capillarmente per merito di Papa San Gregorio Magno, che lodò sia la stessa che il suo autore. I monaci della Regola di San Benedetto iniziarono così a ramificarsi in tutta l’Europa continentale, assumendo nel tempo un importante ruolo sociale e poi culturale, politico ed economico. Di pari passo crebbero anche il numero e la capillarità dei possedimenti e dei monasteri “benedettini”. Quello di Cese, in particolare, sarebbe stato edificato su un antico tempio pagano o, secondo altre fonti, sui resti di una villa romana “forse dopo il 630” (G. Grossi).

Scrive Giuseppe Grossi: “In base alle donazioni di Doda [contessa dei Marsi di origine longobarda, ndr] e del figlio, il Conte dei Marsi Rainaldo II, i monaci di Montecassino arrivarono a Luco dei Marsi, nell’area avezzanese e nei Piani Palentini con l’edificazione del monastero di Sanctae Mariae de Luco, diventato poi sede della più prestigiosa prepositura cassinese della Marsica da cui dipesero ben 29 chiese e monasteri della Marsica. Dalla nuova concessione al famoso abate di Montecassino Aligerno, di Rainaldo II, databile fra il 970 e il 985, abbiamo i possessi della prepositura luchese in cui sono comprese le chiese del territorio avezzanese di S. Lorenzo in Vico, S. Ambrogio in Secunzano e il monastero di S. Maria di Cese […] “Hic abbas fecit libellum de monasterio sancte Marie de Luco Rainaldo comiti Marsorum, secundum illas scilicet pertinentias atque fines, quibus Gualtierus sacerdos et monachus tandem ecclesiam a Doda comitissa sibi concessam in hoc monasterio ante annos ferme vigenti tradiderat, quod est terra modiorum circiter sexcentorum. Quod videlicet sancte Marie monasterium diversis postmodum ac multiplicibus longe lateque ecclesiis seu possessionibus a nonnullis fidelibus est ditatum, de quibus hic ea, que investigare potuimus, congruum scrivere duximus: Ecclesia sancti Laurentii in Vico, Sancti Ambrossii in Secunzano, monasterium sancte Marie in Cesis, Omnes iste ecclesie cum universis possesionibus ac pertinentiis earum mobilibus et immobilus predicto monasterio antiquitus pertinuerant. In super et hereditas Petri Mainonis in Auritino magna et bona et hereditas Apici in Paterno nec non et hereditas Bettonis Rattrude in Avezzano”[1]. […] La Serra di S. Donato e la sottostante Valle Fredda di Capistrello erano proprietà dei monaci cassinesi di Luco che s’inoltravano con i loro possessi fino a Cese ed Avezzano con la chiesa di S. Lorenzo in Vico, sul versante fucense, ed il monastero dipendente di S. Maria di Cese, sul versante palentino.

Mario Di Domenico riporta il riferimento allo stesso “Chronicon Casinensis” di Leone Marsicano, soffermandosi sulla centralità della presenza benedettina rispetto alla nascita ed alla vocazione del nucleo abitato di Cese, al tempo composto, secondo la sua ricostruzione, da “poche unità familiari”.

La prima testimonianza storica di Cese in epoca medioevale è data dal “Chronicon Casinensis” di Leone Marsicano. […] Il primo riferimento diretto della chiesa di Cese nella cronaca cassinese è in un elenco dell’anno 954 allora conservato nell’Archivio benedettino, riguardante le chiese site nel territorio della Marsica e pertinenti alla casa conventuale benedettina di S. Maria in Luco dei Marsi. Nell’anno 954 quindi, la piccola cellula intorno alla quale ancora si alimentava la misera comunità cesense era rappresentata dai pochi monaci officianti la regola benedettina: “Ora et labora”. La popolazione, composta da poche unità familiari, permeandosi di quel forte spirito religioso che l’accompagnerà nei secoli a venire, riflesso intorno alla attività essenzialmente agricola e di boschivo esercitata della casa conventuale benedettina.

Il monastero di Cese viene successivamente citato tra il 1066 ed il 1073 ed ancora nel 1137 e nel 1154. Secondo Grossi, “Del monastero di S. Maria in Cese, forse fondato dopo il 630, sappiamo che è menzionato nella lettera di Guglielmo all’abate Desiderio tra il 1066/67 e il 1073 ed è presente nel generale privilegio per l’abbazia cassinese di Papa Anastasio IV del 1153/54 con il nome “in Palentino S. Marie in Cesis”. Ricompare, inoltre, nel diploma imperiale di Lotario III di Suplimburgo del 1137[2]. (Sanctae Mariae in Cesis, Sancti Salvatoris in Avezzano o «apud Avezzano», Sancti Patris ad Formas, Sancti Donati in Formis, Sancti Antini ad Formas, Sancti Laurentii in Vico, Sancti Gregorii in Marsi [Paterno], Sancti Ambrosii in Secunzano)[3].

Si sa inoltre che lo stesso monastero disponeva di molte proprietà nei piani palentini e che nel XIII secolo edificò un piccolo cenobio dipendente da Cese sul colle di San Pietro di Corcumello (Corsignani 1738, II, 238). Nel tempo, la presenza benedettina vedrà ridursi il proprio prestigio, ma continuerà ad interessare il territorio marsicano con le dipendenze di Santa Maria di Luco: S. Padre in Penna (ex Forme), S. Lorenzo in Vico e, ancora, il monastero di Santa Maria di Cese, che rimarrà nelle mani della prepositura luchese fino al 1299[4], anno in cui sarà soppresso con bolla papale (Pietrantonio 1988, n. 12, 88-89). Il declino del potere benedettino nel territorio marsicano era già iniziato con l’avvento degli Orsini e con il succedersi dei Colonna, ma la spinta decisiva avvenne con la Battaglia dei piani palentini del 1268 e la successiva distruzione del Vico di Pietraquaria e, presumibilmente, del nucleo di Cese.

Scrive Di Domenico: “[Carlo D’Angiò] Licenziò ancora le sue truppe al diritto di saccheggio verso Alba Fucens, sul monte di Pietraquaria, fino al declivio dell’altro versante in Cese. […] Ben presto, però, onde imporre il suo potere totalitario, il 10 maggio del 1279 ordinò anche la distruzione dei sigilli e stemmi di Università, o municipi cancellando ogni conquista di embrionale autonomia ottenuta per concessione della casa Sveva. Ecco dunque supposto il motivo per cui nel documento del 5 ottobre 1273, non figurarono né la comunità di né i casali dei dintorni, né quella di Cese, mentre il “sito” della gloriosa Alba fu relegata a pertinenza del piccolo villaggio di Cappelle: “Alba cum Capella, Avezanum etc”. […] A causa della totale distruzione del Vico di Pietraquaria, Ponte, Alba e della casa conventuale di Cese, i pochi abitanti superstiti si raggrupparono nel centro cittadino di Avezzano. E grazie quindi a quei pochi che scelsero di restare (o forse di ritornare) in Cese se il villaggio non fu destinato alla rovina ed all’abbandono totale”.

Dopo il saccheggio operato dalle truppe angioine, infatti, il nucleo di Cese si ridusse a poche unità familiari e, con la soppressione del monastero, venne declassato a “casale” posseduto dal monastero di Santa Maria della Vittoria, abbazia cistercense nel frattempo edificata a Scurcola per volere di Carlo D’Angiò (1274)[5]. Ancora una volta, però, il paese si strinse attorno al suo antico fulcro, quell’edificio religioso che in passato era stato forse luogo di culto pagano e che ora si ergeva a simbolo di resistenza e di rinascita. Già qualche anno dopo, infatti, la chiesa di Cese si pose al centro delle vicende religiose e politiche della Marsica, quando, come scrive Di Domenico, i “subcollettori delle decime per conto del nunzio apostolico Gerardo di Valle, cappellano del pontefice Giovanni XXII, si recarono nella Marsica per compiere il loro dovere di esazione delle decime dell’anno 1324, furono ricevuti dal venerabile Giacomo Vescovo dei Marsi nella chiesa di S. Maria di Cese alla presenza della popolazione e delle autorità ecclesiastiche locali”. L’intero paese, così, rifiorì presto.


[1] Leone Marsicano, Chronica monasterii casinensis, II, 7-8, 182-183.
[2] M. Di Domenico: “Fu redatto il giorno 22 settembre dell’anno 1137 in Aquino, dall’Imperatore Lotario II, l’atto di conferma al Monastero Cassinese dei possedimenti nella Marsica: fra le altre sono ancora indicate la chiesa di Santa Maria di Cese e di San Salvatore in Avezzano”.
[3] Sella 1936, 55-56
[4] G. Grossi: “Nel 1249 la chiesa, e non il monastero, era nelle mani di un rettore della Diocesi dei Marsi come si evince da una lettera del Papa Innocenzo IV”. M. Di Domenico: “Il 18 giugno dell’anno 1249, il Pontefice Innocenzo IV, in una lettera inviata dalla sua residenza di Lione, diede mandato a Bartholomeo Scholari, suo familiare nato a Bontempi, di provvedere al ripristino della rettoria, in quel periodo vacante, della chiesa di S. Maria di Cese. Per la nomina, il Pontefice auspicò la scelta di un altro rettore fra i prelati delle chiese appartenenti al Vescovato della Marsica o di altro luogo del Regno della Sicilia. Il documento è indicativo della importanza riservata alla chiesa di S. Maria di Cese nella diocesi dei Marsi. Di essa si interessa personalmente addirittura il Pontefice, dalla sua lontana residenza in Lione”.
[5] M. Di Domenico: “A 45 anni dalla battaglia, nell’anno 1313, viene denominata ”casale” posseduto dal Monastero di S. Maria della Vittoria. La signoria dei Cistercensi di S. Maria della Vittoria su Cese, fu confermata ai monaci dal re Roberto”.

<Articolo rielaborato sui testi di Giuseppe Grossi, “Le origini di Avezzano” (2000) e Mario Di Domenico, “Cese sui piani palentini” (1993)>


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