[Storia delle Cese n.130]
di Roberto Cipollone
Il legame tra Le Cese e il prosciugamento del Fucino è assolutamente stretto e circostanziato. A partire dal nome, “Le Cese” appunto, derivato dal latino caedere, tagliare, con riferimento al taglio degli alberi legato a sua volta ai lavori del primo prosciugamento voluto dall’imperatore romano Claudio. Scrive il Febonio: “Proprio dal taglio degli alberi delle selve venne il nome di Cese, sito oltre il Monte Salviano, a duemila passi da Avezzano, nei campi palentini, presso il torrente Rafia. Prima della caduta dell’impero romano quel sito, non molto distante dalla antica via Valeria, era coperto da una folta selva popolata da numerose e feroci fiere”. Il canonico Andrea Di Pietro esplicita il riferimento all’imperatore romano, collegando la selva palentina con il bosco sacro alla dea Angizia: “Dunque piuttosto il nome di Cese deve derivarsi dallo sterpamento del bosco “angizio” in quella parte atta alla coltura; sterpamento che ai tempi di Claudio dové darsi per i legni necessari alla grande opera e per il mantenimento di quella moltitudine riunita; sterpamento che ebbe il nome di Cesano ed in conseguenza le genti che scelsero in seguito quel domicilio, fu detto che abitassero nelle Cese”.
Tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 il tema del prosciugamento tornò di grande attualità e il Re Ferdinando I Borbone incaricò numerosi ingegneri di studiare la fattibilità dell’impresa. Dopo le iniziali previsioni pessimistiche ed un successivo studio del 1816, nel 1825 l’ingegnere Carlo Afan de Rivera riuscì a realizzare osservazioni più precise, ottenendo un adeguato stanziamento per i primi lavori di saggio. Nel 1826 si avviò così l’opera di espurgo e restauro dell’antico emissario che si protrasse fino al 1834. In quegli stessi anni iniziò dunque un secondo sterpamento che interessò ancora il bosco presente nel territorio di Cese, per tutte le esigenze legate ai lavori in atto. Fulvio D’Amore, nel suo libro “La Marsica tra il Viceregno e l’avvento dei Borboni”, scrive che “il governo del tempo decise il taglio di 200 alberi nei boschi dei Piani Palentini, per far delle travi; ugual numero di tavole di faggio dovevano essere tagliate nella selva di Capistrello e in quella della Madonna in tenimento di Cese”. Nello stesso libro, il nostro paese viene citato anche in riferimento ad un giudice, Giovanni Melchiorre, che a quanto pare formalizzò la garanzia del tesoriere locale rispetto agli stanziamento del governo napoletano: “Per l’opera di rispurgo dell’emissario di Claudio, il governo napoletano mise a disposizione 6000 ducati il cui tesoriere, il facoltoso Don Vincenzo Minicucci, con atto notarile firmato alla presenza del regio giudice Giovanni Melchiorre di Cese, dette ampie garanzie, enumerando i suoi grandi possedimenti in tutta la Marsica e nella città di Roma”. Nei documenti presenti nella sezione avezzanese dell’Archivio di Stato sono rintracciabili diversi resoconti relativi al taglio degli alberi effettuato all’interno della “Selva della Madonna” di Cese per i lavori dell’emissario. Il primo elenco è del 1831 e riguarda gli “Alberi che si recidono alla Selva di Cese dagli Appaltatori dei lavori dell’Emissario di Claudio dal 1° Settembre 1831 in avanti da pagarvi”; contiene la lista enumerata con indicazioni delle misure di altezza e diametro e relativa valutazione per il pagamento. Da un documento del 1832 si evincono anche i nomi degli appaltatori interessati e della controparte cesense; i primi due sono Belisario Tollis e Michele Correale (quest’ultimo rappresentato in qualità di procuratore da tale Luigi Manzi), mentre per il “Comune di Cese” il nominativo è quello di Benedetto Cosimati, figlio del notaio Felice Antonio e “Amministratore delle Cappelle degli I.I. Pii Laicali di detto Comune”. In tale documento si fa riferimento agli “alberi abbattuti alla Selva di proprietà della Cappella del S.S. Rosario sito in detto Comune dal 1° Settembre 1831 sino ad oggi, occorsi per uso dei lavori dell’Emissario di Claudio, giusta le disposizioni del Sig. Intendente della Provincia de … 1830”. Nel 1834 gli introiti derivanti dal taglio degli alberi sarebbero stati versati nelle casse della Commissione di Beneficenza del Comune di Avezzano, come attestato dal cassiere Michelangelo Salucci. Nel 1835, poi, si sarebbe stilato un ulteriore elenco a firma degli stessi appaltatori e del nuovo Amministratore per la parte di Cese, Bartolomeo De Amicis.
I lavori continuarono a lungo sotto l’amministrazione borbonica per poi passare alla gestione Torlonia nel 1854; di pari passo proseguirono le opere necessarie sia per la realizzazione dell’emissario che per tutte le officine e gli opifici presenti attorno agli accessi. Il legname ricavato dagli alberi tagliati a Cese era dunque utilizzato a questi scopi, soprattutto in riferimento ai pozzi ed ai cunicoli presenti nei piani palentini, con tecniche che in molti casi erano assolutamente d’avanguardia per il nostro Paese, come l’utilizzo di rotaie su cui correva un “palco di legname”[1]. Molte postazioni di lavoro ed officine si trovavano, nello specifico, nei pressi del pozzo denominato “Villabianca”: “Nel lontano 1826 in occasione dell’espurgo dell’Emissario Romano, l’ingegnere Carlo Afan De Rivera, sul pozzo N° 14 di nome Villabianca, profondo metri 78,14, sito nel bel mezzo dei Campi Palentini, per estrarre i materiali di occlusione, posizionò il primo argano a tamburo […]. La galleria inclinata adiacente al pozzo la chiamò “Cunicolo Della Macchina”. […] Nelle vicinanze del Cunicolo della Macchina, durante i lavori del principe Torlonia, c’erano dei grandiosi laboratori per la costruzione del cordame, imponenti officine meccaniche per fabbri, maniscalchi e meccanici, segherie e laboratori di falegnameria, e poi smisurate fornaci con spaziose tettoie per la fabbricazione dei mattoni ed un’immensa scuderia con duecento cavalli dediti al servizio delle ferriere e degli argani. Questi opifici erano dotati di molte attrezzature e vi erano addetti una moltitudine di persone”[2].
Sull’impiego della manodopera locale non si hanno notizie certe. Secondo le ricostruzioni più dettagliate, furono i paesi di Luco e di Capistrello a fornire il maggior numero di operai, mentre gli abitanti di Avezzano non presero mai parte ai lavori. È facilmente ipotizzabile che, data la vicinanza rispetto agli opifici ed ai pozzi presenti nei piani palentini, anche gli abitanti di Cese abbiano preso parte ai lavori legati all’emissario, considerando che nella sola porzione palentina erano impiegati giornalmente dai sei agli ottocento uomini tra la fornace, una vasta cava e tutti i laboratori e le officine necessarie. Scrivono Alessandro Brisse e Leone De Rotrou: “Nei primi tempi, del 1854, si era obbligati a dare agli operai, prima di andare al lavoro, la metà del loro salario quotidiano, perché avessero potuto comprare i viveri di cui avevano bisogno per la giornata, e alla fine di questa bisognava dar loro il restante della paga. Gli è vero che il salario non era molto elevato, ma a quel tempo i viveri erano a buon mercato nel paese, e l’Abruzzese in generale è molto sobrio. A poco a poco furono abituati a non prendere che un acconto nella settimana, per aspettare la paga il sabato sera, poi questa fu rimessa alla quindicina, e infine alla prima domenica di ogni mese, ma ci vollero più di due anni per arrivare a codesto. Si davano acconti ai più bisognosi, quali venivano a riscuotere il loro credito il giorno della paga”[3].
Le condizioni degli operai erano dunque piuttosto precarie e non cambiarono con l’avvento dell’unità d’Italia. Nel frattempo, Torlonia aveva fatto costruire nel territorio di Capistrello una cappella per le celebrazioni religiose, come riportato tra i primi, nel 1869, da Don Andrea Di Pietro in “Agglomerazioni delle popolazioni marsicane”, dove scrive: “Esiste, in mezzo ai Piani Palentini, la nuova Chiesa per comodo ai lavoratori dell’Emissario di Claudio ed è servita da un Cappellano”. Sulla scorta del detto popolare: “O Torlonia prosciuga il Fucino, o il Fucino prosciuga Torlonia”, il principe volle probabilmente far di tutto perché anche il Cielo fosse propizio alla colossale opera, anche attraverso l’erezione di statue (legate soprattutto all’Immacolata Concezione) e di edifici di culto. Tra questi, appunto, “per l’assistenza religiosa dei numerosi dipendenti operanti nella zona”, la chiesetta di Capistrello, i cui lavori iniziarono nel 1854 per concludersi nel 1858. Una nota interessante deriva dalla cronaca dell’inaugurazione, riportata in un articolo del “Giornale del Regno delle Due Sicilie” del 19 agosto 1858 (rinvenuto nell’Archivio di Stato di Napoli), in cui si fa esplicito riferimento alla presenza degli abitanti di Cese. Alla cappella “…la Maestà del Re N.S. ordinava si desse il titolo di Madonna della Purità … Questo tempietto … fu consacrato e benedetto il dì 18 p.p. luglio, con una solennità la cui memoria sarà duratura tra le popolazioni dei dintorni che ne furono spettatrici…”. La cronaca napoletana prosegue riferendo numerosi particolari: “… A compiere le sacre liturgie si condusse colà da Avezzano, il Rev.mo Monsignor Vescovo della diocesi dei Marsi in compagnia di ragguardevoli ecclesiastici; e vi convennero col Sottintendente ed il Giudice Regio pressoché tutte le autorità distrettuali e circondariali, non meno che il Preposto della sullodata Compagnia con quanti da lui dipendono prescindendo da alquanti gentiluomini invitati, gran parte del clero e degli abitanti di Capistrello, Avezzano, Magliano, Luco, Trasacco, Cese, Castello a Fiume ed altri circostanti comuni. Tutta la qual gente all’arrivo del vescovo e delle prelodate autorità, fece risuonar l’aria di evviva, iterando entusiasticamente il saluto di Viva il Re! Si procedette quindi alla consacrazione della Cappella, con tutte le cerimonie prescritte dalla Chiesa, compresa la Messa solennemente cantata, dopo il cui evangelo l’Abate Curato di Avezzano Monsignor Jatosti disse un discorso allusivo alla solennità, non mancando di ricordare agl’Impiegati ed operai i loro rispettivi doveri … La banda musicale di Magliano contribuì ad alimentare la gioia di quel giorno, allietato pur dalla ilarità conviviale. Il banchetto fu apprestato per cura della Compagnia Napolitana, il cui Preposto preluse ai brindisi che vi furon fatti … ”. Come risulta dalla cronaca napoletana, inizialmente alla chiesa fu assegnato il titolo di “Madonna della Purità”. Tra il popolo, però, si diffuse quello di “Santa Barbara”, sia perché nei pressi sorgeva il deposito della polvere da sparo, sia perché, alla Santa Patrona dei minatori, i fedeli raccomandavano i genitori, i fratelli, gli sposi e i figli impegnati nel duro e pericoloso scavo della galleria[4].
Tra questi e tra gli altri lavoratori impegnati nelle opere necessarie alla costruzione dell’emissario, con tutta probabilità, c’erano anche i nostri compaesani. A parziale riprova di tale circostanza è da annotare la presenza, nella chiesa di San Giovanni ad Avezzano, della lapide di un certo Salvatore Cipollone, “impiegato nei lavori di prosciugamento del Fucino” morto il 9 novembre 1872. La storia di tale lapide, la cui presenza è testimoniata dallo storico avezzanese Giovanbattista Pitoni, è ancora tutta da scoprire, ma il cognome rivela con ragionevole certezza una chiara origine cesense, mentre l’iscrizione documenta la tragica partecipazione alla monumentale opera di prosciugamento, a cui Le Cese ha certamente dato, in diversi modi, il proprio contributo.
[1] Scrive Afan de Rivera: “Il metodo di sgomberare l’emissario per mezzo di un palco di legname fornito di rotaie per dirigere il cammino de carrettini, essendosi introdotto per la prima volta nel nostro paes,e richiedeva un certo tempo affinché i travagliatori si fossero assuefatti a tali novità”.
[2] http://www.aercalor.altervista.org/index_file/Lago_Fucino.pdf
[3] “Prosciugamento del lago Fucino fatto eseguire da Sua Eccellenza il Principe Alessandro Torlonia…”, 1883.
[4] Pietro Margiotta, “La ferrata Sora Avezzano”
<Testo originale elaborato sulla base delle fonti citate e dei documenti dell’Archivio di Stato di Avezzano>














