[Storia delle Cese n.100]
da Giuseppe Giordano, Mario Di Domenico e Roberto Cipollone
Agli inizi degli anni ’90 il gioiello artistico di Cese, ossia la tavola della Madonna dipinta da Andrea De Litio, è stato sottoposto ad un delicato lavoro di restauro[*] che ha ne ha riconsolidato la struttura e ha riportato all’antico splendore le caratteristiche cromatiche della pittura originale.
Già nel 1928 Don Vittorio Braccioni aveva individuato nell’intervento umano la maggiore causa di danneggiamento della preziosa tavola: «Su questa tempera si scorgono i segni delle preoccupazioni deleterie degli uomini più che del tempo. Infatti: nell’aureola dorata si distinguono bene le tracce della leggenda (sic) in lettere gotiche “Ave Maria, ecc”, ma anche bene si conosce che le lettere furono di proposito staccate dallo stucco che le teneva obbligate alla tavola e ciò perché esse saranno state di metallo prezioso. Non mi fermo a parlare di altre prodezze compiute in epoca meno lontana, come, ad esempio […] di una corona (preziosissima, si era creduto) di comune metallo stampato e dorato, tenuta con chiodini direttamente sulla pittura che ne ha riportate numerose (e graziosissime, no?) graffiature visibili anche a distanza. A coronamento di tanto vituperio, una mano incompetente volle tentare il restauro di alcune parti del dipinto, producendo macchie ed ombrosità sgradevoli e palesi». E poi: «Questa tavola ha dato prova di resistenza meravigliosa alle ingiurie del tempo. Vi si nota soltanto una forte incurvatura in avanti, ma ciò nonostante, neppure la benché minima screpolatura. Lo stucco è ancora ben saldo, ad onta dei geli, dei calori e dell’umidità cui è stato necessariamente esposto anche dopo il disastro tellurico. Poche le tracce dei tarli. Le avarie che si riscontrano sono dovute tutte all’ignoranza degli uomini».
Nel tempo, tuttavia, alcuni piccoli danni sarebbero emersi, fino a consigliare il restauro conservativo della tavola che è stato effettivamente realizzato – appunto – agli inizi degli anni ’90, ad opera del R.O.M.A. Consorzio, un gruppo qualificato specializzato nella conservazione e nel restauro di superfici artistiche storiche. Quella che segue, nello specifico, è la relazione tecnica sulle varie fasi dell’intervento stilata al tempo dal restauratore Giuseppe Giordano.
Il restauro dell’immagine di S. Maria di Cese
Prima di entrare nel merito delle fasi tecniche dell’intervento, si ritiene necessario descrivere lo stato in cui il dipinto si presentava prima di quest’ultimo restauro. Nonostante la storia travagliata ed i danni prodotti dal terremoto del 1915 che ha causato la perdita di gran parte dell’opera, si può tuttavia affermare che il dipinto si è conservato fondamentalmente “sano” nella materia che lo costituisce.
Come si andrà a descrivere, maggior peso nell’intervento hanno avuto i problemi legati alla leggibilità della pittura, pulitura e presentazione estetica della superficie pittorica, che non quelli relativi al risanamento ed al consolidamento della materia. Il supporto ligneo, rimasto integro nel suo spessore e bloccato nei movimenti da un intervento eseguito non molti anni fa, risultava infatti in buono stato, e sebbene si rilevassero sulla pellicola pittorica dei piccolissimi e diffusi sollevamenti “a cresta”, tuttavia a questi non corrispondevano delle reali lesioni della tavola.
Rimossa la pesante tavola di legno in cui era incassato il dipinto (foto 1), è risultata immediatamente del dipinto al fine di correggere l’imbarcamento naturale del legno. L’intervento fu eseguito creando nel supporto ligneo dei sottili solchi profondi 1,5 cm, paralleli alla fibra del legno, distanziati tra loro di 1/1,5 cm, ed incollandovi dentro dei listelli di legno di spessore pari a 2 mm (foto 2). Raddrizzandosi, il supporto ligneo ha compresso la pellicola pittorica procurando in essa delle microfessure che hanno causato l’alzarsi del colore in piccole creste, un fenomeno che ha avuto inizio e fine nel momento in cui è stato eseguito questo particolare tipo di trattamento (foto 3). Ora che il retro del dipinto è visibile si potrà anche notare che esso fu trattato originariamente con uno strato di preparazione a gesso e colla steso su tutta la superficie come finitura con duplice valenza, estetica e conservativa.Ma, come si diceva, l’intervento più impegnativo ha riguardato la pulitura della superficie dipinta. L’ossidazione della vernice e l’alterazione di vecchi ritocchi non giustificavano la forte disomogeneità tra alcune parti del dipinto; in particolare, era ben visibile quanto l’incarnato della Madonna fosse di gran lunga più sporco ed appiattito nei toni che non tutto il resto. Infatti, sicuramente nell’ultimo restauro cui venne sottoposto il dipinto, si spinse la pulitura più sul manto blu e sull’aureola dorata che non sull’incarnato. Questo, infatti, rimossa la vernice ingiallita, si presentava ancora molto sporco ed ingrigito da uno strato d’olio alterato, applicato in una vecchia manutenzione. Per eliminare, o quanto meno attenuare, tale squilibrio, bisognava intervenire eseguendo la rimozione, graduale e controllata, di queste sostanze sovrammesse e ormai alterate (foto 4).
Rimuovendo tale strato che appiattiva la luminosità del volto e nascondeva le delicate pennellate date a velatura, si è effettivamente attuato un recupero della fruibilità estetica dell’opera grazie al quale è possibile oggi approfondire, attraverso l’esame della tecnica pittorica, lo studio su un maestro del XV secolo di cui si conservano ben poche opere, tra cui la nostra è l’unica dipinta a tempera su tavola, attribuitegli con sicurezza.DESCRIZIONE DELL’INTERVENTO
La prima operazione eseguita è stata la rimozione del supporto; dopo aver velato con carta giapponese e colla animale delle piccole creste di colore sollevato, si è proceduto meccanicamente, con scalpelli, all’eliminazione del sottile foglio di compensato che chiudeva la tavola dal retro. Tolte le viti, che vincolavano direttamente il dipinto alla tavola, per liberarlo completamente si è dovuto consumare la stuccatura a gesso che sigillava l’intercapedine tra dipinto e supporto. I frammenti rimasti della preparazione a gesso e colla sul retro del dipinto sono stati consolidati con una resina acrilica in soluzione (a bassa percentuale). Sulla superficie, consolidati i piccoli sollevamenti della pellicola pittorica, si è cominciata l’opera di pulitura.
Rimossa la vernice dell’ultimo restauro, ossidata[1], ed eliminati i vecchi ritocchi, sul manto blu, sull’aureola dorata ed il trono con gemme incastonate, già si arrivava ad un giusto livello di pulitura.
Sull’incarnato invece rimaneva uno strato grigio molto tenace, probabilmente un olio alterato misto a vecchi ritocchi eseguiti anch’essi con un legame organico, impossibile da rimuovere con gli stessi solventi usati per rimuovere la vernice. Si sono quindi provate delle miscele solventi con una componente, in bassa percentuale, basica[2], con la quale gradualmente si è riusciti ad assottigliare questo strato fino a recuperare i livelli cromatici originali con la loro patina d’invecchiamento.
Eseguita la pulitura ed applicato un primo leggerissimo strato di vernice, si sono stuccate le lacune, aree con cadute di colore e di preparazione, con stucco in gesso di Bologna e colla di coniglio. La reintegrazione pittorica è stata eseguita quasi unicamente con colori ad acquerello[3], secondo la più diffusa metodologia, con velature sulle cadute di pellicola pittorica e sulle abrasioni della patina superficiale e con ricostruzioni del disegno e della cromia originaria con la tecnica del tratteggio, sulle nuove stuccature.
Infine, uno strato leggerissimo di vernice finale[4] è stato applicato a spruzzo su tutta la superficie.
Un lavoro delicato e prezioso che ci permette di ammirare ancora oggi, sebbene solo per pochi giorni da vicino, il capolavoro di De Litio noto in tutto l’Abruzzo e nel mondo.
[*] Il contributo economico erogato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche per il libro “Cese sui piani palentini” di Mario Di Domenico è stato devoluto dell’Autore al restauro della tavola della Madonna di Cese
[1] Dopo gli opportuni test preliminari è stato scelto come solvente il diluente nitro, applicato con impacchi di carta giapponese e rimossi dopo pochi minuti. I residui di vernice sono stati rimossi con tamponi di cotone imbevuti di petrolio rettificato.
[2] Si è usata prevalentemente la miscela composta da acqua 1p., alcool 1p., ammoniaca 1/2p., applicata con tamponi di cotone; i residui di sporco sono stati rimossi con tamponi di cotone imbevuti in petrolio rettificato. Sui vecchi ritocchi e in alcuni punti dove il deposito risultava più tenace si è usata, sempre a tempone, la miscela solvente composta da acqua 1p., Dimetilformammide 1p., Butilammina 1/2p..
[3] Si sono utilizzati per la reintegrazione gli acquerelli Winsor and Newton, in particolare la serie completa dei pigmenti più stabili.
[4] Si è applicata la vernice Retoucher della Lefranc, una vernice mastice molto raffinata ed assolutamente incolore.
<Elaborato da M.Di Domenico, “Cese sui piani palentini” (1993) e da ricerche d’archivio >











